SARAH DESSEN.
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TI GIRO INTORNO.
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Titolo originale: Along for the Ride.
Traduzione di: Giovanna Scoccher ed Elisabetta Spediacci.
2011. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
ISBN 978-88-04-60758-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Andare in bicicletta  solo una delle tante cose che Auden si  persa nella vita. Figlia perfetta, studentessa modello, dal divorzio dei suoi genitori  diventata insonne e si  rifugiata nella solitudine delle letture, rinunciando a fare le piccole grandi esperienze che rendono l'adolescenza un periodo unico e irripetibile.
 la decisione di Auden di trascorrere le vacanze estive a casa del padre scrittore a sconvolgere il suo mondo solitario. Qui Auden conosce Maggie, Leah ed Esther e scopre l'amicizia, fatta di chiacchiere e uscite, di segreti e confidenze. Ma sar l'incontro con il taciturno Eli, ex campione di ciclismo acrobatico segnato da un tragico evento, a cambiare tutto. Nelle lunghe notti d'estate, Eli fa provare a Auden tutto ci di cui si  privata fino a quel momento, e insieme cercano un modo per lasciarsi alle spalle il passato.
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L'AUTRICE.
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Sarah Dessen  nata in Illinois nel 1970, ma, da che ricorda, ha sempre vissuto in North Carolina, dove i suoi genitori insegnavano Lettere all'universit. Da piccola ce l'aveva con loro perch ogni Natale riceveva in dono solamente libri, mentre gli altri bambini sotto l'albero trovavano montagne di giocattoli. Oggi ha cambiato idea ed  molto grata ad entrambi, soprattutto per la macchina da scrivere che le regalarono a nove anni e grazie alla quale ha iniziato a scrivere tutte le storie che le ronzavano in testa. Con Mondadori ha gi pubblicato Ti dedico una canzone e Troppo vicino per starti lontano.
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A mia madre, Cynthia Dessen, che mi ha aiutata a imparare quasi tutto quello che so sull'universo femminile e a mia figlia, Sasha Clementine, che mi sta insegnando il resto.
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CAPITOLO 1.
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Le e-mail iniziavano sempre nello stesso modo.
Ciao, Auden!!
Era quel punto esclamativo in pi a darmi sui nervi. Mia
madre lo avrebbe definito esagerato, eccessivo, esuberante.
A me dava semplicemente fastidio, proprio come ogni altra
cosa che riguardasse Heidi, la mia matrigna.
Spero che le ultime settimane di lezione stiano andando bene.
Qui stiamo tutti alla grande! Giusto qualche altro dettaglio
da sistemare prima dell'arrivo della tua futura sorellina. Ultimamente tira dei calci pazzeschi. Sembra che faccia karat!
Io sono stata occupata a mandare avanti la bottega (per
cos dire) e a dare gli ultimi ritocchi alla cameretta. L'ho arredata tutta in rosa e marrone:  stupenda. Ti allego una
foto cos la vedi.
Tuo padre  impegnato come sempre, sta lavorando al libro.
Forse lo vedr pi spesso quando passer le notti in bianco
con la bambina!
Spero tanto che deciderai di venirci a trovare alla fine della
scuola. Ci divertiremmo un sacco e questa estate sarebbe
molto pi speciale per tutti. Vieni quando vuoi. Saremmo felicissimi di vederti!
Baci,
Heidi (e pap e la futura sorellina!).

Il solo leggere quelle lettere mi sfiniva. Era in parte colpa
della grammatica esagitata - come se qualcuno ti strillasse
nell'orecchio - ma anche di Heidi in s. Era cos... esagerata,
eccessiva, esuberante. E irritante. Per me era tutto
questo, e non solo, da quando l'anno prima lei e mio padre
si erano messi insieme, avevano annunciato la gravidanza
e si erano sposati.
Mia madre sosteneva di non esserne sorpresa. Fin dal divorzio
aveva previsto che non ci sarebbe voluto molto prima
che mio padre, per usare le sue parole, "si sistemasse con
qualche studentessa". Heidi aveva ventisei anni, cio la stessa
et in cui mia madre aveva avuto mio fratello Hollis (io
ero arrivata due anni dopo), ma non avrebbe potuto essere
pi diversa da lei. Se mia madre era un'accademica dall'intelligenza acuta e brillante, conosciuta in tutto il paese come massima esperta sul tema: "Il ruolo della donna nella letteratura rinascimentale", Heidi era... be', Heidi.
Il tipo di donna che come punti di forza pu vantare una
costante cura di s (pedicure, manicure, colpi di sole), una
conoscenza tanto illimitata quanto inutile di vestiti e scarpe,
e la capacit di mandare e-mail decisamente troppo confidenziali
a gente a cui non importa un fico secco delle sue cose.
Il corteggiamento era stato rapido e "l'innesto" (cos l'aveva
ribattezzato mia madre) questione di un paio di mesi.
In quattro e quattr'otto mio padre si era trasformato dalla
persona che era stata per anni - il marito dell'esimia Victoria
West e l'autore di un romanzo di discreto successo, ormai
noto pi per le sue rivalit interdipartimentali che per
il tanto atteso seguito del suo libro - in un novello marito e
futuro padre. Bastava aggiungere la sua altrettanto recente
nomina a capo del dipartimento di scrittura creativa del
Weymar College, una piccola scuola in una cittadina di mare,
ed era come se avesse una vita completamente nuova. E anche
se lui e Heidi continuavano a invitarmi, non ero sicura
di voler scoprire se in quella vita c'era ancora posto per me.
In quel momento, dalla stanza accanto, arriv uno scoppio
di risate improvviso, seguito da un tintinnio di bicchieri.
Mia madre stava dando un'altra delle sue festicciole per gli
studenti, che iniziavano sempre come cene formali (Manca
cultura in questa nostra cultura! asseriva) e poi degeneravano
immancabilmente in discussioni sbronze e chiassose
su teoria e letteratura. Lanciai un'occhiata all'orologio
- ventidue e trenta - poi scostai la porta della mia camera
con la punta del piede e sbirciai nel lungo corridoio che
portava in cucina. Come immaginavo, vidi mia madre seduta
a un capo del grande tavolo di legno massiccio, con
in mano un bicchiere di vino rosso. Era circondata come al
solito da un capannello di soli studenti maschi del corso di
specializzazione, che la guardavano in adorazione mentre
lei, a giudicare da quel poco che riuscivo a cogliere, dissertava
di Marlowe e della cultura femminile.
Era l'ennesima delle affascinanti contraddizioni di mia
madre. Sapeva tutto delle donne nella letteratura, ma nella
pratica non nutriva grande simpatia per loro. In parte perch
molte la invidiavano: per la sua intelligenza (praticamente
a livello Mensa), il suo curriculum (quattro libri, innumerevoli
articoli, una cattedra universitaria) oppure il
suo aspetto (alta e formosa, con lunghissimi capelli corvini
di solito portati sciolti e scompigliati, l'unica cosa su cui
non aveva controllo). Per questi e altri motivi le studentesse
si presentavano di rado a quelle riunioni, e le poche che
lo facevano non tornavano quasi mai.
- Professoressa West - stava dicendo uno dei ragazzi,
il classico tipo trasandato con giacca da due soldi, capelli
arruffati e occhiali dalla montatura nera, un incrocio tra il
modaiolo e lo sfigato - dovrebbe seriamente prendere in
considerazione la possibilit di approfondire questa idea in
un articolo.  molto interessante.
Osservai mia madre mentre beveva un sorso di vino e
si tirava indietro i capelli con un gesto fluido. - Oddio,
no - replic con voce roca e profonda (quella di una fumatrice,
anche se non aveva mai fatto un tiro in vita sua).
- In questo periodo ho a malapena il tempo di scrivere il
libro e almeno per quello mi pagano. Anche se "pagare" 
una parola grossa.
Altre risate di adulazione. Mia madre adorava lamentarsi
di quanto la pagassero poco per i suoi testi - tutti saggi,
pubblicati da case editrici universitarie - mentre quelle che
lei definiva "insulse storielle da casalinghe" fruttavano soldi
a palate. Nel suo mondo ideale, tutti si trascinavano in
spiaggia l'opera omnia di Shakespeare, magari accompagnata
da un paio di poemi epici.
 Per  un'idea brillante  insistette lo sfigato occhialuto.
- Potrei collaborare con lei, se le va.
Mia madre sollev la testa e il bicchiere, lanciandogli un'occhiataccia,
mentre sulla stanza calava il silenzio. - Oh -
replic -  molto carino da parte tua. Ma non faccio lavori
in collaborazione, come del resto sul posto di lavoro non
ho n amicizie n relazioni. Sono troppo egoista.
Malgrado la distanza, vidi lo sfigato occhialuto che deglutiva
e, con il viso in fiamme, si allungava a prendere il vino
nel tentativo di mascherare l'imbarazzo. Che idiota, pensai
richiudendo la porta con il gomito. Come se fosse semplice
entrare in sintonia con mia madre e creare un legame forte
e duraturo. Ne sapevo qualcosa
Dieci minuti dopo sgattaiolai fuori dalla porta posteriore
con le scarpe sottobraccio e salii in macchina. Percorsi strade
praticamente deserte, superando quartieri silenziosi e vetrine
spente, finch in lontananza non spuntarono le luci di
Ray's. Bench piccolo, con decisamente troppi neon e tavoli
sempre un po' appiccicosi, in citt Ray's era l'unico posto
aperto ventiquattr'ore su ventiquattro, trecentosessantacinque
giorni all'anno. Da quando non riuscivo pi a dormire,
trascorrevo l quasi tutte le notti a leggere o a studiare in
un tavolo appartato, fino all'alba, lasciando di ora in ora un
dollaro di mancia per qualunque cosa ordinassi.
L'insonnia era iniziata tre anni prima, quando il matrimonio
dei miei genitori aveva cominciato a sfasciarsi. La cosa
non avrebbe dovuto sorprendermi pi di tanto: da che mi
ricordavo, la loro unione era sempre stata burrascosa, anche
se di solito litigavano pi per questioni di lavoro che
per motivi personali.
Erano approdati all'universit locale da giovani, subito
dopo il corso di specializzazione, quando a mio padre era
stato offerto un posto da assistente. All'epoca aveva appena
trovato un editore per il suo primo romanzo, La zanna
del narvalo, mentre mia madre, incinta di mio fratello, cercava
di finire la tesi. Tre anni dopo, alla mia nascita, mentre
cavalcava l'onda di un successo di critica e di pubblico
- il suo libro era nella lista del "New York Times" dei titoli
pi venduti e candidato al pi importante premio letterario
nazionale - mio padre dirigeva il programma di scrittura
creativa, mentre mia madre era "persa in un mare di dubbi
e pannolini", come le piaceva dire di s. Quando avevo cominciato
a frequentare l'asilo, per, era tornata alla grande
nel mondo accademico, aggiudicandosi un ciclo di lezioni
come docente ospite e un editore per la tesi. Con il tempo
era diventata uno dei professori pi amati del dipartimento,
era stata assunta a tempo pieno e aveva sfornato un secondo
libro e poi un terzo, il tutto mentre mio padre stava a
guardare. Lui si diceva orgoglioso, scherzava sempre affermando
che era lei a portare a casa la pagnotta e a sfamare la
famiglia. Ma poi mia madre aveva ottenuto la cattedra, che
era molto prestigiosa, e lui era stato scaricato dal suo editore,
cosa che invece non lo era affatto, e cos la situazione
aveva cominciato a prendere una brutta piega.
I litigi iniziavano sempre durante la cena, quando uno
dei due faceva un piccolo appunto e l'altro si offendeva.
Ne seguiva un battibecco - parole taglienti, un coperchio
sbattuto - ma poi la cosa sembrava risolta... almeno fino
alle dieci o undici di sera, quando d'un tratto li sentivo riprendere
a discutere della stessa questione. Dopo un po'
capii che si trattava di tregue temporanee, aspettavano che
mi addormentassi per poi litigare sul serio. Una notte, allora,
decisi di fregarli. Lasciai la porta aperta e la luce accesa,
mi esibii in un continuo andirivieni dal bagno, lavandomi
le mani nel modo pi rumoroso possibile. Funzion, per
qualche tempo. Ma poi i litigi ricominciarono. Il mio organismo
per si era ormai abituato a restare vigile fino a notte
fonda, il che significava che ero sveglia e pronta a sentire
ogni singola parola.
Conoscevo un sacco di gente con genitori separati e mi
sembrava che ognuno affrontasse la situazione in modo diverso:
sorpresa assoluta, delusione cocente, enorme sollievo.
Il denominatore comune, per, erano i lunghi discorsi con i
genitori, insieme o uno alla volta o addirittura con uno strizzacervelli
in terapia di gruppo o individuale. La mia famiglia,
ovvio, non poteva fare eccezione. Tocc anche a me il
momento del "siediti, ti dobbiamo parlare". Fu mia madre
a darmi la notizia, seduta davanti a me al tavolo della cucina,
mentre mio padre si tormentava le mani, stanco, appoggiato
a un mobile l vicino. - Io e tuo padre ci stiamo separando
- mi comunic con lo stesso tono piatto e concreto
che le avevo sentito usare tante volte per criticare il lavoro
dei suoi studenti. - Sono sicura che anche secondo te sia
la cosa migliore per tutti.
Di fronte a quelle parole rimasi sconcertata. Non provai n
sollievo n delusione, ma nemmeno sorpresa. Quello che pi
mi colp, mentre ce ne stavamo tutti e tre l in quella stanza,
fu la sensazione di essere piccolissima. Come una bambina.
Davvero assurdo. Quell'improvvisa ondata di immaturit
aveva scelto proprio quel momento topico per sommergermi,
e con che ritardo!
Ero stata una bambina anch'io, certo. Ma ero arrivata quando
ormai mio fratello - il neonato con pi coliche al mondo,
un beb iperattivo, un frugoletto "vivace" (cio "impossibile")
- aveva esaurito i miei. E continuava a farlo, anche
se da un altro continente, girovagando per l'Europa e mandando
solo ogni tanto un'e-mail con il resoconto dettagliato
dell'ennesima illuminazione sullo scopo della sua vita, seguito
da una richiesta di altri soldi per poterla mettere in
pratica. Perlomeno il fatto che si trovasse all'estero faceva
sembrare tutto pi zingaresco e artistico: ora i miei genitori
potevano dire ai loro amici che Hollis passava il tempo a
fumare sotto la torre Eiffel anzich davanti al supermercato
del quartiere. Suonava senz'altro meglio.
Se Hollis era un bambinone, io invece ero una donnina,
quella che a tre anni stava seduta al tavolo mentre i grandi
discutevano di letteratura e colorava i suoi album senza
fiatare. Quella che aveva imparato a divertirsi da sola gi
da piccolissima e che aveva avuto la fissa della scuola e dei
voti fin dall'asilo, perch il mondo accademico era l'unica
cosa capace di attirare l'attenzione dei miei genitori. - Oh,
non ti preoccupare - diceva mia madre quando uno dei
suoi ospiti si lasciava sfuggire in mia presenza una parolaccia
o qualcosa di altrettanto adulto. - Auden  molto matura
per la sua et.
E infatti era vero, a prescindere dal fatto che avessi due,
quattro o diciassette anni. Se Hollis aveva bisogno di supervisione
costante, io ero quella che poteva essere trascinata
dappertutto, sempre a rimorchio di uno dei miei genitori.
Mi portavano ai concerti sinfonici, alle mostre d'arte,
alle conferenze universitarie, ai consigli di facolt, tutti posti
in cui dovevo fingere di non esistere. Non avevo molto
tempo per lo svago o i giocattoli, ma di libri invece ne avevo
sempre in abbondanza.
Per via di quell'educazione facevo un po' fatica a relazionarmi
con i bambini della mia et. Non capivo i loro capricci,
la loro energia, l'esuberanza con cui lanciavano i cuscini
del divano in giro o correvano in bici come pazzi nelle
stradine del quartiere. S, sembrava divertente, ma al tempo
stesso era cos diverso da quello a cui ero abituata che
non riuscivo nemmeno a immaginare come comportarmi,
se mai mi fossi trovata a partecipare a quei giochi. Comunque
non se ne present mai l'occasione, in quanto chi lanciava
cuscini o correva in bici come un pazzo di solito non
frequentava i corsi avanzati delle rigorosissime scuole private
che tanto piacevano ai miei genitori.
Negli ultimi quattro anni, infatti, avevo cambiato scuola
tre volte. La mia permanenza alla Jackson High era durata
solo un paio di settimane. Poi mia madre, notato un errore
di ortografia e perfino uno di grammatica nel programma
di inglese, mi aveva trasferita alla Perkins Day,
una scuola privata locale. Era pi piccola ed esigente dal
punto di vista scolastico, ma mai quanto la Kiffney-Brown,
la scuola indipendente a cui dovetti iscrivermi al penultimo
anno. Fondata da alcuni ex professori del luogo, era
un posto d'lite - un centinaio di studenti al massimo - e
puntava su classi piccole e un forte legame con l'universit
locale, dove era gi possibile seguire dei primi corsi e
ottenere crediti in anticipo. Avevo stretto qualche amicizia
alla Kiffney-Brown, ma l'atmosfera ultracompetitiva e
le tante ore di studio autonomo rendevano piuttosto difficile
creare legami profondi.
Non che ci tenessi poi molto. La scuola era la mia consolazione
e lo studio mi permetteva di evadere e vivere mille
vite diverse. Pi i miei si lamentavano della mancanza di iniziativa
e dei pessimi voti di Hollis, pi io mi impegnavo. E
anche se erano orgogliosi di me, sembrava che i miei risultati
non fossero mai sufficienti a farmi ottenere quello che volevo.
Ero una ragazzina molto sveglia, quindi avrei dovuto
capire che l'unico modo per attirare davvero l'attenzione dei
miei era deluderli o sbagliare. Quando finalmente ci arrivai,
collezionare successi era gi un'abitudine troppo radicata.
Mio padre se ne era andato di casa all'inizio del mio secondo
anno di liceo, affittando un appartamento gi arredato
proprio vicino al campus, in un complesso perlopi abitato
da studenti. In teoria avrei dovuto passare l tutti i fine
settimana, ma lui era cos gi di corda - stava ancora penando
con il secondo libro, la cui pubblicazione era in forse proprio
mentre mia madre riceveva cos tanta attenzione - che
non era esattamente piacevole. Non che stare da mia madre
fosse molto meglio, impegnata com'era a festeggiare il
ritorno alla vita da single e i successi accademici. Invitava
gente di continuo, riceveva gli studenti a qualsiasi ora e organizzava
cene ogni venerd e sabato. Mi sembrava di non
avere un terreno neutrale se non da Ray's.
Ci ero passata davanti in macchina un milione di volte,
ma non avevo mai pensato di fermarmi. Accadde una notte
mentre stavo tornando a casa di mia madre, verso le due.
Non si pu certo dire che i miei mi tenessero sotto stretta sorveglianza.
Per via del mio programma scolastico - un corso
serale, seminari a varie ore del giorno e parecchio studio
autonomo - andavo e venivo come volevo, senza bisogno
di dare troppe spiegazioni, perci nessuno dei due si era
accorto che non ero a letto. Quella notte avevo dato
un'occhiata a Ray's ed ero rimasta colpita. Sembrava un posto accogliente,
quasi sicuro, frequentato da persone con cui almeno
avevo una cosa in comune. Cos parcheggiai, varcai
la soglia e ordinai una tazza di caff e una fetta di torta di
mele. Rimasi fino all'alba.
La cosa bella di Ray's era che, anche dopo essere diventata
una cliente abituale, riuscivo comunque a starmene da
sola. Nessuno mi chiedeva pi di quanto fossi disposta a
far conoscere di me e le conversazioni erano sempre brevi e
cordiali. Magari tutti i rapporti umani fossero stati cos semplici
e magari avessi saputo sempre quale fosse il mio ruolo.
In autunno una delle cameriere, una donna anziana e robusta
con il nome Julie stampato sulla targhetta, aveva sbirciato
il modulo di ammissione che stavo compilando mentre
mi rabboccava la tazza di caff.
- Defriese University - lesse a voce alta. Poi mi guard.
- Gran bella scuola.
- Una delle migliori - confermai.
- Pensi di riuscire a entrare?
Annuii. - S. Penso di s.
Mi sorrise come se mi trovasse tenera, poi mi diede una
leggera pacca sulla spalla. - Ah, che meraviglia essere
giovani e sicuri - comment prima di trascinare via i piedi.
Avrei voluto dirle che non ero sicura di me, che semplicemente
lavoravo sodo. Ma lei era gi al tavolo accanto, ad
attaccare bottone con il tipo seduto l, e comunque sapevo
che non le interessava sul serio. C'erano mondi in cui tutte
quelle cose - i voti, le scuole, i compiti, i primi della classe,
le ammissioni anticipate, le medie ponderate - contavano, e
altri in cui no. Avevo passato tutta la vita in quel primo genere
di universo e nemmeno da Ray's, che pure rientrava
nel secondo tipo, riuscivo a scrollarmelo di dosso.
Per via della mia determinazione e della scuola poco convenzionale
che frequentavo, ero riuscita a perdermi tutti i
tipici eventi dell'ultimo anno di liceo di cui le mie vecchie
amiche della Perkins Day avevano parlato per mesi. L'unica
cosa che avevo preso in considerazione era il ballo di fine
anno, e solo perch Jason Talbot, il ragazzo con cui mi contendevo
il primato della media pi alta, mi aveva chiesto
di accompagnarlo, in una sorta di offerta di pace. Alla fine,
per, era sfumata anche quella occasione, perch lui aveva
annullato l'impegno all'ultimo minuto a causa di un invito
a partecipare a una conferenza sull'ecologia. Mi ero detta
che non importava, che era l'equivalente di quelle cuscinate
e corse in bicicletta di tanti anni prima, uno svago frivolo e superfluo. Eppure quella notte, come tante altre notti a
seguire, mi chiesi cosa mi stessi perdendo.
Magari ero seduta da Ray's, alle due, tre o quattro di mattina,
ed ecco che di colpo sentivo quella strana fitta. Quando
alzavo la testa dai libri e guardavo la gente intorno a me
- camionisti, tipi che erano usciti dall'autostrada per bersi
un caff e restare svegli un altro chilometro, il pazzoide
di turno - provavo la stessa sensazione di quel giorno in
cui mia madre mi aveva dato la notizia della separazione.
Cosa ci facevo l? Avrei dovuto essere a casa, addormentata
nel mio letto, come tutti quelli che avrei visto a scuola nel
giro di poche ore. Ma poi quella fitta passava con la stessa
rapidit con cui era arrivata e ogni cosa tornava al suo posto.
E quando Julie mi sfilava di nuovo accanto con il bricco
del caff, spingevo la tazza verso il bordo del tavolo dicendo
senza bisogno di parole quello che entrambe sapevamo
bene: sarei rimasta l per un po'.
* * *
La mia sorellastra, Thisbe Caroline West, tre chili e due di
peso, nacque il giorno prima della mia cerimonia di diploma.
Mio padre chiam la mattina dopo il parto, esausto.
- Scusami tanto, Auden - disse - mi dispiace un sacco
perdermi il tuo discorso.
 Non fa niente - lo rassicurai mentre mia madre, in accappatoio,
entrava in cucina e si dirigeva alla macchina del
caff. - Come sta Heidi?
- Bene - rispose. -  stanca. Ha faticato molto e alla
fine c' stato comunque bisogno del cesareo. Non ne era proprio
entusiasta. Ma sono sicuro che si sentir meglio dopo
un po' di riposo.
- Falle le congratulazioni da parte mia - gli dissi.
- Senz'altro. E tu fai vedere a tutti chi sei, piccola. -
Tipico: per mio padre, notoriamente competitivo, tutto ci
che aveva a che fare con il mondo accademico era una battaglia.
- Ti penser.
Sorrisi, lo ringraziai e poi misi gi il telefono mentre mia
madre si versava del latte nel caff. Dopo aver mescolato facendo
tintinnare leggermente il cucchiaino nella tazza, parl:
 Vediamo se indovino. Non viene.
- Heidi ha avuto la bambina - risposi. - L'hanno
chiamata Thisbe.
Mia madre sbuff, sdegnata. - Oh, Signore - esclam.
 Con tutti i nomi shakespeariani che aveva a disposizione,
tuo padre  andato a scegliere proprio quello? Poveretta. Dovr
dare spiegazioni per tutta la vita.
Mia madre era davvero l'ultima a poter parlare, visto che
aveva autorizzato mio padre a scegliere il nome per me e mio
fratello: Detram Hollis era un professore da lui molto stimato,
mentre W. H. Auden era il suo poeta preferito. C'era stato
un periodo, da bambina, in cui mi sarebbe piaciuto chiamarmi
Ashley o Katherine, se non altro perch mi avrebbe semplificato
la vita, ma mia madre adorava ripetermi che il mio
nome era una specie di prova del nove. Auden non era come
Frost, diceva, o Whitman. Era un po' meno famoso e se uno
lo conosceva, allora potevo stare quasi certa che valesse la
pena di dedicargli tempo ed energie, in quanto era a un livello
intellettuale pari al mio. Lo stesso ragionamento avrebbe
dovuto valere ancora di pi per Thisbe, ma anzich farglielo
notare, mi misi a sfogliare di nuovo gli appunti per il
discorso. Dopo un attimo, mia madre scost una sedia dal
tavolo per farmi compagnia.
- Quindi ne deduco che Heidi sia sopravvissuta al parto -
disse, bevendo un sorso di caff.
- Le hanno dovuto fare il cesareo.
- Buon per lei - ribatte mia madre. - Hollis pesava
cinque chili e l'epidurale non ha fatto effetto. Per poco non
mi ammazzava.
Lessi alla svelta un altro paio di cartoncini di appunti in
attesa di uno dei tanti, immancabili racconti che di solito seguivano
a questo. Quello su quanto Hollis fosse famelico e
poppasse il latte di mia madre fino all'ultima goccia. Sulle
sue coliche pazzesche e su come dovessero portarlo a passeggio
spesso, nonostante continuasse comunque a strillare
per ore e ore. Oppure il racconto di mio padre che...
- Spero solo che non si aspetti che tuo padre sia di grande
aiuto - continu, allungandosi a prendere un paio dei
miei cartoncini e scansionandoli con lo sguardo, gli occhi a
fessura.  Ero fortunata se cambiava un pannolino ogni tanto.
E figuriamoci se di notte si alzava per il biberon. Diceva
di soffrire di un disturbo del sonno per cui doveva dormire
le sue nove ore filate, se poi voleva insegnare. Gran bella
scusa, quella.
Mentre parlava, continuava a leggere i miei appunti e io
sentii la fitta familiare che mi prendeva ogni volta che mi
sentivo oggetto del suo scrutinio. Un attimo dopo, per, li
mise da parte senza commenti.
- Be' - replicai mentre lei beveva un altro sorso di caff
-  stato tanto tempo fa. Magari  cambiato.
- La gente non cambia. Semmai, invecchiando si fossilizza,
non il contrario. - Scosse la testa. - Mi ricordo che
sedevo in camera con Hollis che urlava e speravo che almeno
una volta la porta si aprisse e tuo padre entrasse dicendo:
"Su, dallo a me. Vatti a riposare." Alla fine non era nemmeno
tuo padre che volevo, ma una persona qualsiasi. Qualsiasi.
Pronunci quelle parole guardando fuori dalla finestra,
con le dita strette intorno alla tazza, che non era n sul tavolo
n alle sue labbra, ma sospesa in un punto da qualche
parte l in mezzo. Raccolsi i cartoncini e li rimisi attentamente
in ordine. -  meglio che vada a prepararmi - annunciai,
spingendo indietro la sedia.
Mentre mi alzavo e passavo alle sue spalle, mia madre
non si mosse. Sembrava impietrita, ancora in quella vecchia
camera, ancora in attesa, almeno finch non arrivai in corridoio.
Poi, all'improvviso, si decise a parlare.
- Io ci penserei bene a usare quella citazione di Faulkner
- comment. -  troppo per un'apertura. Rischi di sembrare
presuntuosa.
Abbassai gli occhi sul cartoncino in cima al mazzo, dove
nel mio stampatello ordinato c'era scritto: "Il passato non 
mai morto. Non  neanche passato".
- Ok - risposi. Aveva ragione, naturalmente. Come
sempre. - Grazie.
* * *
Ero stata cos concentrata sul mio ultimo anno di liceo e
sull'inizio dell'universit da cancellare tutto quello che c'era
in mezzo. All'improvviso, per, era gi estate e io non avevo
niente da fare, se non aspettare che la mia vera vita ricominciasse.
Avevo passato un paio di settimane a procurarmi tutto
il necessario per l'universit e avevo cercato di fare qualche
turno in pi come tutor alla scuola Huntsinger, ma era
un periodo morto. A quanto pareva, ero l'unica a pensare
alla scuola, fatto reso ancora pi ovvio dai vari inviti delle
mie vecchie amiche della Perkins ad andare a cene o a gite
al lago. Avevo voglia di rivederle, ma ogni volta che ci incontravamo
mi sentivo fuori posto. Ero stata alla Kiffney-Brown
solo per due anni, ma era una scuola cos diversa e
incentrata sullo studio che non avevo proprio niente in comune
con i loro discorsi su ragazzi e lavoretti estivi. Dopo
qualche uscita imbarazzante, iniziai a defilarmi con la scusa
che avevo da fare e alla fine recepirono il messaggio.
Anche in casa la situazione era piuttosto strana, perch
mia madre aveva ottenuto un assegno di ricerca e lavorava
tutto il giorno, e nei rari momenti liberi era una continua
processione di dottorandi che si presentavano per una cena
o un aperitivo improvvisato. Appena la casa diventava troppo
rumorosa e affollata, uscivo sulla veranda con un libro e
leggevo finch non era abbastanza buio per andare da Ray's.
Una sera ero immersa in un libro sul buddismo quando
vidi una Mercedes verde avvicinarsi lungo la strada. Rallent
all'altezza della nostra cassetta delle lettere e accost
al marciapiede. Dopo un istante, una ragazza bionda, molto
carina, con un paio di jeans a vita bassa, una canotta rossa
e sandali con la zeppa, scese dalla macchina con un pacchetto
in mano. Guard la casa, il pacco e poi di nuovo la
casa, prima di imboccare il vialetto. Si accorse di me quando
era ormai arrivata ai gradini d'ingresso.
 Ciao! - grid in un tono troppo amichevole, quasi inquietante.
Non riuscii a rispondere che lei mi era gi venuta
incontro con un gran sorriso sulla faccia. - Tu devi essere
Auden.
- S - esitai.
- Io sono Tara! - Era chiaro che quel nome avrebbe dovuto
dirmi qualcosa. Probabilmente cap che non era cos,
perch aggiunse subito: - La ragazza di Hollis!
Oh, cavolo, pensai Ma a voce alta dissi: - Oh, giusto
Certo.
- Che piacere conoscerti! - esclam, avvicinandosi e
buttandomi le braccia al collo. Profumava di gardenia e
lenzuola pulite. - Hollis sapeva che per tornare a casa sarei
passata da queste parti, perci mi ha chiesto di portarti
questo. Direttamente dalla Grecia!
Mi consegn il pacchetto, avvolto in semplice carta da
pacchi, con sopra il mio nome e indirizzo nella brutta calligrafia
sbilenca di mio fratello. Dopo un attimo di imbarazzo,
mi resi conto che aspettava che lo aprissi e cos lo feci.
Era una piccola cornice in vetro, punteggiata di pietre colorate.
In basso c'erano incise le parole momento magico.
Dentro c'era una foto di Hollis davanti al Taj Mahal. Era in
maglietta a maniche corte e pantaloncini multi tasche, zaino
in spalla e il sorriso pigro di sempre.
- Stupenda, vero? - esclam Tara. - La cornice l'abbiamo
presa in un mercatino delle pulci ad Atene.
Dato che non potevo dire quello che pensavo davvero, e
cio che bisognasse essere molto narcisisti per regalare una
propria fotografia, risposi: - Carina.
- Lo sapevo che ti sarebbe piaciuta! - Batt le mani.
- Glielo avevo detto, una bella cornice torna sempre utile.
Serve a rendere i ricordi ancora pi speciali, no?
Guardai di nuovo il regalo, le pietre colorate e l'espressione
rilassata di mio fratello. Momento magico, certo. - Gi -
confermai. - Assolutamente s.
Tara mi rivolse un altro sorriso smagliante, poi sbirci
oltre la finestra alle mie spalle. - Tua madre  in casa? Mi
piacerebbe tantissimo conoscerla. Hollis la adora, ne parla
di continuo.
- La cosa  reciproca - replicai. Mi lanci un'occhiata e
io le sorrisi. -  in cucina. Capelli neri lunghi, vestito verde.
Non ti puoi sbagliare.
 Ottimo! - Mi abbracci di nuovo, con uno slancio troppo
rapido perch potessi evitarlo. - Grazie mille.
Annuii. Quella spavalderia era il marchio di fabbrica di
tutte le ragazze di mio fratello, almeno finch si consideravano
tali. Solo in un secondo tempo, quando le e-mail e le
telefonate smettevano di arrivare e sembrava che lui fosse
scomparso dalla faccia della Terra, scoprivamo l'altro loro
lato: gli occhi rossi, i messaggi piagnucolosi lasciati sulla segreteria
telefonica, ogni tanto una sgommata furiosa sulla
strada davanti casa. Tara non sembrava il tipo da sgommate.
Ma non si poteva mai sapere.
Alle undici di sera gli ammiratori di mia madre gironzolavano
ancora per casa parlando a voce alta, come sempre.
Io ero in camera mia a controllare senza motivo la mia pagina
di Insieme.com (nessun messaggio, non che mi aspettassi
di trovarne) e le e-mail (giusto una di mio padre, che
mi chiedeva come stavo). Pensai di chiamare una delle
mie amiche per vedere se c'era qualcosa di interessante da
fare ma, ricordando l'imbarazzo delle ultime uscite, decisi
di restare seduta l sul letto. La cornice di Hollis era sul
comodino, la presi e osservai quelle pietruzze azzurre scadenti.
Momento magico. Quelle parole e quella sua faccia
sorridente e rilassata mi fecero tornare in mente le voci allegre
delle mie vecchie amiche che si raccontavano storie
sull'anno scolastico. Non parlavano di lezioni n di medie
dei voti ma di pettegolezzi e ragazzi e cuori spezzati, cose
per me lontane quanto il Taj Mahal. Probabilmente loro
avevano un milione di foto adatte per quella cornice, io invece
neanche una.
Guardai di nuovo mio fratello, lo zaino in spalla. Di sicuro
viaggiare offriva qualche occasione in pi, se non altro
una prospettiva diversa. Forse non potevo partire per la
Grecia o per l'india, per un posto dove andare ce l'avevo.
Andai al portatile, aprii l'account di posta e scorsi la
pagina fino al messaggio di mio padre. Per evitare di rifletterci
troppo, scrissi alla svelta una risposta e una domanda. Nel
giro di mezz'ora ricevetti una nuova e-mail.
Certo che puoi venire! Resta quanto ti pare. Ci farebbe molto
piacere averti qui!
E la mia estate cambi di colpo.
* * *
La mattina dopo, caricai in macchina una piccola sacca di
tela con dei vestiti, il computer portatile e una valigiona
piena di libri. All'inizio dell'estate avevo trovato i programmi
di un paio dei corsi che avrei seguito alla Defriese
in autunno e avevo scovato alcuni dei testi nella biblioteca
dell'universit, convinta che prenderci dimestichezza non
mi avrebbe certo fatto male. Non era certo il bagaglio che
avrebbe scelto Hollis, ma non c'era molto da fare oltre andare
al mare e stare con Heidi, entrambe opzioni poco invitanti.
Avevo salutato mia madre la notte prima, immaginando
che al momento della mia partenza sarebbe stata ancora a
letto. Ma come misi piede in cucina, la trovai indaffarata a
sparecchiare la tavola da una massa di bicchieri e tovaglioli
appallottolati, un'espressione stanca sul viso.
- Ore piccole? - chiesi, anche se viste le mie abitudini
notturne conoscevo gi la risposta. L'ultima auto era uscita
dal vialetto verso l'una e mezza.
- Neanche tanto - rispose, facendo scorrere un po'
d'acqua nel lavello. Si volt e guard le mie borse, sistemate
accanto alla porta che conduceva in garage. - Parti di
buon'ora. Sei cos impaziente di andartene da qui?
 No - replicai. - Voglio solo evitare il traffico.
In realt non mi aspettavo che a mia madre interessassero
i miei programmi per l'estate. E probabilmente, se fossi
andata da qualche altra parte non mi avrebbe chiesto nulla.
Ma il fatto che ci fosse di mezzo mio padre cambiava tutto.
Come sempre.
- Immagino gi in che razza di situazione stai per cacciarti
- comment, sorridente. - Tuo padre con una neonata!
Alla sua et!  comico.
 Ti far sapere - risposi.
- Oh, s, per favore. Esigo aggiornamenti regolari.
La osservai infilare le mani nell'acqua e insaponare un
bicchiere. - Allora - feci - cosa ne pensi della ragazza
di Hollis?
Mia madre sospir, sfinita. - Ma che ci faceva qui?
- Hollis le ha dato un regalo per me.
- Davvero?  rispose, mettendo un paio di bicchieri sulloscolapiatti. - Cos'era?
- Una cornice. Dalla Grecia. Con una foto di Hollis.
- Ah. - Chiuse l'acqua e si scost i capelli dal viso con
il polso. - Le hai detto che avrebbe fatto meglio a tenersela,
visto che forse lo rivedr solo in fotografia?
Anche se avevo pensato la stessa identica cosa, sentirlo
dire da lei mi fece provare dispiacere per Tara, con la sua
faccia amichevole e aperta, la sicurezza con cui era entrata
in casa, cos certa di essere la ragazza perfetta per mio fratello.
- Non si sa mai - risposi. - Magari lui  cambiato
e si fidanzeranno.
Mia madre si volt a guardarmi, socchiudendo gli occhi.
- Sentiamo, Auden - ribatt. - Cosa ti ho detto a questo
proposito?
- Che la gente non cambia?
- Esatto.
Riport l'attenzione sul lavello, immergendoci un piatto,
e in quel momento misi a fuoco il paio di occhiali con la
montatura nera da modaiolo sfigato posati sul bancone accanto
alla porta. Di colpo si fece tutto chiaro: le voci fino a
notte fonda e il fatto che lei fosse in piedi cos presto, stranamente
ansiosa di eliminare ogni traccia della sera prima.
Pensai di prendere gli occhiali e accertarmi che mi vedesse,
tanto per segnare un punto a mio favore. Ma poi feci finta
di niente mentre ci salutavamo e lei mi tirava a s per abbracciarmi
forte - stringeva sempre cos tanto che sembrava
non volesse mai lasciarmi - prima di fare proprio questo
e mandarmi per la mia strada.


CAPITOLO 2. 
La casa di mio padre e Heidi era proprio come me la aspettavo.
Carina, imbiancata e con le persiane verdi, un'ampia
veranda con sedie a dondolo e vasi di fiori, pi un'amichevole
ananas di ceramica gialla con su scritto benvenuti!,
appeso alla porta. Mancava solo il classico steccato bianco.
Mentre parcheggiavo, intravidi la Volvo ammaccata di mio
padre nel garage aperto, con accanto una Prius dall'aria pi
nuova. Non appena spensi il motore, sentii l'oceano che, a
giudicare dal frastuono, doveva essere vicinissimo. Quando
sbirciai oltre la casa, infatti, non vidi che erba selvatica
e un'enorme distesa azzurra che sfumava all'orizzonte.
Panorama a parte, continuavo ad avere dei dubbi. Di solito
non prendevo decisioni su due piedi, e pi ero lontana da
casa di mia madre, pi iniziavo a riflettere sulla prospettiva
di un'estate intera insieme a Heidi. Ci sarebbero state manicure
di gruppo per me, lei e la bambina? O magari avrebbe
insistito perch andassi a prendere il sole con lei, sfoggiando
magliette vintage con la scritta i love unicorns?
Al tempo stesso, per, continuavo a pensare a Hollis davanti
al Taj Mahal e a quanto mi annoiassi a casa da sola. In
pi non vedevo praticamente mio padre da quando si era
risposato e quel periodo di vacanza - otto settimane piene
in cui lui non insegnava e io non ero a scuola - mi sembrava
l'ultima occasione per recuperare un rapporto autentico
con lui prima che iniziassero l'universit e la vita reale.
Feci un bel respiro e scesi dall'auto. Andando verso la veranda,
mi dissi che a prescindere da quello che Heidi avrebbe
detto o fatto, mi sarei limitata a sorridere e a lasciar correre.
Mi bastava una stanza in cui rifugiarmi e una porta da
potermi chiudere alle spalle.
Suonai il campanello e feci un passo indietro, atteggiando
il viso a un'espressione amichevole, adatta alla circostanza.
Nessuna risposta, cos suonai di nuovo e poi mi sporsi verso
la porta, in attesa dell'inevitabile rumore di tacchi e della
voce allegra di Heidi che urlava: "Un attimo!"
E invece ancora niente.
Allungai la mano verso il pomello, lo girai e, quando la
porta si apr, infilai dentro la testa. - Ehil? - gridai, facendo
echeggiare la mia voce in un corridoio vuoto, con le
pareti dipinte di giallo e costellate di stampe incorniciate.
- C' nessuno?
Silenzio. Entrai e mi chiusi la porta alle spalle. Fu solo
allora che lo sentii: di nuovo il rumore dell'oceano, ma un
po' diverso e molto pi vicino, come se fosse proprio dietro
l'angolo. Lo seguii lungo il corridoio, dove si faceva sempre
pi forte, aspettandomi di vedere una finestra o una porta
posteriore aperta. Invece mi ritrovai in soggiorno, dove il
rumore era assordante e c'era Heidi seduta sul divano, con
la bambina in braccio.
O almeno pensai che fosse Heidi. Era difficile dirlo con
certezza, era molto diversa dall'ultima volta che l'avevo incontrata.
Aveva i capelli raccolti in una coda sbilenca e disordinata,
con alcune ciocche appiccicate al viso, e indossava
i pantaloni malandati di una tuta e un'enorme maglia
dell'universit con una macchia umida non meglio identificata
su una spalla. Teneva gli occhi chiusi e la testa leggermente
inclinata all'indietro. Ero convinta che stesse dormendo
ma poi, senza neanche muovere le labbra, sibil: - Se
la svegli, ti ammazzo.
Mi paralizzai, spaventata, poi indietreggiai con cautela.
- Scusa - risposi. - Stavo solo...
Lei spalanc gli occhi e gir di scatto la testa. Quando mi
vide, per, la sua espressione si tramut in stupore. E poi,
all'improvviso, si mise a piangere.
- Oddio, Auden - disse con voce tesa - mi dispiace
tantissimo. Mi ero dimenticata che... e pensavo... ma non
 una scusa... - Lasci la frase in sospeso mentre le tremavano
le spalle e, tra le sue braccia, la bambina - minuscola,
cos piccola da sembrare troppo delicata per essere vera -
continuava a dormire, ignara di tutto.
Mi guardai attorno, nel panico, chiedendomi dove fosse
mio padre. Solo allora mi accorsi che l'assordante rumore
dell'oceano che sentivo non veniva da fuori, ma da un piccolo
apparecchio bianco posato sul tavolino. Come si fa ad
ascoltare un oceano finto quando quello vero  a solo pochi
metri di distanza? La presi come una delle tante cose che in
quel momento non avevano alcun senso.
- Ehm - farfugliai, mentre Heidi continuava a piangere,
singhiozzando e tirando su con il naso su quel fasullo
sottofondo di onde sul bagnasciuga - posso... hai bisogno
di aiuto o altro?
Boccheggi incerta, poi alz lo sguardo su di me. Aveva
gli occhi cerchiati da ombre scure e un'esplosione di foruncoli
rossi sul mento. - No - rispose, mentre le salivano altre
lacrime agli occhi. -  tutto ok.  solo che... Sto bene.
Il che sembrava decisamente improbabile, anche al mio
occhio inesperto. Ma non ebbi il tempo di fare obiezioni
dato che, in quel preciso istante, entr mio padre portando
un vassoio con delle tazze di caff e un sacchettino di carta
marrone. Indossava la sua classica tenuta: camicia fuori
dai pantaloni color cachi tutti spiegazzati, e occhiali
leggermente storti sul naso. Quando insegnava di solito aggiungeva
una cravatta e una giacca sportiva in tweed. Le scarpe
da ginnastica, per, erano una costante, a prescindere
dall'abbigliamento.
- Finalmente! - esclam appena mi vide, poi mi venne
incontro per abbracciarmi. Mentre mi tirava verso di s, lanciai
un'occhiata oltre la sua spalla, verso Heidi che fissava
l'oceano fuori dalla finestra, mordendosi il labbro. - Come
 andato il viaggio?
- Bene - risposi lentamente mentre lui prendeva una
tazza dal vassoio per offrirmela. La presi, poi rimasi a guardarlo
mentre si serviva e infine piazzava l'ultima tazza sul
tavolino davanti a Heidi, che la fiss come se non sapesse
cosa fosse.
- Hai conosciuto tua sorella?
- Ehm, no - risposi. - Non ancora.
- Oh, bene! - Appoggi il sacchetto, poi si chin su
Heidi - che si irrigid, anche se lui non se ne accorse - e le
tolse la bambina dalle braccia. - Eccola qui. Lei  Thisbe.
Abbassai gli occhi sul suo visino, cos minuto e delicato
da non sembrare nemmeno vero. Aveva gli occhi
chiusi e minuscole ciglia appuntite. Dalla coperta spuntava
una manina, le dita piccolissime, leggermente chiuse
a pugno. - Che bella - commentai, come era d'obbligo
in questi casi.
- Vero?Con un sorriso raggiante, mio padre la sollev
in aria, al che lei apr gli occhi. Ci guard, batt le palpebre
e poi, proprio come sua madre, scoppi a piangere. - Ops
- mormor lui, cullandola appena. Thisbe pianse un po'
pi forte. - Tesoro? - fece, girandosi verso Heidi, seduta
immobile nello stesso identico punto, ma ora con le braccia
abbandonate lungo i fianchi. - Penso che abbia fame.
Heidi deglut, poi si volt verso di lui senza dire una parola.
Quando mio padre le consegn Thisbe, si gir di nuovo
verso le finestre, quasi come un automa, mentre il pianto diventava
via via pi forte.
- Usciamo - sugger mio padre, recuperando il sacchetto
dal tavolino e, dopo avermi fatto cenno di seguirlo,
si avvi verso le porte a vetro scorrevoli, ne apr una e mi
fece strada sul patio. In condizioni normali quella vista mi
avrebbe lasciata senza fiato - la casa sorgeva proprio sulla
spiaggia e aveva una passerella che portava direttamente
sulla sabbia - ma in quel momento non potei fare a meno
di voltarmi verso Heidi, che per era scomparsa lasciando
il caff sul tavolo.
- Sta bene? - chiesi.
Mio padre apr il sacchetto, tir fuori un muffin e me lo
offr. Rifiutai. -  stanca - rispose, dando un morso e coprendosi
la camicia di briciole. Le spazzol via con la mano
e poi ricominci a mangiare. - Di notte la piccola  sempre
sveglia e io non posso aiutarla pi di tanto perch soffro di
un disturbo del sonno e se non voglio star male devo dormire
le mie nove ore filate. Ho cercato di convincerla a farsi
aiutare da qualcuno, ma lei non vuole.
- Perch no?
- Oh, sai com' fatta Heidi - spieg lui, come se lo sapessi
davvero. - Vuole cavarsela da sola, e alla perfezione.
Ma non ti preoccupare, si riprender. I primi due mesi sono
duri. Mi ricordo con Hollis, tua madre stava per uscire di
testa. Certo, lui aveva delle coliche terribili. Lo tenevamo
in braccio tutta la notte, eppure lui strillava lo stesso. E che
appetito! Signore! Poppava il latte di tua madre fino all'ultima
goccia e lo stesso non gli bastava mai...
Continu a parlare, ma io avevo gi sentito quella solfa
e conoscevo ogni singola parola, perci mi limitai a sorseggiare
il caff. Guardando a sinistra vidi altre case, e poi una
passeggiata in legno, fiancheggiata da negozi, e una spiaggia
pubblica gi affollata di ombrelloni e bagnanti.
- Comunque - stava dicendo mio padre mentre appallottolava
la carta del muffin e la ributtava nel sacchetto - ora
devo rimettermi al lavoro, ma prima ti mostro la tua camera.
Possiamo fare due chiacchiere a cena, pi tardi. Va bene?
 Certo  risposi mentre tornavamo dentro, dove quell'aggeggio
infernale era ancora acceso a tutto volume. Mio padre
scosse la testa, poi allung una mano e spense l'interruttore:
l'improvviso silenzio mi fece sobbalzare. - Stai scrivendo,
quindi?
- Oh, s. Il libro va a gonfie vele, presto sar finito - rispose.
- Ormai si tratta solo di mettere ordine, in realt, di
buttare gi le ultime parti. Andammo all'ingresso, poi salimmo
le scale. Percorrendo il corridoio, passammo davanti
a una porta aperta da cui intravidi una parete rosa con un
bordo a pois marroni. La stanza era silenziosa, niente pianti,
almeno da quello che riuscivo a sentire.
Mio padre spinse la porta della camera accanto e mi invit
a entrare con un cenno della mano. - Mi dispiace per
le dimensioni - si scus mentre varcavo la soglia. - Ma
hai il panorama migliore.
Non scherzava. Anche se la camera era minuscola, con
un letto a due piazze, una cassettiera e poco spazio per altro,
l'unica finestra dava su un lembo di terra non edificato,
solo erba alta, sabbia e mare. -  splendido - commentai.
- Vero? All'inizio era il mio studio. Ma poi abbiamo dovuto
mettere la stanza della bambina qui accanto e cos io
mi sono trasferito sull'altro lato della casa. Sai, non volevo
tenerla sveglia con i rumori del mio processo creativo. -
Ridacchi come se ci trovasse qualcosa di divertente. - A
proposito,  meglio che mi metta all'opera. Ultimamente
di mattina sono molto produttivo. Ci aggiorniamo a cena,
d'accordo?
- Oh - feci dando un'occhiata all'orologio. Erano le
11,05. - Certo.
- Ottimo. - Mi strinse il braccio, poi si avvi lungo il
corridoio fischiettando tra s e s mentre io lo guardavo allontanarsi.
Appena superata la stanza rosa e marrone, sentii
la porta chiudersi con uno scatto.
* * *
Fui svegliata dal pianto della bambina alle sei e mezzo del
pomeriggio.
In realt Thisbe non piangeva, gridava sforzando i polmoni
al massimo. E se in camera mia il rumore era sopportabile,
nonostante mi dividesse da lei solo una parete sottile,
quando uscii nel corridoio in cerca di un bagno per lavarmi
i denti, divent assordante.
Mi fermai un attimo nella penombra fuori dalla stanza
rosa ad ascoltare le urla che crescevano, crescevano, crescevano,
poi cessavano di colpo solo per riprendere con intensit
ancora maggiore. Mi stavo giusto chiedendo se fossi
l'unica a rendermene conto quando, in un raro e breve momento
di silenzio, sentii una voce che diceva: - Shh, shh
prima di essere nuovamente sovrastata.
C'era qualcosa di molto familiare in quella situazione, era
come se il mio subconscio fosse stato risvegliato di colpo.
Quando i miei avevano iniziato a litigare di notte, anch'io
mi sussurravo la stessa cantilena - shh, shh, va tutto bene -
mentre cercavo di ignorarli e prendere sonno. Ma siccome
per me era sempre stato qualcosa di personale, che esisteva
solo nella mia testa e nel buio intorno, sentirlo in quel momento
mi fece un'impressione cos strana che mi allontanai.
- Pap?
Mio padre, seduto a una scrivania accostata al muro, con
il portatile davanti, borbott senza muoversi: - Mmm?
Mi girai verso la stanza rosa, poi di nuovo verso di lui.
Non stava scrivendo, si limitava a osservare lo schermo
con un blocco coperto di scarabocchi a portata di mano. Mi
chiesi se fosse stato l per tutto il tempo in cui io avevo dormito,
pi di sette ore. - Vuoi che... - azzardai - ... cominci
a preparare la cena?
- Non se ne sta occupando Heidi? - chiese ancora rivolto
verso lo schermo.
- Penso che sia con la bambina - risposi.
- Oh. - Solo allora si volt a guardarmi. - Be', se hai
fame, a un isolato da qui c' un posto dove fanno degli ottimi
hamburger. E i loro anelli di cipolla fritti sono favolosi.
Sorrisi. - Sembra perfetto - commentai. - Chiedo a
Heidi se vuole qualcosa?
- Certo. E per me prendi un cheeseburger e degli anelli di
cipolla. - Si infil la mano nella tasca posteriore, tir fuori
un paio di banconote e me le tese. - Grazie mille, Auden.
Te ne sono davvero grato.
Presi i soldi sentendomi un'idiota. Ma certo che non poteva
uscire con me: aveva una figlia appena nata e una moglie
di cui prendersi cura. - Figurati - replicai, anche se
lui si stava gi rigirando verso lo schermo e nemmeno mi
ascoltava. - Torno tra un po'.
Andai alla stanza rosa, dove Thisbe stava ancora piangendo
a tutto volume. Sicura che almeno quella volta non corressi
il rischio di svegliarla, bussai due volte. Dopo un attimo
la porta si scost appena e Heidi fece capolino.
Aveva un'aria ancora pi sbattuta di prima, se possibile.
La coda era scomparsa e ora i capelli le pendevano davanti
al viso. - Ciao - esordii, o meglio urlai sopra il frastuono.
- Sto andando a prendere la cena. Cosa vuoi?
- La cena? - ripet anche lei a voce alta. Annuii. - 
gi ora di cena?
Guardai l'orologio, come se non lo sapessi. - Sono quasi
le sette meno un quarto.
 Oddio.  Chiuse gli occhi.Volevo prepararti una bella
cena di benvenuto. Avevo programmato tutto: pollo, verdure,
eccetera. Ma la bambina ha fatto un sacco di storie e...
- Nessun problema - la interruppi. - Vado a prendere
degli hamburger. Pap ha detto che c' un posto ottimo
poco pi avanti.
- Tuo padre  in casa? - chiese aggiustandosi Thisbe in
braccio e sbirciando lungo il corridoio. - Pensavo che fosse
andato al campus.
- Sta lavorando nello studio - risposi. Lei si sporse in
avanti, perch chiaramente non mi aveva sentito. - Sta scrivendo
ripetei a voce pi alta. Allora io vado. Cosa vuoi?
Heidi rimase immobile con la bambina che urlava in
mezzo a noi, fiss la luce che filtrava in corridoio dalla porta
socchiusa dello studio di mio padre. Fece per rispondere,
poi si blocc e prese un bel respiro. - Va bene quello che
prendi tu - decise dopo un attimo. - Grazie.
Annuii, poi indietreggiai mentre lei richiudeva la porta.
L'ultima cosa che vidi fu la faccia rossa della piccola, ancora
impegnata a strillare.
Per fortuna fuori c'era molto pi silenzio. Con il solo sottofondo
dell'oceano e dei rumori del quartiere - le grida dei
bambini, un'autoradio ogni tanto, un televisore acceso a tutto
volume - percorsi la strada che portava dalla zona residenziale
a quella commerciale.
C'era una stretta passeggiata con diversi negozi e locali da
un lato: un bar specializzato in frapp, uno di quei negozi di
cianfrusaglie che vendono teli da mare scadenti e orologi di
conchiglie, una pizzeria. A met circa, superai una piccola
boutique chiamata Clementine's, con una tenda arancione
acceso. Sull'ingresso, fissato con del nastro adesivo, c'era un
foglio che annunciava in grandi caratteri a stampatello: 
una bambina! Thisbe Caroline West, nata il 1 giugno,
tre chili e due. Il negozio di Heidi, pensai. C'erano file di
magliette e jeans sugli appendiabiti, un reparto dedicato ai
trucchi e alle creme per il corpo, pi una ragazza mora con
un vestito rosa che si studiava le unghie dietro la cassa, un
cellulare incollato all'orecchio.
Pi avanti vidi un locale che doveva essere il fast-food di
cui parlava mio padre: last chance caf, i migliori anelli di cipolla della spiaggia! recitava l'insegna. Subito prima
c'era un altro negozio, di biciclette. Fuori, intorno a una
panchina di legno sgangherata, un gruppo di ragazzi pi o
meno della mia et chiacchieravano e osservavano i passanti.
- Il fatto  che il nome deve far colpo - stava dicendo
uno di loro, un tipo tarchiato con un paio di pantaloni al ginocchio
e una catena fissata al portafoglio.Energia, capito?
-  pi importante che sia spiritoso - ribatt un altro,
pi alto e magro, con i capelli ricci e l'aria da sfigato. - E
proprio per questo dovreste scegliere la mia proposta, Cambia
Marcia.  perfetto.
- Sembra un negozio di auto, non di bici - obiett il
tipo basso.
- Guarda che le bici hanno le marcefece notare l'altro.
- E le auto il cambio.
 Anche per i soldi c' il cambio - ribatt il tipo magro.
- Quindi adesso lo vuoi chiamare Cambiavalute?
- No - rispose lo spilungone mentre gli altri due ridevano.
- Sto solo dicendo che il contesto non deve essere
selettivo.
- Chi se ne frega del contesto! - Il tipo basso sospir.
- Quello che ci serve  un nome che salti all'occhio e faccia
vendere. Tipo Zoom. Oppure Senza Freni.
- Come fai ad andare in bici senza freni? - chiese un
tipo girato di spalle. -  da stupidi.
Non  vero - mormor il ragazzo con la catena al portafoglio.
- E poi non mi sembra che tu stia dando grandi
consigli.
Mi allontanai da Clementine's e ripresi a camminare. Proprio
in quel momento, il terzo ragazzo si volt di scatto e i
nostri sguardi si incrociarono. Aveva i capelli scuri tagliati
corti, un'abbronzatura incredibile e un ampio sorriso sicuro
che in quel momento riserv a me. - Guarda, guarda -
scand lentamente, senza staccarmi gli occhi di dosso. - Ho
appena visto passare la ragazza pi sexy di Colby.
- Oh, Ges - sospir lo sfigato scuotendo la testa, mentre
l'altro scoppiava a ridere. - Sei patetico.
Rossa per l'imbarazzo, lo ignorai e continuai a camminare.
Anche se ero sempre pi lontana, sentivo che non smetteva
di guardarmi e sorridere. - Lo vedono tutti - grid
un attimo prima di uscire dalla portata del mio orecchio.
- Potresti anche ringraziarmi, sai?
Ma non lo feci. Non dissi niente, perch non sapevo rispondere
a quel genere di approcci. Se le mie esperienze
in fatto di amicizia erano scarse, quelle legate ai ragazzi -
a parte gli avversari nella lotta al titolo di primo della classe - erano pari a zero.
Non che non mi fossi mai presa una cotta. Nella mia
classe di scienze, alla Jackson, c'era un tipo impedito con
le equazioni che mi faceva sudare le mani ogni volta che ci
mettevano in coppia per qualche esperimento. E alla Perkins
Day avevo flirtato goffamente con Nate Cross, che mi sedeva
vicino ad analisi matematica, ma tutte erano innamorate
di lui perci la cosa non mi rendeva molto speciale. Solo
alla Kiffney-Brown, quando avevo incontrato Jason Talbot,
avevo preso seriamente in considerazione la possibilit di
vivere una di quelle storie da raccontare alle mie vecchie
amiche alla prima occasione. Jason era un tipo sveglio, belloe ancora scottato dalla delusione con la sua ragazza della
Jackson, che lo aveva scaricato per quello che lui definiva
"un saldatore da riformatorio coperto di tatuaggi". Siccome
i seminari della Kiffney-Brown erano sempre riservati
a poche persone, passavamo un sacco di tempo insieme
ad accapigliarci sul discorso per la cerimonia di diploma, e
quando mi aveva invitata al ballo di fine anno non credevo
di potermi emozionare tanto. Ma poi aveva fatto dietrofront
chiamando in causa la "grande opportunit" della conferenza
sull'ecologia. - Sapevo che non te la saresti presa - aveva
esclamato mentre io assimilavo muta la notizia. - Tu s
che capisci cosa conta davvero.
Ok, non mi aveva certo detto che ero bella. Per, a modo
suo, era comunque un complimento.
Al Last Chance Caf c'era il pienone, una fila di gente in
attesa di sedersi al tavolo e due cuochi che sfrecciavano qua
e l dietro una finestrella aperta sulla cucina, mentre sul bancone
si ammucchiavano le ordinazioni. Feci il mio ordine a
una ragazza carina con i capelli scuri e il piercing sul labbro,
poi mi sedetti accanto alla finestra ad aspettare. Guardando
verso la passeggiata, notai i ragazzi di prima ancora
raccolti intorno alla panchina: quello che mi aveva parlato
si era seduto e rideva, con le braccia dietro la testa, mentre
il suo amico basso e robusto faceva avanti e indietro in bici,
impennando ogni tanto.
Ci volle un po', ma non appena mi consegnarono il cibo
capii che mio padre aveva ragione. Valeva la pena aspettare.
Mi ritrovai a pescare degli anelli di cipolla dal cartoccio
prima ancora di uscire sulla passeggiata ormai affollata
di famiglie che mangiavano coni gelato, frotte di ragazzini
che correvano sulla sabbia e coppiette. In lontananza c'era
un tramonto magnifico, sui toni del rosa e dell'arancione, e
continuai a fissarlo mentre superavo indifferente il negozio
di biciclette. Il tipo era ancora l, ma in quel momento stava
parlando con una ragazza alta con i capelli rossi e un paio
di occhiali da sole enormi.
- Ehi - mi chiam a voce alta - se stai cercando qualcosa
da fare stasera, c' un fal al Promontorio. Ti tengo un
posto.
Mi voltai verso di lui. La rossa mi lanci un'occhiataccia
con aria irritata, perci non replicai.
- Ah, cos mi spezzi il cuore! - esclam lui, poi rise.
Continuai a camminare con la sensazione di avere lo sguardo
della rossa dritto tra le scapole. - Non te lo dimenticare.
Ti aspetto.
Di ritorno a casa, trovai tre piatti e qualche posata, poi apparecchiai
e tirai fuori la roba da mangiare. Stavo scuotendo
il sacchetto per far cadere le bustine di ketchup sul tavolo,
quando scese mio padre.
- Mi sembrava di aver sentito odore di anelli di cipolla
- esclam, fregandosi le mani. - Questa roba ha un
aspetto magnifico.
 Scende anche Heidi? - chiesi, facendo scivolare il suo
cheeseburger su un piatto.
- Non credo - rispose, prendendo un anello. A bocca
piena, aggiunse: -  una serataccia, per la bambina. Probabilmente
vuole prima addormentarla.
Guardai su verso le scale, chiedendomi come fosse possibile
che Thisbe stesse ancora piangendo, visto che ero stata
fuori almeno un'ora. - Magari vado a chiederle se vuole
che le porti su qualcosa.
 Certo, ottimo  fece, scostando una sedia dal tavolo per
mettersi comodo. Rimasi per un attimo l impalata a osservarlo
mangiare un altro anello e agguantare con la mano libera
un giornale l vicino. Avrei voluto cenare con mio padre, ovvio,
ma non mi sentivo la coscienza a posto a restare l con lui.
Thisbe piangeva ancora: la sentii appena arrivai in cima
alle scale con la cena di Heidi su un piatto. Davanti alla stanza
rosa, attraverso lo spiraglio della porta scostata, vidi Heidi
seduta a occhi chiusi su una sedia a dondolo, che oscillava
avanti e indietro, avanti e indietro. Avevo paura di disturbarla,
ma lei probabilmente fiut il cibo perch dopo un
istante apr gli occhi.
- Ho pensato che potessi avere fame - dissi a voce alta.
- Devo... vuoi che ti lasci qualcosa?
Mi guard battendo le palpebre, poi abbass lo sguardo
su Thisbe, ancora in piena crisi. - Basta che lo appoggi l -
rispose, indicando con la testa una cassettiera bianca poco
distante. - Lo prendo tra un attimo.
Andai dove mi aveva indicato e spostai una giraffa di peluche
e il libro L'ABC del beb, aperto a una pagina intitolata:
Capricci: cause e soluzioni. O Heidi non aveva avuto il tempo
di leggerlo o quel libro non valeva niente, pensai mentre
posavo il piatto sul mobile.
- Grazie - disse Heidi. Si stava ancora dondolando, un
movimento per me quasi ipnotico ma di certo non per Thisbe,
che continuava a piangere a tutto volume. -  solo che...
Non so dove sto sbagliando. Le ho dato da mangiare, l'ho
cambiata, la tengo in braccio eppure  come se... mi odiasse.
- Probabilmente ha solo una colica - azzardai.
- Ma che significa, di preciso? - Deglut a fatica, poi
riabbass gli occhi sul viso della figlia. - Mi sembra assurdo
e io faccio tutto il possibile...
Le morirono le parole in gola, al che mi venne in mente
mio padre che, tranquillo al piano di sotto, mangiava i suoi
anelli di cipolla leggendo il giornale. Perch non c'era lui l?
Nemmeno io ne sapevo niente di bambini. Proprio in quel
momento, Heidi rialz lo sguardo su di me.
- Oddio, Auden, mi dispiace tantissimo. - Scosse la testa.
- Sono sicura che questa  l'ultima cosa che vorresti
sentire. Sei giovane, dovresti essere fuori a divertirti! - Tir
su con il naso e si asciug gli occhi. - Sai, c' un posto che
si chiama Promontorio proprio in fondo alla strada. Tutte le
ragazze che lavorano nel mio negozio la sera bazzicano l.
Dovresti fare un giro laggi. Di sicuro sar meglio di qui, no?
Senz'altro, pensai, ma mi sembrava scortese dirglielo.
- Magari dopo - risposi.
Lei annu come se avessimo stretto un patto, poi riport lo
sguardo su Thisbe. - Grazie per la cena - ripet. - Davvero.
.. Te ne sono grata.
- Figurati - risposi. Ma lei, con la faccia stanca, stava
ancora guardando la bambina, perci presi quella frase come
un saluto e me ne andai, chiudendomi la porta alle spalle.
Al piano terra mio padre stava finendo di mangiare, tutto
preso dall'inserto sportivo. Quando mi lasciai cadere su
una sedia davanti a lui, sollev gli occhi e mi sorrise. Allora,
come va? La piccola dorme?
- Non proprio - risposi, scartando il mio hamburger.
- Sta ancora strillando.
- Uh. - Scans indietro la sedia e si alz. - Sar meglio
che vada a controllare.
Finalmente, pensai, mentre scompariva su per le scale.
Sollevai l'hamburger e diedi un morso: era freddo ma
ugualmente buono. Non ero nemmeno arrivata a met
quando mio padre ricomparve e and a prendersi una
birra in frigo. Rimasi seduta l a masticare mentre lui faceva
saltare il tappo, beveva un sorso e guardava fuori,
verso l'oceano.
- Tutto ok, lass?
- Oh, certo - rispose tranquillo, spostando la bottiglia
nell'altra mano. - Soffre solo di coliche, proprio come
Hollis. Non c' molto da fare, a parte aspettare che passi.
Il fatto era che volevo bene a mio padre. Forse era un po'
lunatico e decisamente troppo egoista, ma era sempre stato
buono con me e io lo ammiravo. In quel momento, per, capii
che forse per qualcun altro poteva non essere cos. - La
mamma di Heidi verr a darle una mano?
- Sua madre  morta un paio di anni fa - rispose, bevendo
un altro sorso di birra. - Ha un fratello, ma  pi
grande, vive a Cincinnati e ha figli suoi.
- E l'idea di una baby-sitter o roba del genere?
A quel punto mi guard.Non vuole aiuti - tagli corto.
-  come ti ho detto, vuole cavarsela da sola.
Mi balenarono davanti l'attimo in cui Heidi aveva allungato
il collo verso lo studio di mio padre e l'espressione riconoscente
sul suo viso quando le avevo portato la cena. - Magari
dovresti insistere, per. Mi sembra piuttosto stanca.
Si limit a squadrarmi per un attimo, inespressivo.
- Auden - replic alla fine - non  una faccenda di cui
devi preoccuparti, d'accordo? Ci penseremo io e Heidi a risolverla.
In altre parole, stanne fuori. E aveva ragione. Quella era
casa sua e io ero solo un'ospite. Era presuntuoso da parte
mia presentarmi di punto in bianco e pensare di saperne pi
di lui dopo solo poche ore.Giusto - convenni, appallottolando
il tovagliolo. - Certo.
- Perfetto - concluse lui con la voce di nuovo rilassata.
- Allora... io vado di sopra e mi rimetto al lavoro. Vorrei
finire il capitolo entro stanotte. Per te va bene?
Non era una domanda, era solo formulata in modo da
sembrare tale. Buffo che una giusta intonazione potesse modificare
persino la sostanza delle cose. - Sicuro - risposi.
- Vai pure. Non c' problema.
Ma non era vero. Io mi annoiavo e Thisbe stava ancora strillando.
Tirai fuori dalla sacca i vestiti, cercai di decifrare il
mio futuro manuale di Economia I e cancellai tutti i messaggi
sul cellulare. Impiegai al massimo quaranta minuti.
A quel punto, visto che la bambina continuava a piangere
- s, ancora! - afferrai una giacca, mi tirai indietro i capelli
e uscii a fare due passi.
Non ero partita con l'idea di andare al Promontorio,
qualunque cosa fosse e ovunque si trovasse. Volevo solo
un po' d'aria, di silenzio, e volevo ragionare sul comportamento
di mio padre. Ma dopo aver percorso circa un isolato
in direzione opposta rispetto alla passeggiata, mi resi
conto che il marciapiede finiva in una strada senza sbocco,
con un sacco di auto parcheggiate intorno. Su un lato si intravedeva
un sentiero e, ancora pi lontano, una luce. Forse
 un errore, pensai, ma poi mi venne in mente Hollis in
quella cornice e decisi di proseguire.
Il sentiero si inoltrava tra l'erba selvatica e scavalcava
un paio di dune, poi si apriva su un'ampia distesa di
sabbia. A giudicare dall'aspetto, quell'area doveva essere
stata una grossa spiaggia fino a quando l'erosione,
una mareggiata o entrambe le cose non avevano creato
una specie di penisola, dove in quel momento era radunata una
folla di ragazzi, alcuni seduti su tronchi di legno
usati come panchine, altri in piedi intorno a un cerchio
di pietre con dentro un bel fuoco acceso. Su un lato
c'era un grosso pickup con un fusto di birra sul pianale, e
seduto l accanto riconobbi il tipo alto e magro del negozio
di biciclette. Quando mi vide, fece una faccia sorpresa,
poi lanci un'occhiata verso il fal. Neanche a dirlo, il
ragazzo che mi aveva rivolto la parola era l, in giacca a
vento rossa e con in mano un bicchiere di plastica. Stava
parlando con due ragazze - la rossa di prima e una tipa
pi bassa con i capelli neri legati in due treccine - e gesticolava
con la mano libera.
- Occhio a destra! - strill una voce alle mie spalle, seguita
da una specie di sibilo. Mi voltai giusto in tempo per
vedere il tipo basso e robusto di quel pomeriggio che arrivava
in bici pedalando come una furia. Mi scansai con un
salto proprio mentre mi sfrecciava accanto per poi aggirare
la duna e andare sparato verso la parte di spiaggia pi
pianeggiante. Stavo ancora cercando di riprendermi quando
sentii uno sferragliamento di pedali e, dal buio del sentiero,
spuntarono altre due bici, con in sella un tipo biondo
e una ragazza dai capelli cortissimi che, a dispetto della velocit,
parlavano e ridevano tranquilli. Ges, pensai, facendo
un altro passo indietro e andando cos a sbattere contro
qualcosa. O qualcuno.
Quando mi voltai, mi ritrovai faccia a faccia con un tipo
alto e moro, codino basso, vecchia felpa blu con il cappuccio
e jeans. Mi guard di sfuggita - aveva occhi verdi, profondi
- come se si fosse a malapena accorto di me.
- Scusa - dissi, anche se non era colpa mia, mi era arrivato
alle spalle di soppiatto. Lui, per, si limit ad annuire
come se gli dovessi davvero delle scuse e prosegu verso la
spiaggia, infilandosi le mani in tasca.
I segnali erano chiari: dovevo tornare indietro. Proprio
in quel momento, per, sentii una voce dietro di me. - Visto?
Lo sapevo che non potevi resistermi!
Mi girai e vidi il tipo della passeggiata con il bicchiere ancora
in mano. La rossa e la ragazza con le treccine si erano
spostate accanto al fusto di birra e lo osservavano con disapprovazione
mentre avanzava verso di me. Mi sentii d'un
tratto nervosa e a corto di parole, ma poi mi balen davanti
mia madre al tavolo di cucina, circondata da tutti quei dottorandi.
Forse non sapevo cosa dire, ma conoscevo alla perfezione
mia madre e le sue tecniche.
- Posso resisterti eccome - ribattei.
- Be',  naturale che la pensi cos. Non ho ancora iniziato
la mia offensiva - replic.
- La tua offensiva? - chiesi.
Lui si illumin. Quel sorriso - raggiante, ampio, un po'
da scemo - era il suo punto di forza, e lui lo sapeva. - Mi
chiamo Jake. Aspetta che ti prendo una birra.
Uh, pensai. Dopotutto non era cos difficile.
- Me la prendo da sola - risposi. - Basta che mi dici
dove.
* * *
Che problema hai?
A questo non sapevo rispondere. N quando Jake me lo
chiese, mentre mi staccavo da lui chiudendomi la camicetta
e risalivo a tentoni le dune per riprendere il sentiero, n
poco dopo in strada, mentre tornavo a casa di mio padre e
ragionavo tra me e me, scrollandomi la sabbia dai capelli.
Mi sentivo le labbra gonfie e screpolate, la chiusura del reggiseno
- sganciata in gran fretta e ancora a penzoloni - mi
sfregava contro la schiena mentre entravo dalla porta posteriore
e me la richiudevo dietro.
Sgattaiolai di sopra, lungo il corridoio buio, felice di sentire
nient'altro che il rumore dei miei passi. Finalmente Thisbe
dormiva. Dopo una lunga doccia calda, mi infilai una canotta
e un paio di fuseaux, poi mi sistemai nella mia stanza e
aprii di nuovo il libro di economia. Ma per quanto provassi
a concentrarmi sulle parole, gli avvenimenti di quella sera
continuavano a tormentarmi: il tono brusco di mio padre, il
sorriso rilassato di Jake, il nostro approccio goffo e frettoloso
dietro le dune e la percezione improvvisa di quanto fosse
strano e sbagliato, lontano anni luce dal mio modo di fare.
Forse mia madre era a proprio agio nel ruolo della stronza
distaccata ed egoista. Io no: avevo solo giocato. Finch poi
il gioco era finito. Ero una ragazza intelligente. Perch avevo
fatto una cosa tanto stupida?
Mi salirono le lacrime agli occhi, le parole sempre pi sfocate
sulle pagine, e allora mi schiacciai i palmi sul viso per
cercare di frenarle. Niente da fare. Anzi, erano contagiose:
Thisbe riattacc a piangere e, dopo un istante, sentii qualcuno
lungo il corridoio - Heidi, ne ero certa - e poi il rumore
di una porta che si apriva e si chiudeva.
Un'ora dopo, quando le mie lacrime si erano ormai asciugate,
la bambina non accennava ancora a smettere. Forse fu
il senso di colpa per come mi ero comportata quella notte.
O semplicemente il bisogno di qualcosa che mi distraesse
dai miei problemi. Fatto sta che uscii dalla mia stanza e andai
verso quella di Thisbe. Questa volta non bussai. Mi limitai
a spingere la porta, al che Heidi, seduta sulla sedia a
dondolo con la faccia distrutta e rigata di lacrime, alz gli
occhi. - Dalla a me - mi offrii tendendo le braccia. - Tu
riposati un po'.
* * *
Ero abbastanza sicura che L'ABC del beb non parlasse delle
passeggiate all'alba in riva al mare come cura per le coliche.
Mai dire mai. All'inizio non credevo che Heidi me l'avrebbe
lasciata. Malgrado le ore di pianti e il suo evidente sfinimento,
continuava a esitare. Ma quando feci un altro passo
avanti e cercai di rassicurarla, lei sospir e io, non so come,
mi ritrovai mia sorella in braccio.
Era piccola piccola. E si dimenava di qua e di l, il che la
faceva sembrare ancora pi fragile anche se, a giudicare da
quegli strilli, da qualche parte aveva di sicuro un po' di forza.
Sentii il calore della sua pelle sulla mia e l'umidit alla
base del collo, dove i capelli erano sudati. Poverina, pensai,
sorprendendo persino me stessa.
- Non so proprio cosa vuole - gemette Heidi, riaccasciandosi
sulla sedia a dondolo, che and a sbattere contro
il muro. -  solo che... Non ce la faccio... Non ce la faccio
pi a sentirla piangere.
- Vai a dormire - la incoraggiai.
- Non lo so - mormor. - Forse dovrei...
- Vai - ripetei e anche se non intendevo usarlo, il mio
tono deciso funzion. Si alz dalla sedia tirando su col naso,
mi pass davanti e poi in corridoio, diretta in camera sua.
E allora mi ritrovai sola con Thisbe e i suoi strilli. La portai
a spasso: per la sua stanza, poi al piano di sotto, in cucina,
intorno al mobile isola, di nuovo in soggiorno, il che
riusc un po' a calmarla, ma non molto. Poi vidi il passeggino
accanto alla porta. Erano pressappoco le cinque quando,
dopo aver assicurato con le cinghie la bambina ancora
in lacrime, cominciai a spingerla lungo il vialetto. Tempo di
arrivare alla cassetta delle lettere, neanche dieci metri pi
avanti, e aveva smesso.
Impossibile, pensai, fermandomi a guardarla. Neanche
un secondo ed eccola prendere fiato e riattaccare, pi forte
di prima. Ricominciai immediatamente a spingerla e dopo
poco... silenzio di nuovo. Procedendo di buon passo, imboccai
la strada principale.
Quando arrivai alla zona commerciale, ormai stava dormendo
beata sotto la sua copertina, con gli occhi chiusi e il
viso rilassato. Davanti a noi si stendeva la passeggiata deserta,
accarezzata da un vento frizzante. Gli unici rumori
erano lo sciabordio dell'oceano e il cigolio delle ruote del
passeggino.
Arrivata al Last Chance Caf feci dietrofront e solo allora
notai un'altra persona, anche se distante, giusto un puntino
in movimento. All'altezza della tenda arancione di
Clementine's mi resi conto che era qualcuno in bici. Si trovava
in un punto in cui la passeggiata si apriva verso la
spiaggia. Rimasi a scrutarlo in lontananza: si alzava sulla
ruota anteriore, avanzava a saltelli per un paio di metri e
poi si riabbassava, ruotando il manubrio. Inizi a pedalare
all'indietro, a zigzag, poi ripart di scatto in avanti, scartando
una panchina l vicino, poi di nuovo all'indietro. I movimenti
erano fluidi, quasi ipnotici. Pensai a Heidi sulla sedia
a dondolo e a Thisbe nel passeggino, al delicato potere
calmante del movimento. Ero cos distratta dalle evoluzioni
di quella figura in bicicletta che riconobbi la felpa blu con
il cappuccio e i capelli scuri legati in un codino basso solo
quando gli fui vicino. Era lo stesso ragazzo contro cui ero
andata a sbattere sul sentiero poche ore prima.
Questa volta, per, fui io a coglierlo di sorpresa. Quando
mi vide, ad appena un paio di metri da lui, sobbalz e sterz
in una goffa frenata. Dal suo sguardo capii che anche lui
mi aveva riconosciuta ma non fu comunque molto amichevole,
nessun ciao. Neanch'io dissi niente. Restammo tutti
e due impalati a guardarci. Probabilmente la cosa sarebbe
diventata molto imbarazzante se Thisbe non avesse cominciato
di nuovo a piangere.
- Oh - mormorai, affrettandomi a spingere il passeggino
avanti e indietro. La piccola si calm all'istante ma rimase
con gli occhi aperti puntati verso il cielo. Il tipo la stava
osservando al che io, chiss per quale motivo, mi sentii
costretta ad aggiungere: - Lei...  stata una notte lunga.
Il tipo mi guard di nuovo, la faccia serissima, quasi tormentata,
anche se non sapevo perch mi ispirasse proprio
quella parola. Guard di nuovo Thisbe e poi replic: - Non
lo sono tutte?
Stavo giusto per rispondere - volevo dirgli che ero d'accordo
- ma lui aveva gi iniziato a pedalare all'indietro senza
che potessi dire nulla. Niente saluti, niente di niente, solo
una rotazione del manubrio, i piedi sui pedali e via. Anzich
andare in linea retta, percorse la passeggiata zigzagando
lentamente da una parte all'altra, gi gi fino in fondo.

 CAPITOLO 3.

- Per te.
Abbassai lo sguardo: davanti a me, su un piattino giallo,
c'era un muffin ai mirtilli paffuto e perfetto. Con accanto
un quadratino di burro, come un accessorio.
- Tuo padre mi ha detto che sono i tuoi preferiti-spieg
Heidi. - Stamattina ho comprato i mirtilli al mercato apposta
per prepararteli.
Anche se era ancora visibilmente stanca, in quel momento
la mia matrigna assomigliava molto di pi alla Heidi che
conoscevo: aveva i capelli legati con cura e indossava un
paio di jeans e una maglietta pulita coordinata, pi un velo
di lucidalabbra. - Non dovevi - dissi.
- Invece s - rispose. Aveva la voce piatta, seria. - Eccome.
Erano le due di pomeriggio, ero appena scesa di sotto dopo
sette ore buone di sonno e l'avevo trovata in cucina, intenta
a sciacquare una ciotola, con la bambina che le dormiva
sistemata sull'altro braccio. Stavo andando dritta alla macchina
del caff senza alcuna voglia di fare conversazione,
ma prima che potessi accorgermene Heidi mi aveva preso
alla sprovvista con un abbraccio e il muffin appena sfornato.
-  grazie a te - continu mentre si lasciava scivolare
su una sedia davanti a me e spostava leggermente la bambina
- se mi sono fatta le prime quattro ore di sonno ininterrotto
da quando ho partorito. Mi sembra un miracolo.
- Non  stata chiss che impresa - ribattei, nella speranza
che lasciasse cadere l'argomento. Tutte quelle gentilezze
avevano un retrogusto amaro di disperazione.
- Dico sul serio - continu lei, senza cogliere il mio segnale.
- Sei ufficialmente la persona che preferisco al mondo.
Splendido, pensai. Invece di rispondere, scartai il muffin
e diedi un morso. Era ancora caldo, squisito, e mi sentii terribilmente
ingrata per tutto quello che avevo sempre pensato
di Heidi. -  buonissimo.
- Sono contenta! - esclam mentre squillava il telefono.
- Ripeto: era il minimo che potessi fare.
Dando un altro morso, la osservai mentre si alzava spostando
la piccola sull'altro braccio per prendere il ricevitore
dal bancone. - Pronto? Oh, Maggie, bene, mi stavo
giusto chiedendo se quell'ordine fosse arrivato... Aspetta,
 tutto ok? - Socchiuse gli occhi. - Hai una voce strana.
Stai piangendo?
Oh, Signore, pensai prendendo il giornale e scorrendo i
titoli. Cosa avevano le donne di quella citt? Tutte con la lacrima
facile?
- Va bene - scand Heidi. -  solo che mi sei sembrata...
No, no, certo. Come? Be', dovrebbe essere in ufficio,
nel cassetto sulla sinistra. Non c'? Ah. Allora fammi pensare...
- Si guard in giro, poi si port di scatto la mano
alla bocca. Con voce pi acuta aggiunse: - Oh, merda. 
qui, l'ho visto,  accanto alla porta. Oddio, come  successo?
No, te lo porto subito. Nessun problema, metto Thisbe
nel passeggino e...
La persona al telefono prese a parlare con voce altrettanto
alta e stridula. Mandai gi un sorso di caff, poi un altro,
e proprio allora Thisbe pens bene di unirsi al coro. Chiss
se le emozioni sono come il ciclo mestruale, pensai. Basta
mettere insieme un certo numero di donne e si sincronizzano
tutte come degli orologi.
-Cavoli-esclam Heidi, guardando l'ora. - Senti, prima
di uscire devo darle da mangiare. Di' al tipo delle
consegne... I contanti nel cassetto bastano? Be', puoi controllare?
- Segu una pausa, durante la quale Thisbe pass da qualche
lamento a un pianto disperato. Heidi sospir. - D'accordo.
No, arriviamo subito. Tu... tieni duro. Ok. Ciao.
Riagganci, poi attravers la stanza diretta ai piedi delle
scale, cullando leggermente Thisbe. - Robert? - grid
a faccia in su. - Tesoro?
- S? - rispose mio padre dopo un attimo, la voce smorzata.
- Potresti dare da mangiare a Thisbe al posto mio? Devo
portare di corsa il libretto degli assegni in negozio.
Dall'alto arriv un rumore di passi, poi la voce di mio padre
che, pi forte e chiara, chiese: - Stai parlando con me?
Thisbe scelse quel momento per alzare il volume, tanto
che Heidi fu costretta a gridare: - Non  che potresti dare
il biberon a Thisbe? Ho bisogno di andare al negozio perch
ho lasciato qui il libretto degli assegni e pensavo che
potessero pagare la consegna in contanti ma i soldi nel cassetto
non bastano e...
Troppe informazioni, pensai scolando le ultime gocce di
caff. Perch doveva farla sempre tanto complicata?
- Tesoro, non  proprio il momento giusto per una
pausa - rispose mio padre. - Puoi aspettare venti minuti?
Thisbe si mise a strillare, una risposta chiara e inequivocabile.
- Ehm - esit Heidi abbassando lo sguardo su di
lei - non so...
- Va bene - sbott mio padre con un tono stizzito da
vittima che riconobbi all'istante. Va bene, aveva detto a mia
madre, sei tu che ci mantieni con il tuo lavoro. Va bene, immagino
che tu sappia meglio di me cosa vuole l'industria
dell'editoria. Va bene, allora smetter del tutto di scrivere,
tanto non sono mai stato candidato al pi importante premio
letterario nazionale. - Dammi solo un minuto e...
- Ce lo porto io - intervenni, spingendo indietro la sedia.
Heidi mi lanci un'occhiata, sorpresa, ma non quanto
me. Pensavo di essermi ormai liberata dell'abitudine a evitare
il conflitto. - Tanto volevo andare in spiaggia.
- Sei sicura? - domand Heidi. - Perch mi hai gi aiutato
tanto stanotte e non voglio chiederti di nuovo...
- Si  offerta lei, Heidi - grid mio padre. Non riuscivo
ancora a vederlo, lo sentivo solo tuonare dall'alto, invisibile
come Dio. - Non fare la martire.
Ottimo consiglio, stavo pensando dieci minuti dopo, mentre
percorrevo la passeggiata con in mano il libretto degli
assegni e qualche muffin per le ragazze. Ventiquattr'ore a
Colby e gi non mi riconoscevo. Mia madre ne sarebbe stata
disgustata, pensai. Io di certo lo ero.
La prima cosa che vidi quando misi piede da Clementine's
fu la ragazza mora della sera prima che, accanto al
bancone, parlava con il corriere. - Lo so che  da stupidi
piangerci ancora sopra - stava dicendo. - Ma siamo stati
insieme per due anni. Non era solo una storiella. Facevamo
abbastanza sul serio. E quindi ci sono giornate che... come
oggi ad esempio... s insomma,  dura.
Appena mi vide, il corriere, che sembrava decisamente a
disagio, si illumin in viso. - A quanto pare il libretto degli
assegni  arrivato.
- Oh! - La ragazza si volt verso di me, poi batt le palpebre,
confusa. - Heidi ... per caso sei...?
- La sua figliastra - spiegai.
- Davvero? Ottimo. Sei venuta ad aiutarla con la bambina?
- Non...
- Non vedo l'ora di conoscerla - continu senza lasciarmi
il tempo di finire. - Ha un nome splendido!  cos insolito.
Credevo che Heidi volesse chiamarla Isabel o Caroline,
ma forse mi sbagliavo...
Le diedi prima il libretto degli assegni, poi il sacchetto.
Vedendola perplessa, aggiunsi: - Muffin.
- Davvero? - esclam entusiasta mentre apriva il sacchetto.
- Mmm, che profumino. Tieni, Ramon, ne vuoi?
- Allung il sacchetto verso il corriere, che infil dentro la
mano e ne prese uno, poi verso di me. Quando scossi la testa,
prese il suo muffin. - Grazie mille. Ecco, ora compilo alla svelta l'assegno, almeno puoi riportare indietro il libretto
perch credo che Heidi ne avesse bisogno per delle
fatture e non vorrei che ti toccasse ritornare. Certo, sarebbe
comodo se stesse sempre qui, per...
Annuii - troppe informazioni, di nuovo - e poi andai verso
un espositore di jeans, lasciandola alle sue chiacchiere.
Dietro i pantaloni, sistemati verso il fondo, c'erano dei costumi
da bagno in saldo, perci mi misi a curiosare. Stavo dando
un'occhiata a un bikini rosso con le culottes, abbastanza
decente, quando sentii scampanellare la porta d'ingresso.
- Caffeina in arrivo - grid una voce femminile. - Doppio
espresso, panna extra. Come piace a te.
- E qui - un altro scampanellio - c' l'ultimissimo numero
di "Hollyworld". Appena uscito in edicola.
- Ragazze! - squitt Maggie. Guardai verso di loro ma
i costumi appesi mi schermavano la visuale e riuscivo a
scorgere solo Maggie, perch Ramon, beato lui, doveva essersene
gi andato. - A cosa devo l'onore di questa visita?
Per un attimo nessuna fiat, al che io ricominciai a curiosare.
Poi una delle ragazze rispose: - Be'... in effetti dobbiamo
dirti una cosa.
- Una cosa? - chiese Maggie.
- S - conferm l'altra. Pausa. Poi aggiunse: - Per voglio
precisare che  solo per il tuo bene. Ok?
- Ok - ripet lentamente Maggie. - Ma gi non mi
piace...
- Ieri notte Jake ha baciato una - spar la prima ragazza.
- Al Promontorio.
Oh, merda, pensai.
- Come? - chiese Maggie con un filo di voce.
- Leah! - esclam l'altra ragazza. - Ges. Credevo che
fossimo d'accordo per dirglielo con delicatezza.
- Sei tu quella che voleva dirglielo con delicatezza - ribatt
Leah. - Secondo me bisogna farlo di colpo, come la
ceretta alle sopracciglia.
- Parlate sul serio? - Sentendo la voce alta e tesa di
Maggie, mi rimpicciolii ancora di pi dietro i costumi,
chiedendomi se ci fosse un'uscita sul retro. - Come fate a
saperlo? Chi era? Cio, come...?
- Eravamo l - rispose secca Leah. - Abbiamo visto
tutto: prima  spuntata questa tipa, poi si sono messi a parlare
e alla fine si sono imboscati dietro le dune.
- E voi non l'avete fermato? - strill Maggie.
- Ehi - fece l'altra ragazza. - Calmati, ok?
- Non dirmi di calmarmi, d'accordo, Esther? Chi era
questa?
Altro silenzio. Stupida Heidi e stupido libretto degli assegni,
pensai, sprofondando sempre pi dietro i costumi interi.
- Non lo sappiamo - rispose Leah. - Una in vacanza,
una turista.
- Be', com'era? - chiese Maggie.
-  importante? - azzard Esther.
- Certo!  essenziale!
- Proprio essenziale - sospir Leah.
- Era pi carina di me? - incalz Maggie. - Pi alta?
Scommetto che era bionda. Era bionda?
Silenzio. Feci capolino da dietro i costumi, ormai per niente
sorpresa di vedere la rossa e la ragazza con le treccine del
fal. Le due si scambiarono un'occhiata e poi quella con le
treccine - Esther - rispose: - Aveva i capelli neri e la pelle
chiara. Pi alta di te, ma un po' troppo secca.
- E la sua pelle non era un granch - aggiunse la rossa,
di sicuro Leah.
Quelle parole furono una doccia fredda. Prima di tutto
non ero affatto secca. E poi d'accordo, avevo qualche brufolo,
ma solo roba di passaggio, niente di serio. E comunque
chi gli dava il diritto di...
All'improvviso la fila di costumi appesi davanti a me si
apr in due, come il Mar Rosso. E di colpo, con un tintinnio
metallico di appendiabiti, mi ritrovai faccia a faccia con
Maggie.
- Per caso - chiese socchiudendo gli occhi - somigliava
a lei?
- Porca vacca - esclam Leah. Accanto a lei, Esther si
port di scatto la mano alla bocca.
- Non ci posso credere - strill Maggie, mentre io resistevo
all'impulso di nascondermi dietro un reggiseno a fascia.
- Hai baciato Jake, ieri notte?
Deglutii, e quel suono mi sembr pi forte di uno sparo.
- Non ... - cominciai, poi mi resi conto che mi tremava
la voce e mi fermai per prendere fiato. - Non  stato niente.
Maggie inspir cos a fondo che le si incavarono le guance.
- Niente - ripet. Poi moll la presa sui costumi e lasci
cadere le mani penzoloni. - Baci l'amore della mia vita,
il ragazzo che volevo sposare...
- Oddio - gemette Leah. - Ci risiamo.
- E tu dici che non  niente? Davvero?
- Maggie - intervenne Esther avvicinandosi - dai.
Non  lei, il problema.
- Allora qual  il problema, sentiamo?
Esther sospir. - Lo sapevi anche tu che prima o poi sarebbe
successo.
- No che non lo sapevo - protest Maggie. - Proprio
per niente.
- Invece s. - Esther le mise una mano sulla spalla e la
strinse. - Ammettilo. Se non fosse stata lei, sarebbe toccato
comunque a un'altra.
- A un'altra stupida - aggiunse Leah prendendo la rivista
e sfogliandola. Poi, ripensandoci, mi lanci un'occhiata
e specific: - Senza offesa. Solo che lui  un idiota.
- Non  vero - ribatt Maggie, mentre gli occhi le si
riempivano di lacrime.
- Dai, Maggie. Lo sai che  cos. - Esther mi guard di
sfuggita, poi fece scivolare il palmo lungo il braccio dell'amica,
fino a prenderle la mano per stringerla. - E ora puoi
davvero cominciare a dimenticarlo. Se ci pensi bene,  forse
la cosa migliore che potesse capitarti.
- Esatto - conferm Leah girando pagina.
- Come vi salta in mente? - piagnucol Maggie, lasciando
per che Esther la riaccompagnasse al bancone e
poi prendendo inebetita il caff che Leah le porgeva.
- Perch continuavi a rimanere aggrappata al passato -
spieg Esther con dolcezza - a torturarti e a pensare che
sarebbe tornato. Invece ora devi lasciar perdere. Tutto sommato,
lei ti ha fatto un favore.
Maggie si gir a guardarmi e io mi raddrizzai. Quasi mi
vergognavo di aver avuto paura di lei: era minuscola, rosa
come un piumino per la cipria. Forte di quel pensiero, riaffiorai
da dietro i costumi e mi avviai alla porta.
- Aspetta un secondo.
Non ero tenuta a fermarmi. Lo sapevo. Eppure rallentai
e mi voltai. Ma non dissi nulla.
- Lui ti... - inizi, interrompendosi per prendere fiato
- lui ti piace sul serio? Lo so che  patetico, ma ho bisogno
di saperlo.
Per un attimo mi limitai a guardarla, gli occhi di tutte
puntati addosso. - Non significa niente per me - risposi
alla fine.
Mi fiss per un altro istante. Poi recuper il libretto degli
assegni, mi raggiunse e me lo restitu. - Grazie-mi disse.
Forse nel mondo delle ragazze quello era un momento topico.
Quando si guarda oltre le differenze superficiali, ci si
rende conto di avere qualcosa in comune e si diventa vere
amiche. Ma era un mondo che non conoscevo bene, in cui
non avevo mai vissuto e che non ero minimamente interessata
a esplorare, nemmeno da turista. Perci presi il libretto
degli assegni, salutai con un cenno e uscii lasciando che
quel gruppetto di ragazze - come tanti altri prima d'allora
- fosse libero di spettegolare alle mie spalle.
* * *
- Allora - disse mia madre - raccontami tutto.
Era il tardo pomeriggio e avevo dormito come un sasso
finch il cellulare non si era messo a squillare. Anche senza
guardarlo, sapevo che doveva essere mia madre. Innanzitutto
perch era il suo orario preferito per telefonare, giusto
all'ora dell'aperitivo. E poi perch non aspettavo chiamate
da nessun altro, tranne forse da mio fratello Hollis, ma lui
telefonava solo nel cuore della notte perch ancora non aveva
afferrato il concetto di fuso orario.
- Be' - risposi, soffocando uno sbadiglio - il posto 
davvero carino. Dovresti vedere il panorama.
- Non ne dubito - replic. - Ma non mi annoiare con
la scenografia, voglio i particolari. Come sta tuo padre?
Deglutii, poi lanciai un'occhiata alla porta chiusa come se
potessi trapassarla con lo sguardo e vedere quella che dava
nel suo studio. Era incredibile la facilit con cui mia madre
riuscisse a beccare proprio la cosa di cui non mi andava di
parlare. Ci azzeccava sempre.
Ormai ero a casa di mio padre da tre giorni ma l'avevo visto
s e no tre ore. O era nello studio a lavorare o in camera
a dormire oppure in cucina a mangiare qualcosa al volo, di
passaggio verso l'una o l'altra stanza. E pensare che mentalmente
mi ero fatta un film di noi due che uscivamo insieme,
affiatati pi che mai, dividendoci un piatto di anelli
di cipolla e parlando di letteratura e del mio futuro. Le nostre
conversazioni invece si svolgevano di solito sulle scale
e si limitavano a un rapido scambio di battute - Come va?
Sei stata al mare, oggi? - mentre proseguivamo in direzioni
opposte. E comunque era sempre meglio di quando bussavo
alla porta del suo studio. In quei casi non si disturbava
nemmeno a staccare gli occhi dallo schermo del computer e
i miei tentativi di dialogo rimbalzavano contro la sua nuca
come colpi non andati a segno.
Uno schifo. La cosa peggiore, per, era che se mio padre
era inesistente, Heidi invece la trovavo dappertutto. Se andavo
a prendere un caff, era in cucina che dava da mangiare
alla bambina. Se cercavo di nascondermi sul patio, lei spuntava
con Thisbe in una specie di marsupio e mi invitava a
seguirle per una passeggiata sulla spiaggia. Nemmeno nella
mia stanza ero pi al sicuro perch, data la vicinanza alla
cameretta, persino il minimo movimento o rumore bastava
a richiamare la sua attenzione, quasi pensasse che avessi il
suo stesso disperato bisogno di compagnia.
Evidentemente si sentiva sola. Ma io no. Ci ero abituata:
mi piaceva. Motivo per cui era strano che notassi le mancate
attenzioni di mio padre, e ancora pi strano che me ne
importasse. Per qualche ragione, per, era cos. E i muffin,
le chiacchiere e l'eccessiva cordialit di Heidi non facevano
che peggiorare la situazione.
Avrei potuto raccontare tutto a mia madre. In fondo era
esattamente quello che voleva sentire. Ma mi sembrava che
darle questa soddisfazione equivalesse ad ammettere un
fallimento. Cosa mi ero aspettata di trovare, del resto? Cos
scelsi un approccio diverso.
- Be' - iniziai - scrive un sacco. Resta chiuso nel suo
studio tutti i giorni a tutte le ore.
Una pausa mentre elaborava l'informazione. Poi:-Ah, s?
- Gi - risposi. - Dice che ha quasi finito il libro, mancano
solo gli ultimi ritocchi.
- Ritocchi che richiedono lavoro tutti i giorni a tutte le
ore - comment. Ahi. - E la bambina? Tuo padre d una
mano a Heidi?
- Ehm - mormorai per poi pentirmene all'istante, sapendo
che quella esitazione la diceva lunga. - S. Ma lei
vuole cavarsela da sola a tutti i costi...
- Oh, per favore - mi interruppe mia madre. Aveva un
tono soddisfatto. - Nessuno vuole occuparsi di un neonato
da solo. E se lo dice,  solo perch in realt non ha scelta.
Hai mai visto tuo padre cambiare un pannolino?
- Sono sicura che l'abbia fatto.
- S, Auden. - Mi sfugg una smorfia. Era come essere
messi all'angolo, colpo dopo colpo. - Ma tu l'hai visto?
- Be', in effetti no - ammisi.
- Ah. - Sospir e mi sembrava quasi di sentirla sorridere.
-  bello sapere che certe cose non cambiano mai.
Avrei voluto dirle che una tale convinzione non avrebbe
dovuto creare stupore. Invece replicai:-Tu come te la passi?
- Io? - Nuovo sospiro. - Oh, presa dal solito tran tran.
Mi hanno chiesto di dirigere la commissione che riscriver i
corsi base di inglese per il prossimo anno, con tutti i relativi
drammi che la cosa comporta. E poi ci sono i vari articoli
promessi alle riviste, il viaggio a Stratford che si avvicina e,
ovvio, decisamente troppe tesi che non saranno mai pronte
senza una bella dose di assistenza continuata.
- Per, che estate - commentai aprendo la finestra.
- Non me ne parlare. Con questi dottorandi, giuro che
non si finisce mai. Sono tutti cos impazienti. - Sospir di
nuovo, al che mi tornarono in mente quegli occhiali con la
montatura nera posati sul bancone. - Ho una mezza intenzione
di svignarmela sulla costa come te e passare l'estate al
mare senza preoccuparmi di niente al mondo.
Fuori dalla finestra guardai l'acqua, la sabbia bianca, il
Promontorio appena visibile in lontananza. Gi, fui tentata
di dire. Proprio come me. - E invece - chiesi ancora, assorta
nei miei pensieri - hai sentito Hollis di recente?
- Due notti fa - rispose. Poi si mise a ridere. - Mi ha
raccontato che ha conosciuto dei norvegesi diretti a un congresso
ad Amsterdam. Hanno appena avviato un'azienda su
internet e sembra che siano molto interessati a Hollis: pensano
che sia aggiornatissimo sui gusti del loro pubblico americano,
mi spiegava. Tuo fratello crede che questo incontro
gli possa fruttare un qualche incarico...
Alzai gli occhi al cielo. Buffo come mia madre non si facesse
mai fregare da me e invece abboccasse in pieno, senza
riserve, quando Hollis partiva per Amsterdam con gente
appena conosciuta, spacciando la cosa per una strategia
professionale.
Proprio in quell'istante sentii bussare alla porta. Aprii e,
con mia sorpresa, vidi mio padre fermo sulla soglia. - Ehi -
disse, sorridendo. - Stiamo andando a cena fuori, pensavamo
che magari ti andava di venire con noi.
- Certo - risposi, muovendo solo le labbra nella speranza
che mia madre, ancora infervorata a parlare di Hollis,
non sentisse.
- Auden? - Niente da fare. La sua voce usc distinta
dal ricevitore, sottolineata dalla smorfia di mio padre.
- Sei ancora l?
- S - risposi. - Ma  appena arrivato pap a invitarmi
fuori a cena, perci  meglio che vada.
- Oh - esclam - quindi oggi ha finito con i ritocchi?
- Ti richiamo dopo - conclusi alla svelta, prima di
chiudere il telefono e stringerlo nel pugno.
Mio padre sospir. - Come sta tua madre?
- Bene - risposi. - Andiamo.
Heidi ci stava gi aspettando di sotto con il cellulare incollato
all'orecchio e Thisbe ben assicurata nel passeggino.
Mio padre apr la porta e lei spinse fuori la bambina, continuando
a parlare. - Ma non ha senso! Mi sono occupata io
del libro paga e c'erano un sacco di soldi sul conto. Non...
Be', certo. La banca dovrebbe saperlo. Mi dispiace da morire,
Esther, sono mortificata. Senti, stiamo arrivando. Prelevo
un po' di contanti al bancomat e poi luned sistemiamo
tutto, ok?
Mettendo piede fuori, mio padre fece un bel respiro.
- Come si fa a non amare quest'aria di mare! - mi disse,
battendosi le mani sul torace. -  un toccasana per
lo spirito.
- Sembri di buon umore - osservai mentre Heidi, ancora
al telefono, faceva scendere il passeggino sui gradini
d'ingresso, e infine ci incamminavamo.
- Ah, tutto merito della svolta con il libro - rispose, allungandosi
verso Heidi e sostituendosi alla guida del passeggino.
Lei si spost sorridendo, mentre lui iniziava a spingere
Thisbe. - Questo capitolo centrale mi ha dato del gran
filo da torcere, non riuscivo proprio a trovare il ritmo. Ma
poi oggi, di colpo... si  incastrato tutto alla perfezione. -
Schiocc le dita. - Cos! Ormai anche il resto sar una passeggiata.
Guardai Heidi, che in quel momento stava dicendo qualcosa
a proposito delle commissioni bancarie, un'espressione
preoccupata sul viso. - Pensavo che fossi in fase di ritocco
- osservai, rivolta a mio padre.
-Come? - chiese lui, salutando con un cenno un uomo
che faceva jogging con un iPod alle orecchie.-Oh, certo. Si
tratta solo di mettere insieme i pezzi. Qualche altra giornata
come quella di oggi e finir la prima stesura entro met
estate. Al pi tardi.
- Wow - commentai. Heidi chiuse il telefono e si pass
una mano tra i capelli. Mio padre si sporse verso di lei
e, cingendole la vita, la tir a s e le stamp un bacio sulla
guancia.
- Non  splendido? - esclam, sorridente. - Tutti insieme
per la prima uscita di Thisbe al Last Chance.
-  magnifico - conferm Heidi. - Io per devo fermarmi
un attimo al negozio. Sembra che ci sia un problema
con gli assegni paga...
-  venerd sera, tesoro!-protest mio padre. - Lascia
perdere. Il lavoro pu aspettare fino a luned.
- S, ma... - rispose Heidi mentre le squillava di nuovo
il cellulare. Lanci un'occhiata allo schermo e poi se lo port
all'orecchio. - Pronto? Leah, s, cosa... oh. No, lo so. Senti,
sei alla filiale vicino al negozio? Ok, allora vai e ci vediamo
l. Stavo giusto sistemando le cose.
- Queste ragazze che assume - fece mio padre accennando
a Heidi. - Tipiche adolescenti. C' sempre qualcosa
che non va.
Annuii come se io non fossi, di fatto, un'adolescente. Ma
in fin dei conti per mio padre era proprio cos.
- Sono stati respinti degli assegni - gli spieg Heidi.
-  una faccenda piuttosto seria.
- Allora chiama il tuo commercialista e lascia che se la
sbrighi lui - ribatt facendo una faccia buffa a Thisbe, sul
punto di addormentarsi. - Sei insieme alla tua famiglia.
- Non si occupa lui del libro paga, ma io-spieg Heidi.
- Be', allora puoi dire alle ragazze di aspettare dopo cena.
- Non posso, Robert. Devono essere pagate e...
- Senti - la interruppe mio padre, infastidito-non sei
stata tu a dire che non passavo abbastanza tempo con te, la
bambina e Auden? A insistere perch piantassi il lavoro e
cenassimo fuori tutti insieme?
- S - rispose Heidi mentre il telefono squillava di
nuovo. - Ma...
- Perci ho staccato presto. E proprio in una delle mie
giornate migliori, se vuoi saperlo - continu, mentre imboccavamo
la passeggiata - ma adesso sei tu che ti tiri indietro.
- Si tratta di lavoro, Robert.
- Perch, il mio non  lavoro?
Oddio, pensai. Bastava solo modificare qualche dettaglio
- l'insegnamento al posto del negozio, i consigli di facolt
al posto dei dipendenti - e quella discussione era identica
alle tante avute con mia madre, anni prima. Lanciai un'occhiata
a Heidi: aveva il viso stanco. Nel frattempo eravamo
gi arrivati al negozio, con Esther e Leah in piedi davanti
all'ingresso. - Senti - propose a mio padre - perch tu
e Auden intanto non prendete la bambina e trovate un tavolo?
Io vi raggiungo l. Ci vorr solo qualche minuto. Ok?
- Va bene - rispose mio padre anche se, chiaramente,
pensava il contrario.
Non era l'unico a essere scontento. Venti minuti dopo,
nel preciso istante in cui stavano per darci un tavolo al Last
Chance, Thisbe si svegli e inizi a frignare. Un pianto lieve e
sordo che divent sempre pi forte. Quando arriv la cameriera
con i menu, la bambina stava praticamente strillando.
- Oh - gemette mio padre, dondolando il passeggino
avanti e indietro. Thisbe non accenn a smettere. - Ehm,
Auden, potresti mica...?
Tronc l la frase, ma non avevo idea di cosa mi stesse
chiedendo. Poi, mentre Thisbe continuava ad attirare l'attenzione
di mezzo ristorante, mi lanci un'altra occhiata,
stavolta di terrore, e capii che mi stava pregando di intervenire.
Assolutamente ridicolo. Eppure lo feci.
- La prendo io - dissi, strappandogli di mano il passeggino
e trascinandolo in retromarcia verso la porta. - Perch
tu intanto...
- Mi siedo e ordino per tutti - fin. - Riportala dentro
appena si  calmata, ok?
Certo. Come se fosse una cosa da niente.
Uscii sulla passeggiata, dove almeno non c'era anche il
rimbombo del locale, e mi sedetti accanto a lei su una panchina.
Per un attimo le osservai il viso congestionato e deformato,
poi lanciai un'occhiata nella tavola calda. Oltre il
bancone all'ingresso, lungo uno stretto passaggio, c'era mio
padre seduto a un tavolo da quattro, con un menu aperto
davanti. Deglutii, poi mi passai una mano sul viso, chiudendo
gli occhi.
La gente non cambia, aveva detto mia madre, e naturalmente
aveva ragione. Mio padre era rimasto egoista e sconsiderato,
proprio come io continuavo a non volerci credere
anche se ne avevo le prove sotto il naso. Forse eravamo tutti
destinati a ripetere all'infinito gli stessi errori, senza imparare
mai niente. Accanto a me, Thisbe stava strillando e
io avrei voluto imitarla, abbandonarmi contro lo schienale,
spalancare la bocca e sfogare una volta per tutte anni e
anni di frustrazione, tristezza e molto altro. Invece rimasi
semplicemente seduta in silenzio finch d'un tratto non mi
sentii osservata.
Aprii gli occhi e l accanto, in piedi vicino al passeggino,
con un paio di scarpe da ginnastica scalcagnate, jeans e maglietta
scolorita con una scritta, c'era il ragazzo che avevo
visto al Promontorio e poi sulla passeggiata. Come se fosse
sbucato dal nulla, all'improvviso era l a fissare Thisbe. Approfittai
di quell'istante per fare lo stesso con lui: aveva la
pelle abbronzata e gli occhi verdi, i capelli scuri lunghi fino
alle spalle, legati alla meglio sulla nuca, e su un avambraccio
il rilievo di una spessa cicatrice che si biforcava all'altezza
del gomito come un fiume su una cartina geografica.
Non avevo idea del perch fosse l, soprattutto visto come
mi aveva snobbato l'ultima volta che ci eravamo incontrati,
in quello stesso posto. Ma in quel momento non avevo
la forza di pensare troppo. - Ha appena iniziato a urlare
- spiegai.
Mi ascolt ma non disse niente. E allora, Dio solo sa perch,
decisi di continuare a parlare.
- A dire la verit, piange sempre - aggiunsi. - Colpa
delle coliche o forse solo... Non so cosa fare.
Ancora zitto. Proprio come quella notte al Promontorio
e sulla passeggiata. La cosa strana era che sapevo benissimo
che non avrebbe risposto, eppure mi ostinavo a
parlargli. Non era affatto da me, visto che di solito ero io
quella che...
- Be' - esclam d'un tratto, cogliendomi di nuovo di
sorpresa - c' sempre l'ascensore.
Lo guardai. - L'ascensore?
Per tutta risposta lui si chin e sganci Thisbe dal passeggino.
Prima che potessi fermarlo - ed ero sicurissima che
avrei dovuto - l'aveva gi tirata fuori e presa in braccio. Il
mio primo pensiero fu che quella era l'ultima cosa che mi
aspettavo da lui. Il secondo, che era straordinariamente a
proprio agio con la piccola, pi di me, mio padre e Heidi
messi insieme.
- Esatto, l'ascensore - ripet mentre teneva le mani
strette intorno al busto di Thisbe (ovviamente ancora in lacrime)
e la girava con il viso verso l'esterno, mentre continuava
a scalciare. Lui si pieg lentamente sulle gambe e poi
torn su, un movimento che ripet una, due, tre volte. Alla
quarta la bambina smise di colpo di lamentarsi e sul viso le
sbocci una strana espressione di calma.
Restai a guardarlo, immobile. Chi cavolo era quel tipo?
Uno sconosciuto musone? Un ciclista acrobata? Un ipnotizzatore
di bambini? Oppure...
- Eli! - esclam Heidi comparendo all'improvviso alle
sue spalle. - Allora sei tu!
Il tipo la guard e arross, ma solo appena, e per poco.
- Ehil - rispose fermando l'ascensore. Thisbe batt le palpebre
e poi scoppi a piangere.
- Oddio - gemette Heidi allungandosi a prenderla. Mi
chiese: - Dov' tuo padre?
- Ha trovato un tavolo - risposi. - Stavamo per sederci
quando Thisbe ha iniziato a dare i numeri.
- Probabilmente ha fame - concluse Heidi con un rapido
sguardo all'orologio. Mentre la piccola, appoggiata sulla
sua spalla, si metteva a strillare pi forte, lanciai un'occhiata
al tipo - Eli - cercando di elaborare quello che avevo
appena visto. - Che giornata! Non sai che caos incredibile
devo sistemare al lavoro. Ho il libretto degli assegni fuori
uso, devo aver saltato un versamento o roba simile, grazie
a Dio le ragazze sono comprensive. Non che debbano avere
chiss quali cifre, per lavorano seriamente, quindi...
Tra quel soliloquio e la bambina che si scioglieva in lacrime,
per non parlare di Eli che assisteva a tutta la scena,
stavo letteralmente per scoppiare. Perch doveva farla sempre
tanto lunga?
-  meglio che torni al negozio - disse lui a Heidi. - A
proposito, congratulazioni.
- Oh, Eli, che carino, grazie-rispose lei, muovendo su
e gi la piccola. - E sono contentissima che tu abbia fatto
amicizia con Auden!  nuova di qui, in pratica non conosce
anima viva e speravo tanto che qualcuno le presentasse
un po' di gente.
Mi sentii avvampare ancora di pi: in quel modo mi faceva
sembrare una povera sfigata in cerca di compagnia. Fu
per questo che risposi a malapena al saluto che Eli mi rivolse
prima di attraversare la passeggiata e aprire la porta del
negozio di bici, scomparendo poi all'interno.
- Thisbe, tesoro,  tutto ok - stava dicendo Heidi, ignara
di tutto il resto, mentre rimetteva la piccola nel passeggino.
E poi, a me: - Che bello che tu ed Eli siate amici!
- Non siamo amici - obiettai. - Neanche ci conosciamo.
- Oh. - Guard verso il negozio di bici come se l potesse
trovare conferma, poi si rivolse di nuovo a me. - Be',
 un ragazzo dolcissimo. Suo fratello, Jake, ha all'incirca la
tua et. Fino a poco tempo fa usciva con Maggie. Poi si sono
lasciati. Lei ci sta ancora male.
Suo fratello?, pensai, arrossendo. Ma quanto era piccola
quella cittadina del cavolo? Come se non bastasse, Heidi
continuava a parlare.
- Secondo te dobbiamo tornare al Last Chance? - mi
chiese. - Oppure devo portare Thisbe a casa, visto che 
cos agitata? Tu che dici? Cio, mi piacerebbe un sacco cenare
fuori, ma chiss se...
- Non ne ho idea - risposi, e mi lasciai sfuggire quelle
parole anche se sapevo che avrei dovuto ricacciarle indietro.
- Io non so cosa devi fare. So solo che ho fame e che voglio
andare a mangiare con mio padre. Perci questo  ci che
far io, se per te non  un problema.
La vidi prendere fiato mentre mi guardava con aria ferita.
- Oh - fece dopo un attimo. - Be', certo. Naturale.
Sapevo di essere stata sgarbata. Lo sapevo benissimo, ma
mi voltai e mi allontanai lo stesso, lasciandomi alle spalle
lei e la bambina in lacrime. Eppure era come se quel suono
mi seguisse, mi restasse appiccicato addosso e nelle orecchie
anche mentre attraversavo la folla sulla passeggiata,
entravo nel fast food e percorrevo lo stretto passaggio che
portava al tavolo dove mio padre stava mangiando. Mi lanci
un'occhiata e mi porse un menu mentre scivolavo sulla
panca davanti alla sua.
- Rilassati - disse. -  venerd sera.
Giusto, pensai. Certo. E quando arrivarono gli anelli di
cipolla, pochi minuti dopo, ci provai davvero. Ma per qualche
motivo avevano un sapore diverso. Sempre buoni, s,
ma non squisiti come prima.
* * *
Sapevo per esperienza quando un litigio era finito e quando
invece era appena all'inizio. Perci dopo cena decisi di
restare fuori, facendo prima una passeggiata sulla spiaggia
per poi tornare a casa con la strada pi lunga. Non abbastanza
lunga, per: due ore dopo, mentre salivo i gradini
della veranda, li sentii discutere ancora.
- ... non capisco cosa vuoi da me. Mi hai chiesto di
smettere di lavorare e uscire a cena. L'ho fatto. Ma ancora
non basta.
- Volevo che cenassimo tutti insieme!
- L'avremmo fatto se non ci avessi mollati l per andare
al negozio.  stata una tua scelta.
Ritrassi la mano dal pomello e mi allontanai dal chiarore
della veranda. A giudicare dal volume, stavano litigando
proprio nell'ingresso e l'ultima cosa che volevo era ritrovarmici
in mezzo.
- Vorrei solo... - fece Heidi prima che le si spezzasse
la voce.
Poi niente. Fu mio padre a rompere quel silenzio quasi
insopportabile: - Cosa vorresti?
- Non lo so - rispose lei. - Solo che... pensavo che
avresti passato pi tempo con noi.
- Sono sempre qui, Heidi - replic mio padre con voce
piatta.
- S, ma nel tuo studio. Non sei con Thisbe, non interagisci
con lei. Non la culli e non ti alzi se...
- Ne abbiamo gi parlato appena sei rimasta incinta -
la interruppe mio padre alzando la voce. - T'avevo avvertita
che non connetto se dormo male, che devo farmi le mie
nove ore filate di sonno. Lo sapevi.
- Ok, per potresti tenerla durante il giorno o anche
solo di mattina per darmi la possibilit di seguire il negozio.
O magari...
- Non abbiamo forse discusso di quanto sia importante
che io finisca il libro entro questa estate? - la interruppe
mio padre. - Del fatto che non posso lavorarci a tempo
pieno durante l'anno accademico e che questa  l'unica occasione
che ho di scrivere senza interruzioni?
- S, certo, ma...
- Motivo per cui - continu lui, parlandole sopra - ti
ho detto: prendiamo una tata. O una baby-sitter. Ma tu non
hai voluto.
- Non ho bisogno di una tata. Ho bisogno solo di un'ora
ogni tanto.
- Allora chiedilo a Auden! Non  per questo che volevi
che venisse a trovarci?
Mi sentii come se mi avessero preso a schiaffi, una reazione
cos viscerale da farmi salire il sangue alla testa.
- Non ho invitato Auden perch facesse da babysitter -
ribatt lei.
- Allora perch  qui?
Segu un altro silenzio. Ma lo accettai di buon grado, perch
a volte una domanda pu fare pi male di una risposta.
Alla fine Heidi rispose: - Per la stessa ragione per cui voglio
che tu passi del tempo con la piccola. Perch  tua figlia
ed  normale che tu voglia passare un po' di tempo con lei.
- Oh, Ges - esclam mio padre. - Davvero pensi che...
C'era dell'altro, eccome se c'era. Mio padre non si limitava
mai a una frase se poteva andare avanti per un paragrafo.
Ma quella volta non volevo ascoltare. Perci ripescai le
chiavi dalla tasca e salii in macchina.
Rimasi in giro per tre ore, guidando su e gi per le strade
di Colby, dall'universit al pontile e ritorno. Era un posto
troppo piccolo per potersi perdere, ma mi impegnai al massimo.
Quando poi parcheggiai di nuovo nel vialetto, prima
di entrare verificai che le luci di casa fossero tutte spente.
Quando misi piede nell'ingresso, chiudendomi la porta
alle spalle, regnava il silenzio. Almeno a prima vista non
c'erano segni di gravi sconvolgimenti: il passeggino sistemato
vicino alle scale, un bavaglino piegato sulla ringhiera, le
chiavi di mio padre sul mobiletto accanto alla porta. L'unica
cosa diversa era il tavolo della cucina, coperto da una
gran confusione tra cui riconobbi il libretto degli assegni di
Heidi, numerose pile di documenti e un paio di bloc-notes.
Su uno Heidi aveva chiaramente cercato di stabilire cosa
fosse successo con i conti. "Trattenute?" aveva scritto, cos
come "Versamento 6/11?" e "Controllare tutti gli addebiti
da aprile: errori?". A giudicare da quegli appunti - caotici,
un po' disperati - non aveva risolto granch.
Abbassando lo sguardo su quel disordine di carte mi tornarono
in mente la sua espressione ferita dopo la brutta risposta
che le avevo dato, e poi quello che in seguito aveva
detto di me a mio padre. Non mi aspettavo proprio che fosse
dalla mia parte, che volesse addirittura difendermi. Ma
ancora pi scioccante era che anche solo per un attimo, le
ero stata grata.
Diedi un'occhiata all'orologio: mezzanotte e un quarto,
ancora presto per i miei orari, davanti a me avevo una notte
intera. E la macchina del caff era proprio l sul bancone, gi
riempita per la mattina dopo e pronta a entrare in azione.
Non era quella di Ray's, ma poteva andare. Perci premetti
il tasto e mentre si avviava mi sedetti, aprii il libretto degli
assegni di Heidi e mi misi a cercare quello che aveva perso.

 CAPITOLO 4.

- Ehi, Aud. Sono io! Che fai di bello?
La voce di mio fratello, forte e allegra, usc dal cellulare
come un tuono, col sottofondo del ritmo assordante di
un basso.
Di sicuro mio fratello frequentava altri posti, per mi
chiamava sempre da qualche bar.
- Niente di che - risposi, buttando un occhio all'orologio.
Le otto e mezzo di sera, dunque per lui mezzanotte
era passata da un pezzo. - Mi stavo preparando per andare
al lavoro.
- Al lavoro? - ripet, pronunciando quella parola come
se appartenesse a un'altra lingua. Che poi, nel suo caso,
era pi o meno la verit. - Pensavo che fossi l per passare
l'estate in relax, spaparanzata sulla spiaggia.
Ero certa che non fosse solo una coincidenza: mia madre
aveva detto quelle testuali parole durante la nostra
ultima conversazione. Se Hollis riusciva a rigirarsela
come gli pareva, anche lei aveva su di lui un forte ascendente.
Il loro rapporto aveva un che di misterioso, era
un legame cos forte che quando erano insieme diventava
quasi fisico, come il risucchio della marea. Secondo
mia madre era il risultato di tutte le notti che avevano
trascorso insieme quando lui era piccolo, ma io mi
chiedevo se non fosse semplicemente la particolare abilit
di Hollis con le donne, a partire dalla prima che avesse
mai conosciuto.
- In effetti - replicai, mentre la musica di sottofondo
aumentava di volume e poi calava di nuovo - non avevo
programmato di lavorare.  capitato.
- Bella rogna! - comment. - Basta abbassare la guardia
ed ecco che ti ritrovi con la fregatura. Bisogna essere
svegli, sai?
Lo sapevo. A dire la verit, per, quella situazione non
mi era piombata addosso di sorpresa. Semmai mi ci ero ficcata
dentro da sola, in piena coscienza. Potevo incolpare
solo me stessa.
-  incredibile! - aveva esclamato Heidi quando ero scesa
di sotto, il giorno dopo essermi occupata della sua contabilit.
Come sempre era appostata in cucina, con la piccola
ben stretta a lei nel marsupio. - Ieri notte, quando sono
andata a letto, non ci si capiva niente e invece stamattina
...  tutto risolto. Tu fai miracoli! Ma come potevi sapere
dove mettere le mani?
- L'estate scorsa ho lavorato un po' per un commercialista
- le risposi, tirando fuori il caff dal frigorifero.
Per quando mi alzavo io, loro avevano ormai sciacquato il
bricco, cos me lo preparavo sempre fresco, tutto per me.
- Non  stato difficile.
- Ieri sera sono stata due ore su questo registro degli assegni
- replic, sventolandomelo in faccia. - E non sono
riuscita a capirci niente. Come diavolo hai fatto a pensare
alla doppia trattenuta?
Accesi la macchinetta, sperando di poter mandare gi almeno
un caff prima di dover fare conversazione. Ma sapevo
che era impossibile.
- Dal registro si capiva che era gi successo a maggio
scorso - le spiegai. - Quindi ho semplicemente immaginato
che ci fosse stata una seconda volta. E poi quando sono
andata a controllare le dichiarazioni fiscali...
-Anche quelle erano cos incasinate che non sono riuscita
a trovare niente! - esclam. - Adesso invece sono tutte
ben sistemate. Ti ci saranno volute delle ore, per mettere
in ordine tutta questa roba.
Quattro, pensai. A voce alta per risposi: - No. In realt
no.
Lei si limit a scuotere la testa e a fissarmi, mentre dalla
macchina sgorgava finalmente il caff: appena ce ne fu
un dito in fondo al bricco, me lo versai nella tazza. - Sai
- continu - ormai sono mesi che ho bisogno di un aiuto
per la contabilit, ma non mi decidevo mai perch  un
lavoro molto delicato. Non volevo affidarlo a una persona
qualunque.
Oh, Signore, avevo pensato. T prego, fammi solo bere
il caff.
- Ma se ti interessa - continu - posso pagarti come
si deve. Sul serio.
Ero ancora in attesa che la caffeina facesse effetto quando
risposi: - Veramente non avevo intenzione di lavorare,
quest'estate. E poi non sono un tipo mattiniero...
- Oh, ma non ce n' bisogno! - esclam. - Le ragazze
fanno un versamento ogni giorno ed  l'unica cosa da sbrigare
entro una certa ora. Il resto, tipo la contabilit, il libro
paga e la prima nota degli incassi, si pu fare pi tardi. Anzi,
in realt  meglio aspettare.
Certo. E cos ero in trappola, perch quella mia buona
azione non poteva restare impunita. La questione pi importante,
per, era un'altra: cosa aveva scatenato in me quell'improvviso
atteggiamento da Buon Samaritano? Ci voleva tanto
a capire che non si sarebbe trattato di una cosa sola? Che
ci sarebbero state altre richieste, e poi altre ancora?
-  davvero una bella offerta - dissi a Heidi - ma...
Fui interrotta da un rumore di passi alle mie spalle. Un
attimo dopo, mio padre gir l'angolo reggendo in mano un
piatto vuoto con sopra una lattina di Coca-Cola Light in
equilibrio. Dall'occhiata che lui e Heidi si scambiarono, capii
all'istante che il loro litigio della notte prima non si era
risolto. L'aria non era solo fredda, era gelida.
- Bene - esord mio padre andando al lavello per posarci
il piatto. - Vedo che ti sei svegliata, finalmente. Ma a
che ora vai a dormire, in questo periodo?
- Tardi - risposi. - O presto, dipende dai punti di vista.
Annu mentre sciacquava il piatto. - Ah, beata giovent.
Tutta la notte in piedi senza una sola preoccupazione al
mondo. Ti invidio proprio.
Meglio di no, pensai. - A dire il vero, Auden ha passato
la notte scorsa a sistemare la mia contabilit. Ha trovato
l'errore che non faceva quadrare il bilancio - intervenne
Heidi.
- Ah, s? - rispose mio padre, lanciandomi un'occhiata.
- Sto cercando di convincerla a lavorare per me - aggiunse
Heidi. - Qualche ora al giorno nell'ufficio del negozio.
- Heidi - replic lui, sciacquandosi le mani - Auden
non  qui per lavorare. Non te lo ricordi?
Era solo un commento, ma studiato per ottenere il massimo
impatto. E aveva fatto centro: vidi Heidi fare una smorfia.
- Certo che no - rispose. - Pensavo solo che magari...
- Dovrebbe godersi il tempo con la sua famiglia - continu
lui. Poi mi sorrise. - Che ne dici, Auden? Ti va di cenare
con me, stasera?
Era proprio bravo, mio padre. Dovevo dargliene atto. E se
fosse stata solo una ripicca nei confronti di Heidi per quello
che era successo la sera prima? Io volevo solo quello, un
po' di tempo da soli, il resto non contava. O no?
- Mi sembra un'ottima idea - esclam Heidi. Rispose al
mio sguardo con un sorriso, anche se un po' forzato. - Senti,
non ti preoccupare per la storia del lavoro. Tuo padre ha
ragione, devi goderti l'estate.
Mentre parlava, lui la osservava bevendo l'ultimo sorso
di Coca-Cola. Era passato un po' di tempo da quando ero
stata costretta a sentir litigare i miei. Eppure c'era sempre la
stessa tensione, le stesse frecciate. La stessa espressione sul
viso di mio padre quando sapeva di aver vinto.
- In realt - dissi ancora prima di rendermene conto
- un po' di soldi in pi potrebbero farmi comodo per l'universit.
Sempre che non siano troppe ore.
Heidi mi sembr sorpresa, poi lanci un'occhiata a mio
padre - che aveva un'aria a dir poco seccata - prima di aggiungere:
- Oh, no! Solo una quindicina a settimana, al
massimo.
-Auden - intervenne mio padre - non sentirti obbligata.
Sei qui come ospite.
Sapevo che se non li avessi sentiti litigare, la notte prima,
quella conversazione sarebbe andata diversamente. Ma non
si pu tornare indietro, neanche volendo. Quello che si sa,
si sa e basta.
Pi tardi, quella sera, io e mio padre percorremmo la
passeggiata fino a un posto sul pontile e l, seduti davanti
al mare, ordinammo mezzo chilo di gamberetti al vapore.
Non sapevo se era perch non riuscissi a smettere di pensare
alle sue parole della notte prima, oppure perch gli desse
fastidio che avessi accettato la proposta di Heidi (e che
mi fossi schierata dalla sua parte, almeno cos pensava lui),
comunque all'inizio si cre un'atmosfera rigida e imbarazzata.
Dopo una birra e qualche penoso scambio di battute,
per, la situazione si sblocc e mio padre mi chiese della
Defriese e dei miei progetti per il futuro. Io, a mia volta,
riuscii a farlo parlare del libro (La complicata analisi di un
uomo che cerca di sfuggire al passato della propria famiglia)
e dei suoi progressi creativi (aveva dovuto eliminare
la parte centrale, che proprio non funzionava, ma le pagine
nuove erano decisamente migliori). C'era voluto un po',
ma a un certo punto, tra il secondo vassoio di gamberetti e
la sua dettagliata descrizione del conflitto interiore del protagonista,
mi torn in mente tutto quello che amavo di mio
padre: la sua passione per il lavoro e il modo in cui, quando
te ne parlava, ti faceva sentire l'unica persona nella stanza
o addirittura al mondo.
- Non vedo l'ora di leggerlo - gli dissi, mentre la cameriera
ci portava il conto. In mezzo a noi c'era una montagna
di gusci di gamberetto, lucidi e rosa sotto la luce solare
che entrava obliqua dalla finestra. - Mi sembra bellissimo.
- Vedi, tu s che capisci quanto sia importante - comment,
pulendosi la bocca. - Tu c'eri quando  uscito La zanna
del narvalo e hai visto come il suo successo ci abbia cambiato
la vita. Questo libro potrebbe fare lo stesso per me, Heidi e
la bambina. Vorrei solo che lo capisse anche lei. - Si rigir
in mano la bottiglia di birra, studiandola.
- Be', magari in questo periodo  un po' fragile. Poco
sonno, e il resto.
- Pu essere. - Bevve un sorso. - Ma la verit  che
non la pensa come noi, Auden. Lei  portata per gli affari,
per tutto quello che ruota intorno a calcoli e risultati. Per gli
insegnanti e gli scrittori  diverso. Lo sai.
S, lo sapevo. Ma sapevo anche che mia madre, la quale
apparteneva a entrambe le categorie, aveva pensato le stesse
identiche cose sul tempo e la fatica che mio padre dedicava
a questo libro. A ogni modo era bello sapere che sentiva
di potersi confidare con me.
Dopo cena ognuno prese la propria strada e io mi diressi
da Clementine's, dove, come promesso a Heidi, avrei dato
un'occhiata all'ufficio e preso confidenza con l'ambiente
di lavoro prima di iniziare ufficialmente l'incarico, il giorno
dopo. Ma per un'infinit di motivi non scalpitavo dalla
voglia e quindi, per una volta, fui grata a mio fratello per
avermi distratta.
- Allora - gli dissi in quel momento, mentre la musica
riprendeva a martellare. - Tara  carina.
- Chi?
- Tara - ripetei. - La tua ragazza.
- Oh, giusto. - Segu una pausa eloquente che serv anche
da risposta a qualsiasi altra domanda avessi voluto fare.
Poi: - Quindi hai avuto il regalo, eh?
Mi balen subito in mente la cornice, ancora nella sacca,
con quelle parole incise sotto la sua faccia sorridente: momento
magico. - Gi - risposi. -  magnifica. Mi piace
da morire.
Lui ridacchi. - Dai, Aud. Non  vero.
- Invece s.
- No, invece no.  una pacchianata.
- Be' - dissi - ...
- Orrenda - fin al posto mio. - Dozzinale e ridicola.
Probabilmente il regalo di diploma pi stupido di tutti
i tempi, ed  proprio per questo che l'ho scelto. - Scoppi
in una risata fragorosa: Hollis si sganasciava sempre in un
modo che trovavo, mio malgrado, contagioso. - Ho capito
che non potevo competere con i soldi, i certificati di risparmio
e le auto nuove che avresti ricevuto dagli altri. Perci ho
deciso che il mio regalo dovesse essere almeno memorabile.
- E lo  - confermai.
- Avresti dovuto vedere le altre! - Nuova risata. - Ce
n'erano con scritte di tutti i tipi. Una diceva "Ciao, amico!"
in giallo accesso. Un'altra, "regina della festa" in rosa. E poi
una in verde che, inspiegabilmente, diceva "pazzo". A chi
verrebbe voglia di metterci la propria foto?
- Solo a te - commentai.
- Puoi dirlo forte! - Risata nasale. - Comunque, secondo
me la figata  che puoi cambiare la foto di continuo.
Perch il momento magico non deve essere uno solo, per
sempre. Ci devono essere un sacco di momenti magici, uno
pi bello dell'altro. No?
- Gi - approvai. E, come se niente fosse, l'aveva fatto
di nuovo: gli era passato per la testa un pensiero, magari
per puro caso, ed era riuscito a farne qualcosa di profondo.
Aveva dell'incredibile, quella di Hollis era un'arte.
Mai intenzionale, eppure ricca di fascino. - Mi manchi -
gli dissi.
- Anche tu - rispose. - Ehi, senti, ti mando una cornice
con la scritta "pazzo". Ci puoi mettere la mia foto davanti
al Taj Mahal e sistemarla accanto a quella che dice "momento
magico" ma con dentro una tua foto, cos sar quasi
come stare vicini. Che te ne pare?
Sorrisi. - Affare fatto.
- Ottimo! - Si sent un rumore smorzato, seguito poi da
voci pi forti. - Ok, Aud, ora devo scappare, io e Ramona
stiamo andando a una festa. Ci sentiamo presto, per, ok?
- Certo - risposi. - Ci...
Ma era gi andato, via come un fulmine. Prima che potessi
chiedergli chi fosse Ramona o cosa fosse successo ad
Amsterdam. Mio fratello era fatto cos, una storia senza finale.
Come il libro di mio padre, era sempre in divenire.
Chiusi il cellulare e me lo infilai di nuovo in tasca.
Hollis era stato un ottimo diversivo, ma il rimorso per
aver accettato il lavoro torn alla carica appena aprii la
porta di Clementine's e vidi Maggie alla cassa, tra Leah
ed Esther. Non c' niente di pi spaventoso che avvicinarsi
a un gruppo di ragazze che si sono gi fatte un'idea su
di te.  come camminare su un trampolino sapendo che
puoi solo cadere.
- Ciao - fece Leah, la rossa, mentre andavo verso di
loro. Era una ragazza alta e formosa con la pelle bianco latte,
indossava un prendisole scollato e un paio di sandali con
le stringhe. Con voce n cortese n scortese, quasi impassibile,
chiese: - Cosa possiamo fare per te?
- Si occupa della contabilit - le spieg Maggie senza
staccarmi gli occhi di dosso. Quando la fissai a mia volta,
per, lei arross e abbass lo sguardo su alcuni documenti
appoggiati davanti a s sul bancone, sfogliandoli con aria
affaccendata. - Heidi cerca una persona da quando  nata
la bambina, non te lo ricordi?
- Oh, giusto - esclam Leah. Si allontan di scatto dal
bancone e salt a sedere sull'altro che aveva alle spalle, incrociando
le lunghe gambe. - Be', cos magari ora potremo
incassare gli assegni.
- Ben detto-comment Esther. Le treccine erano scomparse
e in quel momento aveva i capelli sciolti e coronati da
un berretto militare, abbinato a un vestitino nero con sopra
una giacca di jeans e a un paio di infradito. - Io adoro Heidi,
sia chiaro. Ma essere pagate al bancomat non  il massimo.
- L'importante  che tu sia stata pagata. Heidi  un ottimo
capo, si  trattato di un errore in buona fede - ribatt
Maggie. Decisa a far di tutto pur di ignorarmi, schiacci un
tasto sulla cassa e tir fuori un mazzetto di banconote per
poi sistemarlo. Era di nuovo vestita di rosa - sia la maglia
che le infradito - e mi chiesi se fosse una specie di marchio
di riconoscimento. Di sicuro s. - Comunque sia, qualcuno
deve mostrarle il negozio.
- A chi? - domand Leah. - A Heidi?
- No. - Maggie chiuse la cassa, poi mi guard. Un attimo
dopo Leah ed Esther la imitarono. Ero chiaramente arrivata
sull'orlo del trampolino. Potevo solo saltare gi.
- Mi chiamo Auden.
Silenzio. Poi Leah salt gi dal bancone, atterrando con
un rumore sordo. - Vieni - fece, voltandosi appena. -
L'ufficio  da questa parte.
Sentendomi addosso lo sguardo delle altre due, la seguii
oltre un paio di espositori di jeans, uno di scarpe e un reparto
dedicato alla merce in saldo, fino a uno stretto corridoio.
- Questo  il bagno - spieg, indicando con la testa una
porta sulla sinistra. - Privato, mai per i clienti,  una regola.
E qua c' l'ufficio. Stai indietro, la porta si incastra un po'.
Allung la mano sul pomello, poi si appoggi all'anta e
spinse. Un attimo dopo si sent uno scatto e la porta si spalanc.
La prima cosa che vidi fu il rosa. Tutte le pareti erano dipinte
in una tonalit chiara, tipo gomma da masticare, il colore
preferito di Maggie. Quello che non era rosa (non molto,
a prima vista) era arancione. Come se non bastasse, ogni
angolo di quello spazio minuscolo era arredato con oggetti
femminili di ogni tipo: vaschette portacarte rosa, un portamatite
di Hello Kitty, una ciotola piena di rossetti e lucidalabbra.
Anche le cassettiere dell'archivio - le cassettiere
dell'archivio! - avevano etichette rosa e arancioni, pi un
boa di piume rosa appoggiato sopra.
- Wow - esclamai, incapace di trattenermi.
- Lo so - convenne Leah.-Sembra di stare in una scatola
di caramelle alla frutta. Dunque, la cassaforte  sotto la
scrivania, il libretto degli assegni, quando  qui, sta nel secondo
cassetto a sinistra, mentre tutte le fatture vanno sotto
l'orso.
- L'orso?
Entr nella stanza, and alla scrivania e sollev un orsetto
di peluche rosa. Con un cappellino arancione. - Qui -
specific, indicando la pila di carte che c'era sotto. - Non
chiedermi niente, era gi cos quando mi hanno assunta.
Domande?
Naturalmente ne avevo diverse, ma nessuna a cui lei potesse
rispondere. - No. Grazie.
- D'accordo. Se hai bisogno di noi, basta che urli.-Passandomi
davanti, torn in corridoio, dove io ero rimasta impalata,
senza il coraggio di avventurarmi all'interno. Fece
qualche passo e poi aggiunse: - Auden?
Mi voltai a guardarla. - S?
Si lanci un'occhiata alle spalle, poi mi si accost appena.
- Non preoccuparti per Maggie.  solo., emotiva. Le
passer.
- Oh - feci, incapace di rispondere. Persino io sapevo
che non si parla mai di una ragazza con un'altra, soprattutto
se sono amiche. - Ok.
Mi fece un cenno con la testa e poi torn alla cassa, dove
in quel momento Esther e Maggie, chine su uno scatolone,
erano impegnate a prezzare degli occhiali da sole. Mentre
Leah si avvicinava, le altre la seguirono con lo sguardo e si
scansarono con naturalezza per farle spazio.
Mi voltai verso la stanza rosa e per qualche motivo mi
venne in mente mia madre, se non altro perch era l'unica
persona di mia conoscenza che avrebbe avuto pi problemi
di me a entrare l dentro. Mi sembrava quasi di vedere la sua
faccia, gli occhi socchiusi per il disgusto, mentre sbuffava
forte dal naso in una smorfia che diceva gi tutto. "Sembra
di stare in un utero!" si sarebbe lamentata. "Un ambiente
costruito su stereotipi e preconcetti sessuali, patetico quanto
chi ha scelto di viverci."
Esatto, pensai. E poi entrai.
* * *
Forse l'ufficio di Heidi era un po' sopra le righe, ma i suoi
libri contabili erano abbastanza in ordine. L'estate prima,
quando avevo lavorato per il commercialista di mia madre,
avevo visto tenere la contabilit in modi pazzeschi.
C'era chi arrivava portando registri in cui mancavano interi
mesi di conti e chi invece sembrava non avesse altro posto
su cui scrivere le ricevute se non scatole di fiammiferi o
tovaglioli di carta. I documenti di Heidi erano organizzati,
i suoi archivi avevano una logica e c'erano solo alcune discrepanze,
tutte relative agli ultimi dieci mesi. Forse la cosa
non avrebbe dovuto sorprendermi, considerato quello che
mio padre aveva detto sulla sua preparazione professionale.
Eppure ero sbalordita.
A non stupirmi, invece, fu il fatto che all'inizio l'ufficio
fosse una distrazione continua. Mentre ero l seduta, avvertivo
un leggero senso di nausea, fastidio che si aggravava
quando accendevo la lampada sulla scrivania, dotata di un
paralume arancione che faceva sembrare tutto ancora pi
radioattivo. Ma dopo qualche minuto in compagnia della
cakolatrice e del libretto degli assegni, era come se il resto
svanisse. Non mi ero resa conto di quanto mi mancassero
la semplicit dei numeri, la logica di addizioni e divisioni.
Nessuna emozione, nessuna complicazione. Solo cifre che
si allineavano sullo schermo in una sequenza perfetta.
Ero cos assorbita dai conti che all'inizio non sentii affatto
la musica del negozio alle mie spalle. Solo quando divent
di colpo fortissima, come se qualcuno avesse girato la manopola
del volume al massimo, solo allora riusc ad aprirsi
un varco tra le dichiarazioni dei redditi che avevo sotto gli
occhi e a catturare la mia attenzione.
Guardai l'orologio - 21,01 - poi spinsi indietro la sedia
e scostai pian piano la porta. In corridoio la musica era assordante,
un pezzo veloce da discoteca accompagnato dalla
voce di una ragazza che cantilenava di una cotta estiva.
Mi stavo chiedendo se ci fosse un problema con l'impianto
stereo quando, all'improvviso, vidi Esther passare davanti
all'espositore di jeans agitando le spalle con le braccia sopra
la testa. Dopo qualche istante la seguirono Leah, impegnata
in una lenta rotazione del bacino, e Maggie, che invece saltellava
sulle punte dei piedi. Un trenino di tre persone che
attravers in fretta la pista da ballo e poi scomparve.
Mi allungai in avanti e feci capolino nel negozio. Anche
se la passeggiata mi sembrava parecchio trafficata, con un
sacco di persone che sfilavano davanti alla vetrina, non vedevo
clienti. Avevo appena deciso di rientrare in ufficio e
aspettare che tornasse il silenzio quando Esther spunt da
dietro i costumi, questa volta impegnata in una sequenza
di passi laterali, con i capelli che le ondeggiavano oltre le
spalle. Tese la mano a Leah, trascinandola in un punto dove
riuscivo a vederla, e la fece piroettare prima in un senso e
poi nell'altro. Ridevano entrambe. Poi si separarono per fare
largo a Maggie, che avanz ancheggiando mentre le altre le
ballavano intorno.
Non mi resi conto che le stavo fissando imbambolata finch
Esther non mi vide. - Ehi - grid. Aveva le guance
rosse. -  il ballo delle nove. Vieni.
D'istinto scossi la testa. - No, grazie.
- Niente no - strill Leah, afferrando la mano di Maggie
e poi facendole fare una giravolta in avanti e una indietro.
- I dipendenti hanno l'obbligo di partecipare.
Allora mi licenzio, pensai, ma loro avevano gi cominciato
un nuovo trenino, questa volta con Maggie in testa
che saltava ed Esther appena dietro che schioccava le dita.
Leah, in fondo alla fila, mi lanci un'ultima occhiata. Vedendo
che non dicevo n facevo niente, scroll semplicemente
le spalle seguendo le altre che avanzavano tra gli espositori,
dirette alla porta.
Tornai in ufficio e mi sedetti alla scrivania. Ero sicura che
mi considerassero una palla al piede, ma non mi importava.
Era come tutte le iniziative che venivano organizzate a
scuola durante la pausa pranzo - finte lotte di sumo, gare
a chi mangiava pi torta in meno tempo, partite di massa a
Twister in cortile - e che avevo guardato da lontano, chiedendomi
come si potessero fare certe cose. Forse se appartenevano
alla tua infanzia diventava una questione nostalgica e
l'attrattiva stava tutta l. Ma non era il mio caso. Per me era
tutto nuovo e quindi mi spaventava a morte.
Raccolsi la penna e tornai ai miei moduli fiscali. Un attimo
dopo, la musica si interruppe, di colpo come era iniziata.
Un'altra ora nel silenzio dei numeri e poi sentii bussare
leggermente alla porta.
- Siamo in chiusura - annunci Esther, entrando alle
mie spalle con la busta dei soldi in mano. - Posso aprire
la cassaforte?
Spostai la sedia per farle spazio, mentre lei si accovacciava
e infilava la chiave nella serratura. La vidi infilare dentro la
busta e poi chiudere lo sportello prima di rialzarsi in piedi.
- Usciamo tra una decina di minuti - annunci, spazzolandosi
le ginocchia. -Vieni con noi o ti fermi fino a tardi?
Ero tentata di risponderle che le dieci non rientravano
nella mia definizione di "tardi". Ma sapevo che non le interessava
certo fare conversazione con me, perci mi limitai
a rispondere: - Ho quasi finito.
- Ottimo. Esci dall'ingresso principale, cos possiamo
chiudere quando siamo tutte fuori.
Annuii. Se ne and lasciando la porta aperta perci, mentre
finivo le ultime cose, la sentii chiacchierare accanto alla
cassa con Maggie e Leah.
- Da dove sbucano queste gelatine alla frutta? - chiese
Esther.
- Secondo te? - intervenne Leah.
- Ah, s? - Dal suo tono leggermente canzonatorio si
capiva che Esther stava sorridendo. - Bene, Mags. Altre caramelle
da Adam, eh?
Maggie sospir. - Ve l'ho gi detto, non significa niente.
 solo un patito del supermercato, come tutti gli altri.
- Sar anche vero - ammise Leah - ma il fatto di andare
di continuo al supermercato non implica che debba comprarti
qualcosa ogni volta.
- Infatti non lo fa ogni volta - brontol Maggie.
- Per sembra di s - insistette Esther. - E comunque,
se si tratta di un patito del supermercato, questo  il primo
segno. Si riconosce da questo.
- Vero - conferm Leah.
- Falso - ribatt Maggie. - Sono solo caramelle. Smettetela
di ricamarci sopra. Siete ridicole.
Su quello ero d'accordo. Mi sconcertava il fatto che, pur
avendo passato tutta la sera insieme, sembrava avessero
ancora cose di cui parlare. Naturalmente si trattava di caramelle
e ragazzi.
Quando uscii, le trovai ad aspettarmi vicino alla porta.
- Guarda che ti capisco se non vuoi metterti con lui - stava
dicendo Leah. -  solo un liceale.
- Si  diplomato come noi, Leah - le fece notare Esther.
- S, ma non va ancora all'universit. C' un'estate di
differenza.
- E tu che ne sai? Esci solo con ragazzi dell'universit.
- E perch ti scoccia tanto? Tra poco usciremo tutte con
ragazzi dell'universit. Quindi che male c' a iniziare prima?
- Non c' niente di male-replic Esther mentre uscivamo
in fila indiana e Maggie, dopo aver chiuso la porta, tirava
fuori le chiavi. - Dico solo che magari ti sei persa qualcosa
a non voler uscire con i ragazzi della tua et.
- Cosa mi sarei persa?
- Non lo so. - Esther alz le spalle. -  bello avere la
stessa et.
- Parli tu che non esci con nessuno da pi di un anno -
comment Leah.
- Sono esigente - rispose Esther.
- Direi schizzinosa - corresse Maggie. - Non ti va
bene nessuno.
- Ho degli standard elevati. Sempre meglio che uscire
con cani e porci.
Di colpo cal un silenzio imbarazzato, cos evidente che
lo notai anch'io. Maggie, che stava infilando la chiave nella
serratura, si irrigid. Esther riprese: - Oh, Mags. Lo sai
che non intendevo Jake.
- Ok, ok - rispose Maggie, zittendola. - Non parliamone
pi.
Il che non era semplice. Me ne resi conto appena guardai
alla mia destra, verso il negozio di bici, e vidi il ragazzo
con i ricci che, seduto in sella, parlava con due tipi che
non conoscevo. Proprio dietro di lui, impegnato a infilarsi
una giacca, c'era Jake. Quando si volt, mi guard dritto
negli occhi.
Ottimo, pensai, girandomi in fretta verso Esther e Leah,
che stavano cercando di decidere dove andare. - C' sempre
il Promontorio - propose Esther. - Ho sentito che stasera
portano un fusto di birra.
- Non ne posso pi di sabbia e birra sgasata - si lament
Leah. - Andiamo in discoteca o in qualche locale.
- Sei l'unica con un documento valido, te lo ricordi?
- Posso farvi entrare.
- Lo dici sempre - ribatt Esther. - Ma non ci riesci
mai. Tu cosa vuoi fare, Mags?
Maggie scroll le spalle, lasciando cadere le chiavi nella
borsa che si era infilata a tracolla. - Per me  uguale - rispose.
- Quasi quasi me ne vado a casa.
Leah lanci un'occhiataccia prima a Jake, poi a me.-Non
esiste. Almeno...
Fu interrotta dal tipo con i ricci, che arriv di volata in
bici inchiodando con gran stridore di freni. - Salve, signore
- esord. Leah alz gli occhi al cielo. - Qualcuna vuole
un passaggio alla pista da bici cross?
- Dio, aiutaci - gemette Leah. - Basta serate in cui ci
sono di mezzo biciclette, per favore. Quanti anni abbiamo,
dodici?
- Non sono semplici biciclette - replic il tipo, offeso.
- Come fai a dire una cosa del genere?
- Lo dico e basta - rispose lei. - E comunque, Adam...
- Vengo io - esclam Maggie, interrompendola. Adam
sorrise, poi si piazz bene sul sellino mentre lei saliva
sul manubrio, sistemandosi la borsa sulle gambe. - Che
c'? - chiese a Leah, che sospir. - Sempre meglio della
discoteca.
- No - ribatt secca Leah - proprio per niente.
- Oh, rilassati - le disse Adam mentre si allontanava
sulla passeggiata, iniziando a pedalare. Maggie si inclin
all'indietro, chiudendo gli occhi, e poi partirono, seguiti dagli
altri tipi in bici che erano davanti al negozio. Leah scosse
la testa, contrariata, ma si lasci prendere a braccetto da
Esther e poi, insieme, seguirono il gruppo a piedi. Restavamo
solo io e Jake.
Provai a voltarmi e avviarmi verso casa, ma niente da fare.
Due passi e mi raggiunse. - Allora-cominci-cos' successo
l'altra sera? Ti sei volatilizzata.
C'erano troppe cose che non mi piacevano di lui: era troppo
sicuro, troppo vicino, troppo esigente. - Non  successo
nulla - risposi.
- Oh - mormor - io invece penso di s. E potrebbe
succedere ancora. Ti va di fare una passeggiata?
Credevo di sprofondare. Mi ero gi pentita del mio comportamento,
addirittura prima di scoprire che Jake fosse
l'ex ragazzo di Maggie e il fratello di Eli. Perch proprio io
che volevo sapere il meno possibile di quel posto, adesso
ero cos informata?
- Senti - sospirai - quello che  successo l'altra notte
 stato un errore, ok?
- Stai dicendo che sono un errore?
- Devo andare - risposi e iniziai ad allontanarmi.
- Tu hai dei problemi, lo sai? - grid mentre chinavo la
testa, concentrandomi sul punto pi lontano della passeggiata.
- Stronza provocatrice!
Altri passi, altro spazio. Avevo appena lasciato la passeggiata
ed ero scesa in strada, concedendomi un sospiro di sollievo,
quando vidi Eli venire verso di me. Camminava lentamente
dietro un gruppo di donne in tiro per la serata, tutte
troppo abbronzate e vestite con colori sgargianti. Cercai di
rimpicciolirmi tanto da diventare invisibile ma, nell'istante
in cui ci incrociammo, lui guard verso di me. Per favore,
tira dritto e basta, pensai mentre fissavo lo sguardo sulla
camicia a quadri del tipo che avevo davanti.
Chiaramente Eli era diverso da suo fratello, capiva alla
svelta. Niente parole gridate alle spalle, niente di niente. In
effetti non mi guard nemmeno una seconda volta, si limit
ad andare avanti.
 
CAPITOLO 5.

- Auden? Hai mica...
Mi fermai. Ascoltai. Aspettai. Ma come al solito, non segu
nient'altro che silenzio.
Misi gi il manuale di economia con un sospiro, mi alzai e
aprii la porta della mia camera. Neanche a dirlo, fuori c'era
Heidi che, con Thisbe in braccio, mi guardava perplessa.
- Oh, santo cielo - esclam. - Ero venuta qui per un
motivo preciso! E adesso non ho idea di cosa fosse. Ci credi?
S. I vuoti di memoria di Heidi, infatti, erano entrati a far
parte della mia routine proprio come le notti in bianco e il
caff al risveglio. Avevo tentato di tutto per stare un po' da
sola, per vivere la mia vita l a Colby in modo autonomo da
Heidi e da mio padre, anche se abitavamo sotto lo stesso tetto.
Ma niente da fare. Appena due settimane ed ero gi stata
risucchiata nelle loro esistenze, che mi piacesse o meno.
Proprio per questo, ormai sapevo benissimo che l'umore
di mio padre dipendeva unicamente da come andava il
lavoro: una mattina buona ed era allegro per il resto della
giornata, una mattina cattiva e girava per casa imbronciato
e scontroso. Conoscevo tutti gli alti e bassi dell'emotivit
post-parto di Heidi, la smemoratezza, gli assurdi cambi
d'umore e le mille, complicate ansie per qualsiasi cosa facesse
la bambina, dal mangiare al dormire, passando per i
bisogni. Ero anche un'esperta delle abitudini quotidiane di
Thisbe, dal pianto (ininterrotto) alla tendenza a farsi venire
il singhiozzo proprio quando, finalmente, stava per addormentarsi.
Magari loro erano altrettanto informati su di
me, ma ne dubitavo.
Per questo avevo quasi cominciato ad apprezzare - a
volte persino a bramare - le poche ore al giorno passate da
Clementine's. Erano un'occasione per fare qualcosa di concreto,
con un inizio, un centro e una fine. Niente bruschi cambi
d'umore, niente ragionamenti a voce alta sulle funzioni corporali
degli altri e niente singhiozzi. L'unica cosa che impediva
a quelle ore di essere perfette era la vicinanza di Esther,
Leah e Maggie sommata al loro teatrino quotidiano. Ma almeno
loro mi lasciavano in pace quando la porta era chiusa.
In quel momento guardai Heidi, ancora l immobile e accigliata,
che cercava di ricordarsi perch fosse salita di sopra.
Thisbe, tra le sue braccia, era sveglia e fissava il soffitto, cercando
molto probabilmente di decidere quando rimettersi a
strillare. - C'entrava il lavoro? - le chiesi, dato che a volte
qualche suggerimento riusciva a farle tornare la memoria.
- No - rispose, appoggiando Thisbe sull'altro braccio.
- Ero di sotto e pensavo che dovevo mettere a nanna la
piccola, solo che ultimamente  difficile perch si sveglia di
continuo e quindi, qualunque cosa io faccia,  sempre stanchissima...
Staccai il cervello e cominciai a ripassare mentalmente la
tavola periodica, cosa che di solito mi teneva occupata durante
quei soliloqui.
- ... e allora volevo cercare di metterla a letto, ma poi
non l'ho fatto perch... - Schiocc le dita. - L'apparecchio
per le onde. Ecco cos'era. Non riesco a trovarlo. L'hai
mica visto in giro?
Stavo per rispondere di no. Due settimane prima, subito
dopo il mio arrivo, lo avrei fatto, senza sensi di colpa n
ripensamenti. Ma le nostre vite erano ormai troppo legate
l'una all'altra, cos risposi: - Credo sia sul tavolino, accanto
alla porta d'ingresso.
- Oh! Magnifico. - Sospir, abbassando lo sguardo su
Thisbe che stava sbadigliando. - Be', ora vado a prenderlo
e speriamo bene. Cio, ieri ho cercato di metterla a letto alla
stessa ora, si vedeva che era esausta, ma ovviamente in quellostesso istante ha ricominciato. Te lo giuro, sembra che...
Cominciai ad accostare la porta, poco alla volta, finch lei
non recep il messaggio e, dopo un passo indietro, si gir
verso le scale. - ... Quindi auguraci in bocca al lupo! - stava
dicendo quando finalmente sentii lo scatto del pomello.
Mi sedetti sul letto a guardare la spiaggia. In quel posto
c'erano un sacco di cose che non capivo. E mi stava bene.
Ma quell'aggeggio per il rumore delle onde? Quello s che
mi faceva ammattire.
Eccoci l, a pochi metri dall'oceano vero, reale, eppure
Heidi era convinta che Thisbe dormisse solo grazie al
suono artificiale delle onde - per giunta sparato a palla -
prodotto da quell'affare. Questo significava che anch'io me
lo dovevo sorbire tutta la notte. Probabilmente non me ne
sarebbe importato pi di tanto se non mi avesse impedito
di sentire il mare vero. E dunque eccomi l, in una casa
sulla spiaggia, ad ascoltare un oceano finto, un'assurdit
che sembrava riassumere tutto ci che non andava di quella
situazione.
Fuori dalla stanza risuonarono altri passi, poi una porta
si apr e si chiuse. Un attimo dopo, neanche a dirlo, iniziarono
le onde. Finte, fragorose e incessanti.
Mi alzai afferrando la borsa e uscii, superando in punta
di piedi la porta socchiusa di Thisbe. Arrivata alle scale,
mi fermai a sbirciare nello studio di mio padre, che aveva
la porta sempre leggermente scostata. Era seduto alla scrivania,
come al solito rivolto verso il muro, e accanto a lui
c'erano una lattina di Coca-Cola Light e una mela intera. Allora
era stata una giornata buona.
Ormai conoscevo bene le sue abitudini. E grazie alle mie
capacit di osservazione avevo scoperto che ogni giorno,
dopo pranzo, si portava una mela nello studio. Nelle giornate
buone era cos preso da quello che faceva che non la
mangiava. In quelle cattive, invece, il torsolo era consumato
dai morsi, rosicchiato fino all'inverosimile, a volte persino
spezzato in due. Nelle giornate di "mela intatta" si presentava
all'ora di cena tutto allegro e loquace. Nelle altre - soprattutto
se il torsolo era spaccato in due - era meglio stargli
alla larga, sempre che scendesse.
La maggior parte dei giorni, per, io non ero comunque
a cena perch verso le cinque uscivo per andare da
Clementine's, dove mangiavo un tramezzino al volo mentre
lavoravo. Alla chiusura, di solito facevo avanti e indietro
sulla passeggiata per un'oretta, prima di tornare a casa a.
prendere la macchina e filarmela per altre tre o quattro ore.
Avevo scoperto un posto a una cinquantina di chilometri
di distanza, chiamato La Timoniera, che restava aperto
tutta la notte ma non era all'altezza di Ray's. I spar erano
stretti e puzzavano di candeggina, il caff invece era annacquato.
Inoltre tutte le cameriere ti guardavano male se
ti trattenevi pi del tempo necessario a mangiare quello che
avevi ordinato, anche se di solito il locale era deserto. Perci
il pi delle volte mi limitavo a far tappa al Gas/Gro, un
piccolo supermercato con annessa pompa di benzina, compravo
un bicchierone di caff da asporto e lo sorseggiavo
mentre guidavo. Tempo due settimane e gi conoscevo ogni
angolo di Colby, per quel poco che potesse servirmi.
Arrivai da Clementine's che erano quasi le sei, quando
stava per cambiare il turno. Tecnicamente significava che
Esther staccava e Maggie la sostituiva, ma la maggior parte
delle volte - per motivi a me incomprensibili - decideva
di restare l a ciondolare, anche se non retribuita. In fin dei
conti sembrava che a Colby tutti ciondolassero da qualche
parte. Le ragazze si ritrovavano da Clementine's, intorno
alla cassa, e l restavano a spettegolare e a sfogliare riviste
di moda mentre i ragazzi, sulle panchine davanti al negozio
di bici, spettegolavano e leggevano riviste di bici. Era
ridicolo. Eppure andava cos, ogni giorno, tutto il giorno.
- Ehil - mi grid Esther, la pi amichevole del gruppo,
quando entrai in negozio. - Come va?
- Bene - risposi, la mia risposta standard. Avevo ormai
deciso da tempo di essere cordiale ma non troppo, per paura
di trovarmi risucchiata in qualche conversazione sull'ultima
star in clinica di riabilitazione o sull'annosa questione:
vestiti con o senza spalline? - Nuovi arrivi, oggi?
- Solo questi. - Prese un paio di foglietti e me li consegn
mentre passavo. - Oh, stamattina, non so perch, la
banca ci ha dato un rotolo di monete da venticinque centesimi
in pi e ho messo la ricevuta del versamento sotto l'orso.
- Ottimo. Grazie.
- Figurati.
Un attimo dopo ero nel mio ufficio, con la porta chiusa,
sola. Proprio come piaceva a me. Se solo le pareti fossero
state di un bianco asettico, sarebbe stato perfetto.
In genere ero cos concentrata sul lavoro da non far caso
a quello che succedeva in negozio. Ma ogni tanto, mentre
passavo da una cosa all'altra, mi capitava di cogliere dei
frammenti. Quando Leah lavorava, era sempre al cellulare.
Esther invece passava un sacco di tempo a fischiettare e
canticchiare. E Maggie... be', Maggie, parlava sempre con
le clienti.
- Oh, questi sono bellissimi - la sentii dire verso le sette
e mezzo, nel momento in cui mi mettevo a lavorare sul libro
paga per la settimana. - I jeans Petunia sono i migliori,
te lo assicuro. Per me sono una seconda pelle.
- Non so - rispose una voce femminile. - Le tasche mi
piacciono ma non sono convinta della tinta.
-  un po' scura. - Pausa. - Per, sai una cosa? Secondo
me  sempre utile avere un paio di jeans con cui essere
elegante. E con un paio pi scuri lo sei di certo. Non tutti i
jeans stanno bene con i tacchi. Ma questi s.
- Dici?
- Oh, senz'altro. Ma se la tinta non ti convince, possiamo
vedere qualche altra marca. Le tasche dei Pink Sling-backs
sono spettacolari. E poi ci sono sempre i Courtney Amandas.
Fanno, come dire, magie per il sedere.
La ragazza rise. -Allora devo assolutamente provarli.
- D'accordo. Aspetta che ti trovo la taglia...
Alzai gli occhi al cielo, digitando qualche numero sulla
calcolatrice. Ogni volta che per caso la sentivo perdersi in
tutti quei dettagli sulle sfumature delle diverse marche di
infradito, per esempio, oppure sui pr e i contro delle culottes
e degli slip nei bikini, mi sembrava di essere davanti
a uno spreco. Ti veniva offerta la possibilit di imparare
tanto su tante cose, e invece sceglievi di occuparti di scarpe
e vestiti. Leah almeno sembrava sveglia, mentre Esther, che
chiaramente aveva uno stile tutto suo, era un personaggio.
Ma Maggie era... be', era tale e quale a Heidi. La ragazza
per antonomasia, al cento per cento, tutta rosa, superficialit
e frivolezze. E per di pi, ben contenta di esserlo.
- Eccoli qui! - la sentii dire in quel momento. - Oh,
e ho preso un paio di questi fantastici sandali con la zeppa
della Dapper che ci sono appena arrivati, cos puoi vedere
come stanno con un look un po' elegante.
- Grazie - fece la cliente. - Sono favolosi. Adoro le
scarpe.
- Ovvio! - rispose Maggie. - Sei umana, no?
Per amor del cielo, pensai. Dov'era quell'aggeggio per le
onde quando uno ne aveva davvero bisogno?
Poco dopo, sentii uno scampanellio alla porta d'ingresso.
In un attimo la musica part a tutto volume, questa volta
un pezzo dance martellante. Non avevo neanche pi bisogno
di guardare l'orologio. Ormai riconoscevo il ballo delle
nove all'istante.
Succedeva ogni sera, un'ora prima della chiusura, a prescindere
da quante commesse fossero ancora in negozio, e
non durava mai pi di una canzone. Non sapevo cosa ne
pensassero le clienti, ma ricordavo come avevo reagito io,
motivo per cui restavo chiusa in ufficio.
Dalle nove e tre minuti circa fino alle dieci c'era sempre
qualche cliente ritardataria e qualche chiacchiera, di solito
su cosa fosse o non fosse in programma per la serata. Anche
in quei casi mi sforzavo di non ascoltare, ma a volte era
impossibile, perci ormai sapevo che Leah insisteva sempre
per andare in discoteca (offriva pi opportunit di conoscere
ragazzi grandi mai incontrati prima), mentre Esther
preferiva i locali con musica dal vivo (aveva un debole per
i cantautori). Maggie, a quanto vedevo, si limitava per lo
pi a uscire con i ragazzi del negozio di bici, molto probabilmente
struggendosi per Jake, anche se lei giurava e spergiurava
che ormai fosse storia passata.
Quella sera non faceva eccezione, come fu chiaro quando
Leah annunci: - Oggi al Tallyho le donne entrano
gratis.
- Cosa avevamo giurato l'ultima volta che ci siamo andate?
- chiese Esther.
- Non abbiamo...
- No, no, non al Tallyho - intervenne Maggie, parlandole
sopra.
Qualcuno ridacchi. Poi Leah disse:-Non capisco cos'
che odiate tanto di quel posto.
- Tutto? - rispose Esther.
- Sempre meglio della serata a microfoni aperti all'Ossify,
ad ascoltare qualcuno che recita la lista della spesa con un
sottofondo di batteria.
- Non saprei - obiett Maggie. - Dici davvero?
Altre risatine. - Senti - riprese Esther - non sto dicendo
che dobbiamo andare all'Ossify. Solo che non mi va di ritrovarmi
un turista ubriaco appiccicato addosso anche stasera.
- C' sempre la pista da bici cross - azzard Maggie. Versi
di delusione. - Che c'? Non si paga, ci sono i ragazzi...
- I ragazzi che conosciamo da una vita - intervenne
Leah.
- ... e ci si diverte - fin Maggie. - In pi ho sentito
che forse questo fine settimana c' Eli.
Stavo sommando una lunga serie di numeri e in quel preciso
istante persi il filo, scordandomi quale avessi digitato
per ultimo. Cancellai tutto e ricominciai daccapo.
- Dicono cos ogni settimana - osserv Leah.
- Pu darsi, ma questa volta me l'ha detto Adam.
- E a lui l'ha detto Eli? - Nessuna risposta da Maggie.
- Lo immaginavo. Ormai  come un avvistamento di Bigfoot.
 diventato una leggenda metropolitana.
Nessuno fiat per quella che mi sembr un'eternit. Alla
fine Esther continu: -  passato pi di un anno. Prima o
poi dovr pur...
- Abe era il suo migliore amico - la interruppe Leah.
- Lo sai quanto erano legati.
- S, lo so. Un giorno o l'altro, per, dovr pur ricominciare.
- E chi l'ha detto?
- Un tempo era tutta la sua vita - intervenne Maggie.
- E ora sta l a gestire il negozio.  come se il mondo si fosse
fermato.
Altro silenzio. Poi Leah comment: - Be', forse per lui
 cos. No?
Qualcuno buss appena alla porta alle mie spalle, facendomi
sobbalzare: Esther si era staccata in silenzio dalle altre
per portare in ufficio i soldi della cassa. - Stiamo per uscire -
annunci mentre entrava. Come ogni sera, le feci posto
mentre lei si infilava sotto la scrivania per raggiungere
la cassaforte. - Sei a buon punto?
- S - risposi. Sbatt lo sportello ed estrasse la chiave.
- Esco tra un secondo.
- D'accordo.
Quando se ne fu andata, tornai alla calcolatrice e ripresi
a sommare. A met colonna di numeri, per, mi fermai e rimasi
immobile con le orecchie tese per sentire se la conversazione
fosse ripresa dove si era interrotta. Non sentendo
nulla, riabbassai la testa sui numeri e questa volta li digitai
lentamente, uno a uno, per non ripetere lo stesso errore.
* * *
A mezzanotte avevo gi percorso a piedi tutta la passeggiata
e guidato intorno a Colby, ma avevo davanti ancora
alcune ore prima di poter anche solo pensare di andare a
casa. Avevo chiaramente bisogno di caff. Perci mi diressi
al Gas/Gro.
Avevo appena parcheggiato e stavo frugando nel posacenere
in cerca di spiccioli, quando sentii un rombo di motore
alle mie spalle. Alzai gli occhi e vidi un pickup verde e scassato
che posteggiava poco distante. Ancor prima di individuare
le bici accatastate nel cassone, riconobbi il tipo basso
e robusto al volante e Adam, l'amico di Maggie, al suo
fianco. Spensero il motore, saltarono gi dal pickup ed entrarono.
Dopo un attimo li seguii.
Il Gas/Gro era piccolo ma pulito, con corsie ordinate e luci
non troppo intense. Come d'abitudine, andai dritta verso il
GroRoast, il caff extraforte, presi il bicchiere pi grande e
lo riempii fino all'orlo. Adam e il suo amico erano
all'estremit opposta del negozio, accanto ai frigoriferi, da dove tirarono
fuori delle bibite prima di passare al reparto dolci.
- Allora m&m's - stava dicendo Adam, mentre io aggiungevo
al mio bicchiere uno spruzzo di panna. - Chupa
Chups. E... vediamo. Magari After Eight?
- Non c' bisogno che annunci ogni cosa che prendiamo
- rispose l'altro.
- Questo  il mio metodo, ok? Se parlo a voce alta riesco
a decidere meglio.
- Per  fastidioso. Almeno fallo piano.
Misi un coperchio sul bicchiere, assicurandomi che fosse
ben chiuso, poi mi diressi alla cassa, dove una donna piuttosto
in carne stava comprando dei biglietti della lotteria.
Un attimo dopo i due ragazzi si accodarono. Li vedevo riflessi
nella pubblicit di sigarette appesa in alto.
- Un dollaro e quattordici - annunci la cassiera, battendo
la cifra.
Feci scivolare sul bancone la somma precisa, poi allungai
la mano verso il bicchiere. Mentre mi voltavo, Adam disse:
- Ehi, mi sembrava di averti gi visto da qualche parte!
Tu... lavori da Clementine's, giusto?
Conoscevo quel genere di pause nel discorso. L'unica
volta che avevo abbassato la guardia mi ero chiaramente
guadagnata il titolo di "quella che ha baciato Jake", anche
se Adam era abbastanza gentile da non dirlo, almeno non
davanti a me. - Gi - risposi. - Proprio cos.
- Io sono Adam - continu, indicandosi. - E lui 
Wallace.
- Auden.
- Guarda che roba - esclam Adam, dando una gomitata
all'amico. - Ha comprato solo un caff. Che autocontrollo!
- Puoi dirlo forte - comment Wallace mentre rovesciavano
la spesa comune sul bancone. - Chi riesce a venire
al Gas/Gro e comprare solo una cosa?
- Be' - rispose Adam mentre la cassiera cominciava a
fare il conto - lei non  del posto.
- Questo  vero. - Wallace mi lanci un'occhiata. - Senza
offesa, naturalmente.  solo che noi siamo...
- Patiti del supermercato - finii d'impulso al posto suo.
Lui fece una faccia sorpresa, poi si scambi un sorriso
con Adam. - Esatto.
- Fanno quindici e ottantacinque - intervenne la cassiera
e, mentre loro si frugavano in tasca tirando fuori banconote
stropicciate, io colsi l'occasione per sgattaiolare via
e tornare alla macchina. Un istante dopo, spuntarono con in
mano un sacchetto ciascuno e salirono sul pickup. Illuminata
dai loro fari, li osservai fare retromarcia e poi allontanarsi.
Per un attimo rimasi seduta l a bere il caff, riflettendo
sulle alternative che mi si presentavano. C'era sempre la tavola
calda aperta tutta la notte. Oppure un altro giro intorno
a Colby. Buttai un occhio all'orologio: solo mezzanotte
e un quarto. Cos tante ore da riempire e cos poco da fare.
Forse fu per quello che mi ritrovai a uscire dal parcheggio
e a svoltare nella loro stessa direzione. Non necessariamente
alla ricerca di Bigfoot. Solo di qualcosa.
* * *
Non fu difficile trovare la pista da bici cross. Bastava seguire
le biciclette.
Erano dappertutto. Ammassate sui marciapiedi gi stretti,
fissate ai portapacchi sul retro delle auto o sopra il tettuccio.
Mi accodai a un vecchio furgoncino Volkswagen da
cui pendeva una bici arancione, seguendolo mentre svoltava
in un ampio spiazzo a due o tre strade di distanza dalla
spiaggia. Mentre parcheggiavo, vidi degli spalti delimitati
da due enormi lampioni che gettavano luce su una serie
di dossi, rampe fatte di ceppi di legno e una distesa di
sabbia. Ogni tanto si vedeva qualcuno in bici che si sollevava
oltre la linea della visuale e rimaneva sospeso a mezz'aria
per un attimo, prima di scomparire di nuovo.
C'era anche un circuito ovale con sponde rialzate di vario
tipo, percorso in quel momento da alcune persone, e pi
avanti due grandi rampe curve, l'una di fronte all'altra. Rimasi
seduta in macchina a guardare un tipo con un casco
nero che scendeva da una parte e saliva dall'altra, avanti e
indietro, ipnotizzata come se mi stessero facendo oscillare
davanti agli occhi un orologio appeso a una catenina. Poi
qualcuno sbatt la portiera del furgoncino, riportandomi di
colpo alla realt.
Non sapevo neanch'io perch mi trovassi l. Non era certo
il mondo o la gente che frequentavo di solito. Gli spalti
erano gremiti di ragazze probabilmente impegnate a confrontare
lucidalabbra e a fantasticare sui tipi che sfrecciavano
sotto di loro. Come volevasi dimostrare, scorsi Maggie
seduta alcune file pi in alto, tutta in rosa, naturalmente.
Non avevo ancora visto se tra i ragazzi impegnati a saltare
ci fosse anche Jake, ma in fin dei conti non ce n'era bisogno.
Mi appoggiai allo schienale, sollevando il bicchiere di
caff per berne un sorso. Le auto continuavano a entrare e
parcheggiare: di tanto in tanto sentivo le voci di chi passava
accanto alla mia macchina. Ogni volta ero a disagio e allungavo
il braccio verso le chiavi, decisa ad andarmene. Ma
poi le persone passavano oltre e io lasciavo cadere la mano.
Dopotutto non avevo niente di meglio da fare. E poi almeno
non sprecavo benzina.
- Ehi!-grid all'improvviso qualcuno da un punto imprecisato
alla mia destra. - Bambola!  qui la festa?
Riconobbi la voce di Jake all'istante. Quando mi voltai,
lo scorsi due posti pi in l nella fila di fronte, appoggiato
a una berlina grigio metallizzato. Indossava un paio di jeans,
una camicia rossa a maniche lunghe che svolazzava al vento,
e sorseggiava qualcosa da un bicchiere di plastica azzurro.
Mi ci volle un secondo per rendermi conto che non
stava parlando con me ma con una spilungona bionda che
passava qualche fila pi in l, le mani sprofondate nelle tasche
della giacca. Lei alz gli occhi e sorrise timida, senza
fermarsi. Un attimo dopo lui la raggiunse, appena a un paio
di auto dalla mia.
Che cretino, pensai, vedendo come la abbagliava con il
suo ampio sorriso. Andarmene in quel momento avrebbe
attirato troppo l'attenzione, per non mi andava neanche
di starmene seduta a guardare l'errore pi grande che
avessi commesso negli ultimi tempi fare l'idiota davanti a
me. Considerai le mie alternative, poi aprii con delicatezza
la portiera, facendo scivolare i piedi sulla ghiaia. Chiusi
piano, mi chinai e girai intorno alla macchina accanto alla
mia, poi a quelle a fianco, e mi allontanai.
Quello zigzag mi fece finire in una zona alla sinistra della
pista dove c'erano solo un paio di rastrelliere per le bici
e alcuni alberelli sparsi. Era appena fuori dall'area illuminata
dai lampioni lungo gli spalti, e da l riuscivo a vedere
tutto senza farmi notare. In altre parole, un posto perfetto.
Appoggiata a una rastrelliera, osservai i ciclisti affrontare
la sequenza di salti. A prima vista sembravano tutti uguali,
ma guardando meglio mi resi conto che ognuno di loro si
avvicinava a una velocit diversa e alcuni rimanevano pi
aderenti al suolo, cauti, mentre altri salivano in alto, poi ancora
pi in alto al dosso successivo. Ogni tanto dagli spalti
si levava qualche applauso o fischio, ma per il resto c'era
una strana quiete, giusto il rumore delle ruote sulla ghiaia,
intervallato da momenti di silenzio quando le bici erano a
mezz'aria.
Dopo un po' localizzai Adam e Wallace: in sella alle loro
bici, con il casco sfilato, erano nel punto in cui si faceva la fila
per saltare. Wallace stava mangiando delle Pringles, mentre
Adam guardava verso gli spalti, facendo cenno a qualcuno
di aggregarsi. Seguendo il suo sguardo vidi di nuovo
Maggie, ancora sola e con gli occhi fissi sulle rampe. Puoi
guardare finch vuoi, avrei voluto dirle, ma molto probabilmente
troverai il tuo Jake nascosto dietro gli spalti, non
davanti. Stupida.
Proprio in quell'istante, come se mi avesse sentito, scatt
in piedi. La vidi sollevare le braccia, raccogliersi i riccioli
scuri alla base del collo e girarci intorno un elastico. Poi infil
la mano nella borsa che aveva accanto, ne tir fuori un
casco e, tenendolo stretto per il cinturino, scese dritta verso
i ragazzi in attesa sotto gli spalti.
Dovevo ammettere che ero sorpresa. Quello che vidi
dopo, per, mi lasci addirittura di sasso: quando raggiunse
Adam, lui salt gi dalla bici, offrendogliela. Lei indoss
il casco e sal in sella. Lui le disse qualcosa, al che lei annu,
poi si spinse indietro lentamente stringendo le dita intorno
alle estremit del manubrio. Quando fu pressappoco a cinque
metri di distanza, si alz in piedi sui pedali per un attimo
e, raddrizzate le spalle, part verso i dossi.
Prese il primo a velocit moderata, sollevando un po' di
polvere e guadagnando pi slancio man mano che si avvicinava
e poi superava quello successivo. Al terzo vol altissima,
le spalle curve, ed era come se la bici volasse sotto
di lei. Anche se ne sapevo poco, si capiva che era brava:
prendeva i dossi di petto e faceva atterraggi fluidi, non goffi
come alcuni degli altri ciclisti. In un batter d'occhio, e senza
la minima fatica, complet la serie di salti e torn nel punto
in cui aspettavano i ragazzi. Wallace le offr una patatina, lei
la prese e tir su la visiera del casco per ficcarsela in bocca.
Ero cos presa a osservare quella scena che all'inizio non
notai la figura apparsa in lontananza sulla mia destra, quindi
ci misi un po' a capire che si trattava di Eli. Aveva i
capelli sciolti e indossava una maglietta verde a maniche lunghe
e un paio di jeans. Purtroppo, quando lo riconobbi, anche
lui si era ormai accorto di me. Si volt e mi guard dritto in
faccia, al che io gli risposi con un semplice cenno del capo,
sperando di sembrare disinvolta.
Quando contraccambi il saluto, infilandosi le mani in tasca,
mi torn in mente lo scambio di battute di quella sera
tra Esther, Leah e Maggie riguardo alla sua rinuncia alla
bici e alla ragione, o alla persona, che stava dietro a quella
scelta. Non che fossero affari miei. E comunque me ne stavo
andando.
Mi avviai alla macchina, il che significava passargli proprio
davanti. Mentre mi avvicinavo, lui alz di nuovo lo
sguardo su di me. - Te ne vai gi - disse, con la voce piatta
che ormai avevo imparato a conoscere. - Non  abbastanza
emozionante per te?
- Non  questo - risposi. -  solo che... devo andare
in un posto.
- C' un gran daffare a quest'ora - comment.
- Esatto.
Non potevo certo dire di conoscerlo, eppure avevo notato
che il suo atteggiamento era piuttosto complicato da decifrare.
Nel suo modo di parlare c'era qualcosa che non ti
faceva capire se scherzasse, fosse serio o chiss che altro. E
questo mi infastidiva. Oppure incuriosiva. O forse entrambe
le cose.
- E tu salti? - chiesi un attimo dopo, immaginando di
non avere niente da perdere con quella domanda.
- Neanche per sogno - rispose. - Tu?
Mi scapp quasi da ridere, ma poi pensai a Maggie
e mi resi conto che forse non era una battuta. - No -
dissi. - Non so nemmeno... cio, sono secoli che non
vado in bici.
Ci riflett su, poi lanci un'occhiata ai dossi alle sue spalle.
- Davvero?
Anche quella domanda usc piatta, senza intonazione,
per cui non sapevo bene come proseguire. Rimasi sulla difensiva:
-  solo che... da piccola non andavo pazza per i
giochi all'aperto.
- Giochi all'aperto - ripet.
- Cio, s, uscivo - aggiunsi. - Non ero una reclusa
o che. Solo che non andavo in bici molto spesso. Di sicuro
non di recente.
- Ok.
Di nuovo, il suo non era un commento necessariamente
critico, eppure aveva qualcosa di irritante. - Da queste
parti  forse un reato? - replicai. - Come comprare solo
una cosa al Gas/Gro?
L'idea era apparire spiritosa, invece anche al mio orecchio
sembr una battuta da zitella acida. O forse solo pazza.
- Come, scusa? - chiese Eli.
Mi sentii arrossire. - Niente. Lascia perdere.
Mi voltai per andarmene, tirando fuori le chiavi dalla tasca.
Giusto il tempo di fare due passi, per, e lui mi grid:
- Guarda che se non sai andare in bici non ti devi mica
vergognare.
- Io so andare in bici - replicai. Ed era vero. Avevo imparato
nel Natale dei miei sette anni, lungo il vialetto di casa,
sulla vecchia Schwinn di Hollis con le rotelle. Da quel che ricordavo
mi era piaciuto, o almeno non mi era dispiaciuto. Il
che non spiegava perch in effetti non mi venissero in mente
molti altri episodi successivi. Anzi, nemmeno uno. - 
solo che...  un po' che non mi capita l'occasione.
- Ah - disse.
Tutto l. Solo "ah". Ges. - Che c'?
Alz le sopracciglia, perplesso. Probabilmente perch, di
nuovo, la mia voce era troppo stridula, leggermente squilibrata.
Che strano, di solito ero nervosissima quando mi capitava
di parlare con i ragazzi, ma con Eli era diverso. Mi
faceva venire voglia di dire di pi, invece che di meno. E
forse non era un bene.
- Sto solo dicendo - rispose dopo un istante - che
siamo a una pista da bici cross.
Lo guardai. - Non intendo certo salire in bici solo per
dimostrarti che ci so andare.
- Non te l'ho chiesto - puntualizz. - Per se stai cercando
un'occasione... eccola. Tutto qui.
Il ragionamento, ovvio, filava alla perfezione. Avevo detto
di non aver avuto l'occasione e lui mi stava facendo notare
che in quel momento, invece, ce l'avevo. Allora perch
mi sentivo cos a disagio?
Presi un bel respiro, poi un altro, in modo che la mia
voce fosse calma, controllata, mentre rispondevo: - Magari
un'altra volta.
- Come vuoi - disse, indifferente.
Un istante dopo ero gi diretta all'auto. Chiuso l'argomento
e fine della discussione. Ma cosa significava quel
"come vuoi"?
Seduta al volante, nella sicurezza dell'abitacolo, mi voltai
a guardarlo pensando gi a una decina di modi in cui avrei
potuto gestire meglio la conversazione. Accesi il motore e
ingranai la retromarcia per uscire dal posteggio. L'ultima
cosa che vidi, prima di fare inversione, fu Eli nel punto preciso
in cui l'avevo lasciato, ancora intento a guardare i salti.
Aveva la testa leggermente inclinata da una parte, come
se fosse concentrato, mentre i ciclisti spiccavano il volo davanti
a lui. Da quella distanza era impossibile riconoscerli,
distinguerne stili e approcci. Tutti uguali, in fila uno dietro
l'altro, salivano su e gi, per farsi vedere solo un istante e
poi sparire di nuovo.
 
CAPITOLO 6.

Riguardo a Thisbe, Heidi era preoccupata di tutto. Quanto
dormiva. Se mangiava abbastanza. Se mangiava troppo.
Cos'era quel puntolino rosso sulla gamba. (Tigna? Eczema?
Il marchio del diavolo?) Se le faceva male piangere cos tanto?
se le sarebbero caduti i capelli? se faceva la cacca del colore
giusto. In quel momento stava per far venire alla bambina
una crisi di identit.
- Caspita! - la sentii esclamare mentre scendevo per
un caff, verso le quattro di pomeriggio. Lei e Thisbe erano
in soggiorno sdraiate a pancia sotto - una pratica che
seguiva religiosamente, perch in teoria doveva impedire
che alla bambina venisse la testa piatta. - Guarda quanto
sei forte!
All'inizio ero troppo presa ad aumentare il mio livello
di caffeina per concentrarmi su di loro. Inoltre, in casi di
estrema necessit ero diventata piuttosto brava a isolarmi
da Heidi. Ma dopo mezza tazza di caff cominciai a notare
che qualcosa non quadrava.
-Caroline-stava dicendo con voce cantilenante, allungando
ogni sillaba. - Chi  la mia bella Caroline?
Mi riempii di nuovo la tazza, poi andai in soggiorno. Era
china sulla piccola che, in posizione prona, si sforzava di alzare
la testolina a rischio di deformazione. - Caroline - la
chiam, solleticandole la schiena. - La signorina Caroline
West.
- Credevo si chiamasse Thisbe - commentai.
Heidi trasal spaventata, poi alz gli occhi verso di me.
- Auden - balbett. - Non... non ti ho sentita entrare.
Guardai prima lei, poi la bambina e infine di nuovo lei.
- Sono solo di passaggio - risposi e mi voltai per andarmene.
Pensavo di averla scampata ma poi, quando raggiunsi
le scale, lei si decise a parlare.
- Quel nome non mi piace! - Quando mi girai, lei, tutta
rossa in viso, guard per aria come se a parlare fosse stato
qualcun altro. Poi sospir e si sedette sui talloni. - Proprio
non mi piace - ripet lentamente, a voce pi bassa.
- Io la volevo chiamare Isabel.  il nome di una delle mie
migliori amiche qui a Colby e l'ho sempre adorato.
Guardai speranzosa le scale, verso lo studio di mio padre,
desiderando come al solito che ci fosse lui l a sbrigarsela,
non io. Ma negli ultimi tempi era ancora pi preso dal
libro, tanto che le mele si ammucchiavano senza neanche
un morso.
- Allora perch non l'hai fatto? - chiesi, tornando sui
miei passi.
Si morse il labbro, accarezzando la schiena della piccola.
- Tuo padre voleva che avesse un nome letterario - mi
spieg. - Secondo lui, Isabel era troppo dozzinale, comune,
un freno a qualsiasi aspirazione di grandezza. Ma io ho
paura che Thisbe sia troppo strano, troppo esotico. Deve essere
dura portare un nome che nessuno ha mai sentito prima,
non credi?
- Be' - risposi - non necessariamente.
Spalanc la bocca. - Oh! Auden! Non intendevo dire
che il tuo...
- Lo so, lo so - la interruppi, sollevando la mano per
difendermi dalle sue scuse che altrimenti rischiavano di
andare avanti per secoli. - Sto solo dicendo, per esperienza,
che non  stato un grosso intralcio. Tutto qui.
Lei annu, poi torn a guardare Thisbe. Sospir. -Allora,
buono a sapersi.
- Ma se non ti piace - proseguii - chiamala Caroline
e basta. Cio...
- Chi  che si chiama Caroline?
Trasalii vedendo mio padre fermo dietro di me, ai piedi
delle scale. Chiaramente non ero l'unica che girasse silenziosamente
per casa. - Oh - mormorai. - Stavo solo dicendo
che  il secondo nome della bambina...
- Il secondo, appunto - sottoline lui. - E solo perch
sua madre ha insistito. Io volevo chiamarla Thisbe Andromeda.
Con la coda dell'occhio intravidi Heidi che faceva una
smorfia. - Davvero? - chiesi.
-  un nome importante! - rispose, battendosi il petto
per aggiungere enfasi. - Impossibile da dimenticare. Che
non permette n abbreviazioni n vezzeggiativi, proprio
come un nome dovrebbe essere. Se tu fossi una Ashley o
una Lisa anzich una Auden, pensi che saresti cos speciale?
Non sapevo cosa rispondere. Davvero si aspettava che gli
dessi ragione, ammettendo che i miei successi scolastici dipendessero
dal nome che aveva scelto lui e non dallo studio?
Fortunatamente si rivel una domanda retorica, visto che
un attimo dopo era gi diretto al frigo per tirare fuori una
birra. - Secondo me-continu Heidi, lanciandomi un'occhiata
- i nomi sono importanti, d'accordo, ma sono le persone
a definire se stesse. Perci se Thisbe  una Thisbe, ottimo.
Ma se vuole essere una Caroline, almeno ne avr la
possibilit.
- Lei non sar una Caroline - ribatt mio padre, facendo
saltare il tappo.
Mi limitai a guardarlo, cercando di capire quando fosse
diventato cos pomposo e insopportabile. Di certo non era
sempre stato cos. Me lo sarei ricordato, no?
- Sai, Auden-si affrett a dire Heidi, tirando su la piccola
e passando in cucina - non so neanche il tuo secondo
nome. Qual ?
Tenendo gli occhi fissi su mio padre, risposi: - Penelope.
- Visto? - le disse mio padre, come se questo dimostrasse
qualcosa. - Forte. Letterario. Unico.
Imbarazzante, pensai. Troppo lungo. Pretenzioso. - Che
bello! - esclam Heidi con troppo entusiasmo. - Non ne
avevo idea.
Scolai muta il resto del caff e portai la tazza al lavello.
Mentre mio padre se ne andava tranquillo sul patio con la
sua birra, Heidi rimase a osservarmi. La sentii prendere fiato
per aggiungere qualcosa, ma poi per fortuna mio padre la
chiam e le chiese cosa volesse per cena.
- Oh, non lo so - rispose lei, buttando un occhio dalla
mia parte mentre sistemava Thisbe nella sdraietta posata
sul tavolo di cucina. Allacci le cinghie e poi, rivolgendomi
un'occhiata di scusa, usc per raggiungerlo. - Tu di
cosa hai voglia?
Per un istante rimasi l a fissarli, l'uno accanto all'altra,
lo sguardo rivolto verso il mare. Mio padre beveva la birra
e intanto Heidi parlava. D'un tratto lui le cinse la vita con il
braccio e, appena la tir a s, lei gli appoggi la testa sulla
spalla. Certe cose proprio non si potevano spiegare.
In quel momento la piccola emise un gorgoglio, agitando
le braccia. Andai da lei e la osservai. Non era ancora capace
di guardare le persone negli occhi: il suo sguardo finiva
sempre al centro della fronte.
Magari, dopotutto, sarebbe stata una Thisbe e non avrebbe
mai neppure considerato la possibilit di essere una
Caroline. Ma fu il pensiero del viso di mio padre, cos sicuro
del contrario, che mi fece avvicinare a lei per ribattezzarla.
In parte con il suo nome vero, in parte con quello voluto
da Heidi, ma in una versione tutta mia.
- Ehi, Isby - sussurrai. - Ma quanto sei carina, Isby?
* * *
Abitare sulla spiaggia in estate ha qualcosa di particolare.
Ci si abitua cos tanto al sole e alla sabbia che diventa difficile
ricordarsi com' la vita nel resto del mondo e dell'anno.
Un paio di giorni dopo, quando aprii la porta d'ingresso
e mi trovai davanti un acquazzone con i fiocchi, per un
attimo rimasi l impalata, consapevole di aver dimenticato
del tutto la pioggia.
Non avendo impermeabili, fui costretta a chiederne uno
in prestito a Heidi, che mi propose tre colori: rosa acceso,
rosa chiaro e - parole sue - rosa cipria, qualunque cosa volesse
dire. Scelsi quello chiaro, sentendomi decisamente radioattiva
mentre percorrevo i marciapiedi grigi e bagnati,
in netto contrasto con tutto ci che mi circondava.
Da Clementine's trovai Maggie dietro al bancone, con
indosso minigonna, infradito e una vecchia maglietta con
la scritta bici clyde, con delle ruote disegnate dentro le C.
Era china su una rivista, molto probabilmente la sua adorata
"Hollyworld", e mentre mi avvicinavo mi salut con
un gesto assonnato.
- Diluvia ancora, eh?-mi chiese, infilando la mano nella
cassa per darmi le ricevute della giornata.
- Gi - risposi. - Nuovi arrivi?
- Non ancora.
Annuii e lei, tornata alla sua rivista, volt pagina. Se Esther
e Leah a volte tentavano di fare conversazione con me,
Maggie si manteneva sempre al minimo, il che non mi dispiaceva
affatto. Non dovevamo fingere di essere amiche o
di avere qualcosa in comune oltre alla nostra datrice di
lavoro. E anche se dovevo ammettere di essere ancora sorpresa
per quello che le avevo visto fare alla pista da bici cross,
credevo di averla pi o meno inquadrata ed ero sicura che
lei pensasse lo stesso di me.
Andai in ufficio, trovandolo stranamente gelido, cos tirai
fuori il libretto degli assegni e cercai la calcolatrice senza
togliermi l'impermeabile di Heidi. Per un'oretta il negozio
fu pressoch deserto, a parte un paio di gruppi di ragazze
entrate per curiosare tra la merce in saldo e guardare le
scarpe con aria trasognata. Ogni tanto sentivo il cellulare
di Maggie che segnalava l'arrivo di un messaggio, ma per
il resto c'era abbastanza silenzio. Poi verso le sei ci fu uno
scampanellio alla porta.
- Salve - disse Maggie. - Posso aiutarla?
Ci fu una pausa, tanto che mi chiesi se la cliente l'avesse
sentita. Poi, per, udii la voce che conoscevo meglio di
qualsiasi altra. - Oddio, no - rispose mia madre con un
tono in cui riconobbi un fremito di orrore. - Sto solo cercando
mia figlia.
- Lei  la mamma di Auden? - chiese Maggie. - Che
bello!  sul retro. Sono sicura che...
In un lampo raddrizzai la schiena, spinsi indietro la sedia
e, inciampando, mi affrettai verso la porta. Ma lo scatto
non fu abbastanza veloce. Trovai mia madre, vestita come
al solito tutta in nero - abito, maglioncino, capelli raccolti accanto all'espositore dei trucchi. Con il braccio teso, reggeva
una boccetta di vetro e intanto ne esaminava l'etichetta,
strizzando gli occhi.
- Bonbon - scand lentamente. Poi guard Maggie da
sopra gli occhiali. - E cosa sarebbe?
- Profumo - rispose Maggie. Poi mi sorrise. - Anzi,
spray per il corpo.  tipo profumo, ma pi leggero e dura
di pi, da usare tutti i giorni.
- Certo - disse mia madre con voce piatta. Rimise la
boccetta dov'era, poi si diede un'occhiata intorno, la sua disapprovazione
era palese. Quando finalmente mi vide, il suo
sguardo non si addolc. - Bene. l'ho trovata.
- Ciao - dissi. Mi stava squadrando con un'espressione
cos seria che mi innervosii all'istante, sensazione che peggior
appena mi ricordai dell'impermeabile rosa che avevo
addosso. - Ehm... quando hai deciso di venire?
Mia madre sospir e superata Maggie - la quale per qualche
motivo le stava sorridendo - svolt verso i costumi, che
poi contempl con un'espressione pi adatta a una disgrazia.
- Stamattina - rispose, scuotendo la testa mentre allungava
la mano per toccare un paio di slip arancioni ornati
di volant. - Avevo un gran bisogno di evadere, ma a
quanto pare mi sono trascinata dietro cattivo umore e brutto
tempo.
- Oh, se  per questo non deve preoccuparsi - intervenne
Maggie. - La pioggia dovrebbe diminuire gi da stasera.
Domani sar una giornata meravigliosa! Il tempo ideale
per il mare. Finalmente prender un po' di colore.
Mia madre si volt a guardarla come se stesse parlando
arabo. - Be'-comment, con un tono che conoscevo bene
e che usava per nascondere quello che pensava veramente
- non sarebbe bello?
- Hai gi mangiato? - le chiesi con troppa foga. Presi
fiato e poi aggiunsi con pi calma: - C' un posto ottimo,
poco pi avanti lungo la passeggiata. Probabilmente posso
staccare per un'oretta.
- Ma certo! - esclam Maggie. - Devi assolutamente
passare un po' di tempo con tua mamma. I libri contabili
possono aspettare.
Mia madre la squadr di nuovo come se dubitasse della
sua capacit di riconoscere un libro, figuriamoci leggerlo.
- Non mi dispiacerebbe bere qualcosa - acconsent, dando
un'altra occhiata al negozio prima di avviarsi alla porta.
Anche i suoi passi lunghi tradivano disapprovazione.
- Fammi strada.
Buttai un occhio verso Maggie, che la stava osservando
affascinata. - Torno tra poco, ok?
- Fai con calma! - esclam. - Davvero. Non ho problemi
a stare qui da sola.
Sentendo quelle parole, mia madre sbuff leggermente e
poi, per fortuna, eravamo gi fuori, di nuovo sotto la pioggia.
Non appena la porta si chiuse alle nostre spalle, comment:
- Oh, Auden.  anche peggio di quello che credessi.
Mi sentii avvampare anche se quella schiettezza brutale
non mi sorprendeva pi di tanto. - Mi serviva un impermeabile
- spiegai. - Di solito non mi...
- No, dico - continu - immaginavo che un negozio
di Heidi non potesse certo rientrare nei miei gusti. Ma Bonbon?
E quel costumino da lolita? Ora agghindiamo le donne
per farle sembrare delle ragazzine? O vestiamo le ragazzine in
modo che sembrino ancora pi piccole, per sfruttare
la loro innocenza? Come fa a essere una donna, per non dire
una madre, e passare sopra a certe cose?
Quelle parole mi fecero rilassare, perch le tirate di mia
madre mi erano familiari come le filastrocche per bambini.
- Be' - dissi - il punto  che conosce il mercato. Quella
roba vende un sacco.
- Certo! Ma non significa che sia giusto. - Sospirando,
mia madre apr l'ombrello e se lo port sopra la testa.
Quando mi offr il braccio, accettai e mi misi al riparo accanto
a lei. - E poi tutto quel rosa. Sembra di stare dentro
una vagina gigante.
Soffocai una risata, coprendomi la bocca con la mano.
- Ma suppongo che sia proprio quello il punto - osserv.
- Solo che  davvero spiacevole vedere il mondo femminile
rappresentato in modo cos indegno e superficiale.
Tutto profumi e balocchi, solo apparenza e nessuna sostanza.
Ormai eravamo al Last Chance, dove per una volta non
c'era la fila. - Ecco il posto che ti dicevo - e lo indicai con
un cenno della testa. - Gli anelli di cipolla sono buoni da
morire.
Mia madre sbirci dentro. - Oh, no, no. Voglio almeno
una tovaglia e una lista dei vini. Continuiamo a cercare.
Alla fine tornammo all'albergo dove aveva preso una
stanza, un piccolo hotel raffinato di nome Condor, poco distante
dalla passeggiata. Il ristorante annesso era minuscolo,
con pochi tavoli vicini, luci soffuse, pesanti tende rosse
alle finestre e la moquette di una tonalit abbinata. Mia
madre si accomod a un tavolo laterale, fece un cenno di
approvazione davanti alla candela accesa e ordin un bicchiere
di cabernet all'assistente di sala mentre si sfilava il
maglioncino. Dopo una sua occhiata eloquente, mi tolsi l'impermeabile
di Heidi, mettendolo poi sotto la borsa, al riparo
da possibili sguardi.
-Allora - disse dopo l'arrivo del vino e il primo sorso
- raccontami del libro di tuo padre. Ormai dovrebbe aver
finito, dovrebbe essere pronto a spedire tutto al suo agente.
Te l'ha fatto leggere?
Abbassai gli occhi sul mio bicchiere d'acqua, muovendolo in cerchio sul tavolo. - Non ancora - risposi prudente,
perch sapevo che cercava pi di una semplice risposta alla
sua domanda. - Ci lavora giorno e notte, per.
- Direi che sta scrivendo, pi che revisionando-osserv,
sollevando il menu e scorrendolo velocemente prima di
metterlo da parte. Non commentai. - Ma in fin dei conti
tuo padre ha sempre avuto strane abitudini di lavoro. Per
altri scrivere  facile, ma per lui no.
Ok, pensai.  ora di cambiare argomento. - La piccola
 molto carina - raccontai. - Ma piange ancora un sacco.
Heidi pensa che sia per le coliche.
- Se pensi che sia per le coliche, probabilmente non 
cos - ribatt mia madre, bevendo un altro sorso di vino.
- Si sa e basta. Con Hollis non c'erano dubbi. Ha strillato
a pieni polmoni fin dalla prima notte a casa.  andato avanti
cos per tre mesi.
Annuii. - Be', Thisbe  piuttosto nervosa...
- Thisbe. - Mia madre scosse la testa. - Non riesco
ancora a crederci. Tuo padre e le sue manie di grandezza.
Come fa di secondo nome? Persefone? Beatrice?
- Caroline.
- Sul serio? - Feci cenno di s. - Che cosa bizzarra.
Non  da lui.
- A quanto pare Heidi ha insistito parecchio.
- Avrebbe dovuto insistere di pi - replic mia madre.
-  solo il secondo nome, dopotutto.
In quel momento arriv il cameriere a chiederci se volevamo
degli antipasti. Mentre mia madre riprendeva in mano
il menu e ordinava per entrambe ceviche di capesante e un
piatto di formaggi, mi cadde lo sguardo sull'impermeabile
di Heidi, il cui rosa era a malapena visibile in quell'ambiente
rosso scuro. Mi torn in mente la sua faccia il giorno
in cui avevamo parlato di quell'argomento, il modo in
cui mi aveva subito fatto i complimenti per quel mio secondo
nome ingombrante, solo perch pensava che mi avrebbe
fatto sentire meglio.
- Del resto - prosegu mia madre quando il cameriere
se ne and - dubito che tuo padre abbia scelto Heidi per la
sua determinazione. Forse proprio per il contrario. Secondo
me voleva una persona leggera e senza spessore, che stesse
sempre ai suoi ordini.
Sapevo che probabilmente aveva ragione. Heidi non aveva
certo dimostrato molta grinta, nelle ultime settimane.
Eppure, per qualche motivo, mi venne spontaneo ribattere:
- Heidi, per, non  del tutto svampita.
- Ah, no?
Scossi la testa. - In realt  una donna d'affari piuttosto
in gamba.
Si volt a guardarmi e i suoi occhi scuri incrociarono i
miei. - Davvero?
- Gi. Cio, lo so perch mi sto occupando della sua contabilit.
- Avevo dimenticato quanto potesse essere penetrante
lo sguardo di mia madre: cedetti quasi subito e riportai
l'attenzione sul bicchiere d'acqua. - Clementine's potrebbe
essere solo un'attivit stagionale, eppure riesce a gestire il
negozio in maniera tale da trarne profitto tutto l'anno. E ha
davvero fiuto quando si tratta di capire le mode. Un sacco della
roba che ha ordinato l'anno scorso, adesso va alla grande.
- Capisco - scand. - Come il Bonbon, per esempio?
Arrossii. Perch stavo difendendo Heidi? - Dicevo tanto
per dire - risposi. - L'apparenza inganna.
-  cos per tutti - ribatt, riuscendo di nuovo sia ad
avere l'ultima parola sia a dare l'impressione di aver avuto
ragione fin dall'inizio. Non sapevo proprio come ci riuscisse.
- Ma basta con Heidi. Parliamo di te. Come va con le letture
per il prossimo anno? Dovresti essere gi a buon punto.
- S, infatti - risposi. - Vado a rilento, per. I libri di
testo sono un po' noiosi, soprattutto quello di economia.
Ma penso che...
- Non puoi pretendere che tutte le materie ti si semplifichino,
Auden - mi interruppe. - E non dovresti nemmeno
augurartelo. Pi sei costretta a impegnarti per imparare
qualcosa, meglio te lo ricordi.
- Lo so - replicai. -  solo che  piuttosto difficile leggere
senza nessuna indicazione da parte dei professori. Di
sicuro una volta iniziate le lezioni sar pi semplice capire
cosa  importante.
Scosse il capo.-Ma non dovresti averne bisogno. Mi capitano
fin troppo spesso studenti che aspettano tranquillamente
che sia io a spiegargli il senso di una battuta di dialogo
o di un'indicazione di scena nel contesto di un'opera
teatrale. L'idea di provare ad arrivarci da soli non li sfiora
neanche. Ma ai tempi di Shakespeare c'era solo il testo. Sta
alle singole persone decifrare il significato.  l'unico vero
modo per imparare.
Si stava scaldando, era chiaro. Motivo per cui, probabilmente,
commisi un errore dicendo: - Ma questa  economia,
non letteratura.  diverso.
Mi trapass con lo sguardo. - No che non  diverso,
Auden.  proprio questo il punto. Quando mai ti ho insegnato
a prendere per buone le opinioni degli altri?
Ebbi l'intelligenza di restare immobile e non rispondere.
Per fortuna arrivarono le ordinazioni e cos anche questa
volta aveva avuto lei l'ultima parola.
Le cose, per, non migliorarono molto. Dopo essersi arresa
al mio mutismo, ordin un altro bicchiere di vino e si
lanci nel lunghissimo racconto di una controversia su un
piano di studi che, a quanto pareva, le stava succhiando tempo
ed energie. Io ascoltavo distratta, facendo mormorii di
assenso quando necessario e mangiando senza appetito l'insalata
e la pasta. Quando finimmo erano gi passate le otto,
fuori aveva smesso di piovere e il cielo era striato di rosa.
- Guarda laggi - esclam mia madre, osservando
l'orizzonte. - Il tuo colore preferito.
Quelle parole mi colpirono come uno schiaffo improvviso,
come lei voleva che fosse. - Non mi piace il rosa - ribattei
con una voce tesa quanto il mio stato d'animo.
Lei mi sorrise, poi allung una mano e mi scompigli i
capelli. - Ma quanto ti infervori - esclam. - E comunque
la giacca che porti sembrerebbe indicare il contrario.
Abbassai gli occhi sull'impermeabile di Heidi. - Non 
mia. Te l'ho detto.
- Oh, Auden, rilassati. Sto solo scherzando. - Fece un
profondo respiro, chiudendo gli occhi. - E poi era prevedibile
che cambiassi un po', stando qui con Heidi e questa
gente. Non potevo certo aspettarmi che rimanessi per sempre
il mio alter ego. Alla fine vorrai addirittura provare il
Bonbon, per cos dire.
- Non  vero - risposi, avvertendo il nervosismo nella
mia voce. Anche lei lo not e sgran appena gli occhi.
- Cio, non sono cambiata. Lavoro qui. Punto.
-  tutto a posto, tesoro - ribatt, scompigliandomi di
nuovo i capelli. Ma questa volta mi scostai, irritata dalla sua
condiscendenza e dal modo in cui poi sorrise alzando le spalle.
- Abbiamo tutti i nostri piccoli segreti, no?
Fu per puro caso che in quel preciso istante guardai oltre
la siepe alle nostre spalle, verso la piscina dell'albergo, deserta
tranne che per una persona. Una persona con un paio
di occhiali dalla montatura nera e quadrata, la pelle cos
chiara da sembrare trasparente e addosso solo un paio di
calzoncini rossi, intenta a leggere un libriccino rilegato che
identificai all'istante come un testo di letteratura. Guardai
mia madre negli occhi, poi mi voltai di nuovo verso di lui
assicurandomi che lei se ne accorgesse. Solo allora replicai:
- Suppongo di s.
Lei cerc di mantenere il viso rilassato ma si trad con una
rapida contrazione nell'attimo in cui il mio commento andava
a segno. Non per questo, per, provai soddisfazione.
Non provai un bel niente.
- Bene - concluse dopo un istante. - Sono sicura che
devi tornare al tuo lavoro. - Pronunci quelle ultime due
parole con il tono che utilizzava per il libro di mio padre,
esprimendo chiaramente i propri dubbi riguardo alla sua
importanza o persino alla sua esistenza.
Si chin porgendomi la guancia perch la baciassi, ma io
rimasi dov'ero. Mi sorrise di nuovo e poi sentenzi: - Oh,
cara, non essere acida.  il primo istinto dei deboli.
Mi morsi il labbro e le diedi le spalle senza rispondere.
Con le mani sprofondate nelle tasche dell'impermeabile di
Heidi, quasi volessi strapparne via il rosa, mi allontanai. Forse
un'altra persona mi avrebbe richiamata, ma ero sicura che
mia madre non l'avrebbe fatto. Aveva avuto l'ultima parola,
per giunta di grande effetto, e a lei non importava altro.
Tornai da Clementine's a testa bassa, cercando di inghiottire
l'enorme groppo che mi si era formato in gola. Chiaramente
le aveva dato fastidio il fatto che avessi preso le difese
di Heidi, anche se mi ero limitata a dire che non fosse
del tutto svampita e a farle due piccoli complimenti. Ma ai
suoi occhi bastava per relegarmi nel grande schieramento
rosa. Se non ero in totale accordo con lei, allora ero come
Heidi. Non c'erano vie di mezzo.
In quel momento, proprio mentre aprivo la porta di
Clementine's, sentii che gli occhi mi si riempivano di lacrime.
Per fortuna Esther e Leah erano al bancone con Maggie,
tutte e tre impegnate come sempre a discutere dei programmi
per la serata. Quasi non si accorsero di me quando passai
loro accanto, diretta in ufficio, dove mi sedetti alla scrivania
con tutte le intenzioni di rimettermi al lavoro. Ma dopo
una ventina di minuti trascorsi a fissare numeri sfocati e ad
asciugarmi gli occhi con il dorso delle mani, per quella sera
decisi di chiudere l.
Prima di lasciare l'ufficio, mi legai i capelli con un elastico
e finsi un'espressione il pi stoica e imperturbata possibile.
Due bei respiri e mi avviai alla porta.
- Il punto  che non incontrer mai un ragazzo sexy in
una caffetteria - stava dicendo Leah.
- Chi l'ha detto? - chiese Esther.
- Logica generale. I ragazzi sexy non frequentano posti
del genere.
- E gli artisti sensibili e sexy? Loro nelle caffetterie ci vivono.
- Ok - ribatt Leah - ma gli artisti per me non sono sexy.
- Oh, certo. A te piacciono solo gli spacconi unti e bisunti
- replic Esther.
- A dire il vero, l'unto  il tuo settore. Sono gli artisti,
quelli che non si lavano.
Speravo che quella conversazione fosse abbastanza avvincente
da permettermi di sgattaiolare via. Ma mi and
male. Quando mi videro arrivare, mi dedicarono tutta la
loro attenzione.
- Devo andare - dissi, cercando di suonare disinvolta.
- Le ricevute sono a posto e domani vengo prima cos finisco
il libro paga.
- Ok - rispose Maggie. - Ehi, ti sei divertita con tua...
- Sai - sbott Esther rivolta a Leah - il tuo commento
non mi  piaciuto. Non sono mai uscita con uno unto quanto
quel tipo dell'aeronautica che hai conosciuto tu l'estate
scorsa.
- Quello non era unto - replic Leah prendendo il cellulare
e scrutando lo schermo. - Era gel.
- Secondo me conta.
- No.
- Sei sicura? Perch...
Fortunatamente, grazie a quel battibecco, finsi di non
aver sentito la mezza domanda di Maggie e riuscii a filarmela
fuori dalla porta senza dare ulteriori spiegazioni. Lei
comunque non sembr farci caso: quando lanciai un'occhiata
alle mie spalle, vidi che stava ridendo per una battuta
di Leah, mentre Esther alzava gli occhi al cielo, tutte e tre
come sempre al sicuro nel loro piccolo mondo rosa.
Feci un salto alla caffetteria poco pi avanti, poi trovai un
posto sulla spiaggia e bevvi il mio caff mentre il sole tramontava.
Dopo aver buttato gi l'ultimo goccio, tirai fuori
il cellulare e schiacciai il tasto uno delle chiamate rapide.
- Victoria West.
- Ciao, mamma. Sono io.
Ci fu una breve pausa. Poi: - Auden. Immaginavo che
avresti telefonato.
Non un buon inizio, ma andai avanti lo stesso.-Volevo
solo sapere se magari ti andava di fare colazione insieme,
domattina.
Sospir. - Oh, cara, mi piacerebbe tanto, ma partir molto
presto. A essere sincera, temo che questo viaggio non sia
stato una buona idea. Mi ero dimenticata di quanto detestassi
il mare.  tutto cos...
Rimasi in attesa dell'aggettivo che avrebbe descritto quel
vuoto, ben sapendo che forse valeva anche per me. Ma lei
lasci cadere la frase, risparmiando cos sia la costa sia la
sottoscritta.
- Comunque - continu dopo un momento di silenzio
troppo impacciato -  stato un piacere vederti. Mi raccomando,
fammi sapere come procede la tua estate. Voglio
che mi racconti tutto.
Ricordai che era esattamente quello che mi aveva detto
il giorno della mia partenza. All'epoca, per, sapevamo
entrambe che si riferiva ai dettagli pi succulenti e ridicoli
della stupida vita di mio padre e Heidi. Una vita che in
quel momento, per via di un solo impermeabile rosa, stavo
vivendo anch'io.
- Senz'altro - dissi. - Buon viaggio.
- Grazie. Ciao, tesoro.
Chiusi il telefono e restai immobile, sentendomi di nuovo
un groppo in gola. Avevo sempre dovuto faticare per tenere
vivo l'interesse di mia madre, strappandolo al suo lavoro,
ai suoi colleghi, ai suoi studenti, a mio fratello. Mi era
capitato spesso di chiedermi se non fosse solo una mia ridicola
impressione. A quanto pareva, per, il mio istinto ci
aveva visto giusto: la sua attenzione non solo era difficile
da ottenere, ma anche decisamente troppo facile da perdere.
Rimasi seduta l a lungo, a osservare la gente che andava
e veniva sulla spiaggia di fronte a me. C'erano famiglie,
bambini che correvano e schivavano le onde. Coppie che
si tenevano per mano. Gruppi di ragazze, gruppi di ragazzi,
surfisti sparsi sulle onde malgrado cominciasse a fare
buio. Alla fine, per, via via che si accendevano le luci nelle
case alle mie spalle e sul pontile in lontananza, la spiaggia
si svuot. La notte era solo all'inizio e la mattina ancora
terribilmente distante. Quel pensiero mi fece sentire stanca,
stanchissima.
- Auden?
Sobbalzai, poi girai la testa e vidi Maggie accanto a me.
Aveva i capelli mossi dalla brezza e la borsa in spalla. Dietro
di lei la passeggiata era una fila di luci l'una attaccata all'altra.
- Tutto ok? - chiese. Dato che non rispondevo, aggiunse:
- Sembravi gi quando te ne sei andata.
Mi balen davanti mia madre, il modo sprezzante in cui
aveva guardato Maggie, gli slip del bikini, la boccetta di profumo
e infine me, raggruppando tutto nella categoria delle
cose che non erano di suo gradimento. Un enorme contenitore,
un luogo che avevo cercato di evitare per tantissimo
tempo, grande quanto la spiaggia su cui eravamo. E ora che
mi ci trovavo in mezzo, mi resi conto che non mi dispiaceva
avere un po' di compagnia.
- No - risposi. - In realt, no.
Non sapevo neanch'io cosa mi aspettavo che dicesse o facesse.
Per me, da quel momento in poi, fu tutto nuovo. Ma
chiaramente per lei no. Si intuiva dalla tranquillit con cui si
scroll la borsa dalla spalla, lasciandola cadere con un tonfo
sulla sabbia, prima di sedersi al mio fianco. Non mi tir
a s per un abbraccio, n mi offr mielose parole di conforto,
cose che di sicuro mi avrebbero fatta scappare a gambe
levate. Non mi diede niente all'infuori della sua compagnia,
capendo, ancora prima di me, che era proprio quello
di cui avevo bisogno.
 
CAPITOLO 7.

- Io invece - disse Maggie - ho scoperto che quando
compri le gomme da masticare, ti serve sempre qualcos'altro.
Perch le gomme non sono un vero spuntino.
- Verissimo - conferm Esther.
- Se compro le gomme, prendo sempre anche delle patatine
e magari pure una confezione da due di biscotti. Cos
sono sicura di avere da mangiare e qualcosa di rinfrescante
per dopo.
Leah scosse la testa. - Non lo so - esit. - E le Tic Tac?
Sono simili alle gomme, eppure le ho mangiate pi di una
volta al posto del pranzo.
- Quelle, per, le ingoi - fece notare Esther. - Le Tic
Tac sono di tua propriet. Le gomme solo in prestito.
Maggie si volt verso di lei, sorridendo.-Impressionante.
- Grazie - rispose Esther. - Mi sento sempre ispirata,
qui al Gas/Gro.
Io invece non mi sentivo affatto ispirata. E nemmeno impressionata.
Se mai, ero un pesce fuor d'acqua, un'aliena in
un mondo alieno. L'attimo prima ero sola sulla spiaggia e
quello dopo l, una ragazza come tante altre, forse addirittura
una patita dei supermercati.
Quando Maggie si era seduta al mio fianco, non sapevo
minimamente cosa aspettarmi. Avevo amiche sparse nelle varie
scuole che avevo frequentato, ma in sostanza non avevo
mai fatto cose da ragazza con nessuna di loro. Le nostre interazioni
si limitavano per lo pi a discussioni scolastiche, il
nostro solido punto di contatto. E quindi potevo solo basarmi
su sprazzi di film demenziali beccati in televisione, in cui
sembrava che le donne facessero amicizia solo mentre bevevano,
ascoltavano musica dance o ballavano, oppure tutte le
cose insieme. Ma dato che, nonostante il mio abbattimento,
non avrei mai permesso niente del genere in mia presenza, fui
costretta a chiedermi cos'altro, di preciso, sarebbe successo.
Quando finalmente Maggie aveva aperto bocca, era riuscita
a sorprendermi. Di nuovo.
- Quindi tua madre  una rompipalle, eh?
Mi ero girata a guardarla. Stava fissando il mare con i capelli
svolazzanti e le ginocchia al petto. -  la definizione
pi azzeccata.
Lei aveva sorriso e, dopo aver recuperato la borsa per
piazzarla in mezzo a noi, aveva iniziato a rovistarci dentro
in cerca di qualcosa. Quando aveva tirato fuori una rivista,
mi ero fatta coraggio temendo - ahim - un'analogia con
qualche vip. Scioccata, mi ero resa conto che invece si trattava
di una guida della Uni: se l'era messa sulle gambe e
l'aveva sfogliata fino a trovare una pagina con un'orecchia.
Poi me l'aveva passata.
Inglese alla Uni, diceva il titolo. Le parole erano piuttosto
difficili da leggere dato che potevo contare solo sul chiarore
di una casa alle nostre spalle. Ma la foto di mia madre
seduta a capo di un tavolo da seminario, con gli occhiali in
mano, chiaramente durante una lezione, l'avrei riconosciuta
con qualsiasi luce a qualsiasi distanza.
- Dove l'hai presa? - le avevo chiesto.
- Mi  arrivata con il kit per l'ammissione. Ho fatto domanda
solo perch mi interessa il loro dipartimento di inglese.
- Andrai alla Uni?
Aveva fatto no con la testa e mi pentii della domanda,
perch essere rifiutati dall'universit non doveva essere certo
bello. - Ho fatto un sacco di ricerche, per. Oggi, al negozio,
ero convinta di aver gi visto tua madre da qualche
parte. Non riuscivo a collocarla ma poi, quando sono andata
a casa, ho ripescato questo.
Avevo guardato di nuovo la foto di mia madre prima di
chiudere lentamente la guida. -  una persona... complicata
- avevo detto. - A volte non  facile essere sua figlia.
- Secondo me - aveva replicato lei - a volte  difficile
in generale, non importa di chi sei figlia.
Ci avevo riflettuto su mentre le restituivo la guida e lei
la rimetteva in borsa. Per un istante restammo sedute l, in
silenzio, a fissare l'acqua. Non potevo fare a meno di pensare
che, tra tutte le persone che avevo conosciuto a Colby,
lei era l'ultima con cui avrei pensato di poter parlare in quel
modo. Questo mi fece tornare in mente una cosa.
- Sai - avevo detto alla fine - Jake non ha significato
davvero niente per me. Mi vergogno persino di averci avuto
a che fare.
Lei aveva annuito, lentamente. - Produce spesso questo
effetto.
- Dico sul serio. Se potessi tornare indietro... -Avevo
preso fiato. - Non lo rifarei.
- Pensa che tu ci sei cascata solo per una notte - aveva
sospirato lei, allungando le gambe. - Immagina se ci avessi
sprecato due anni di vita, come me.
Non potevo, naturalmente. Non avevo mai avuto un ragazzo
vero, nemmeno uno scadente. - Dovevi essere davvero
innamorata.
- S. - Lo aveva ammesso con semplicit e naturalezza.
Era la verit. - Suppongo che tocchi a tutti, per, giusto?
- Cosa?
- Il primo amore. E il primo ragazzo che ti spezza il
cuore. Nel mio caso coincidono. Almeno sono efficiente,
no? - Aveva infilato la mano in borsa e, dopo aver frugato
di nuovo, aveva tirato fuori un pacchetto di gomme. Avrebbe
voluto prenderne una, poi si era accigliata. - Vuoto. 
ora di fare un salto al Gas/Gro.
L'avevo guardata mentre si alzava in piedi, scuotendosi
la sabbia di dosso, e poi afferrava la borsa. - Allora... -
avevo detto - grazie per avermi chiesto come stavo.
- Non vieni anche tu? - mi aveva chiesto.
- Al Gas/Gro?
- O anche da un'altra parte. - Si era messa la borsa
in spalla. - Puoi restartene seduta qui, se vuoi. Ma
questo posto  un po' troppo solitario. Specialmente se
gi stai male.
Ero rimasta a fissarla per un istante. Sentivo di dover essere
sincera, di doverle dire che in realt la solitudine mi
piaceva anche quando stavo malissimo e che, anzi, a volte
la preferivo. Ma poi, ripensando a come mi ero sentita davanti
al tramonto, mi ero chiesta se fosse ancora vero. Forse
s. Forse no. Sembrava una decisione troppo difficile in
quel momento. Perci avevo optato per un'altra verit, che
era fuori da ogni dubbio.
- Be' - avevo detto - magari un caff in pi non sarebbe
male.
E poi mi ero ritrovata in piedi, a buttare il bicchiere vuoto
in un cestino della spazzatura poco distante. Mi ero incamminata
accanto a lei, avevamo attraversato la spiaggia fino
alla passeggiata, superando capannelli di turisti per poi raggiungere
il Gas/Gro, dove Esther e Leah ci aspettavano sedute
sul paraurti di una Jetta ammaccata.
In quel momento vidi Maggie che prendeva le gomme e
una confezione di biscotti, poi si fermava con la mano sospesa
su un pacchetto di caramelle alla frutta, prima di decidere di
lasciarlo l. Esther, al suo fianco, stava esaminando
una bustina di semi di girasole.
-  tutta la sera che ci penso - disse. - Ma non so se
hanno abbastanza fattore snack.
- Fattore snack? - chiesi.
-  la quantit di gusto ed energia che pu darti uno
snack - mi spieg Maggie, mentre Leah prendeva una scatola
di Tic Tac e la agitava. - I semi di girasole, ad esempio,
ne hanno molto poco. Mentre la carne essiccata  una bomba.
- Sar sincera: proprio non vi capisco - confessai.
- Cos' che non capisci? - chiese Leah.
- Tutta questa mania del supermercato, comprare snack
e analizzare ogni cosa nei minimi dettagli e confrontarla -
risposi. - A che pr?
Si scambiarono una serie di occhiate. Poi Esther rispose:
- Non lo so. Cio, quando usciamo non abbiamo una
meta precisa. Non si sa mai cosa pu capitare. E cos ci fermiamo
a fare scorte.
- Prima si fa un salto al supermercato -aggiunse Maggie
- e poi c' l'avventura.
Si avviarono alla cassa, io agguantai un nuovo bicchierone
e lo riempii di miscela GroRoast. Semplice: non mi serviva
altro. Ma mentre le raggiungevo, mi ritrovai all'improvviso
ad allungare la mano verso una confezione da due di tortine
al cioccolato. Sapevo che erano superflue, un concentrato
di calorie, uno spreco di soldi. Eppure mi chiesi se le ragazze
non avessero per caso ragione. Quando non sai dove
stai andando, magari non  una cattiva idea avere qualcosa
in pi dello stretto necessario.
* * *
- Oddio - gemette Esther. - Come se qui, invece, non ci
fossimo mai venute.
Eravamo ferme nel vialetto di una villa a pochi passi dal
mare. C'era gente dappertutto: accalcata sui gradini d'ingresso,
all'interno della casa - come si intuiva dall'andirivieni
delle sagome dietro le finestre illuminate - assembrata
sui due patio e sparsa sulla spiaggia sottostante. Stavano anche
arrivando altre macchine, pronte a parcheggiare dietro
quelle gi disposte ordinatamente lungo i lati della strada
stretta, e pi alla rinfusa verso il fondo. Eravamo l solo da
due minuti e ci erano gi passate davanti almeno quindici
persone dirette alla villa.
- E proprio perch ci siamo gi venute - continu Esther,
mentre dietro di noi passava un'auto con la radio a
tutto volume - io voto per andarcene adesso, quando abbiamo
ancora una dignit da difendere.
- Non ho intenzione di far nulla di poco dignitoso - afferm
Leah, aprendo la scatola di Tic Tac e infilandosi un confetto
in bocca.-Voglio solo passare una serata spensierata.
-  la stessa cosa.
- Oh, santo cielo, non  affatto la stessa cosa - sbott
Leah. - Perch non ti rilassi, una buona volta? Magari ci
divertiamo.
-A queste feste non mi diverto mai - ribatt Esther. - A
meno che non ami farti rovesciare della birra addosso o farti
palpare il sedere da un tizio palestrato in un corridoio strapieno
di gente. Evidentemente a te piacciono queste cose.
Leah fece un sospiro cos forte che soffi via i capelli dal
viso. - Senti, ieri sera siamo andate al Club Caramel e ci
siamo sorbite una ragazza che suonava lo xilofono e ha cantato
dieci canzoni sul comunismo. Mi sono forse lamentata?
- S - risposero in coro Maggie ed Esther, che poi aggiunse:
- Parecchio.
- Per ci sono venuta - continu Leah, ignorando il
commento. - E per premio toccava a me decidere cosa fare
stasera. E ho scelto questo. Perci entriamo.
Senza aspettare conferme, si mise in tasca le Tic Tac e si
avvi con passo deciso verso la casa. Esther le and dietro,
decisamente meno entusiasta, mentre Maggie mi lanci
un'occhiata. - Non  poi cos male - disse. -  solo la tipica
festa privata del fine settimana. Hai presente, no?
No, pensai. Proprio per niente, ma non avevo intenzione
di dirglielo. Cos mi limitai a seguirla, facendo attenzione
a non calpestare le tante lattine di birra vuote sparse lungo
il vialetto e le scale.
Dentro, la casa era affollatissima, con gente accalcata su
entrambi i lati del corridoio. L'unico modo per passare era
farsi strada attraverso lo stretto passaggio centrale, in fila indiana,
e anche cos bisognava strizzarsi ben bene. Regnava
ovunque un odore misto di acqua di colonia, sudore e birra,
sempre pi acre man mano che ci si inoltrava. Cercavo
di guardare dritto davanti a me, ma ogni tanto con la coda
dell'occhio vedevo un ragazzo che mi fissava, la fronte madida
di sudore, oppure sentivo una voce che diceva: - Ehi,
piccola, come va? - rivolta a me o a chiss chi.
Alla fine arrivammo in soggiorno, dove c'era pi spazio
per respirare ma molta pi gente. La musica di uno stereo
che non riuscivo a vedere era altissima e su un lato c'era un
gruppo di persone, per lo pi ragazze, che ballava sotto lo
sguardo di un capannello di ragazzi. Nella cucina alla mia
destra vedevo un fusto di birra, pi una gran confusione di
bottiglie di diversi superalcolici appoggiate sul bancone, accanto
al lavello. Inspiegabilmente, c'erano anche due vassoi
di pasticcini: uno di bellissime tortine, chiaramente glassate
a mano e cosparse di roselline, l'altro di biscotti misti - limone,
gocce di cioccolato, lampone - sistemati con cura su
minuscoli centrini di carta.
Intercettando il mio sguardo, Maggie mi fece cenno di avvicinarmi
a lei. Poi all'orecchio mi spieg: - I genitori di
Belissa hanno una pasticceria. Questa  casa sua.
Mi indic con un cenno una ragazza con lunghi capelli
scuri e mediati, canotta bianca e jeans, che ballava in mezzo
al gruppo in soggiorno e rideva con la testa abbandonata
all'indietro. Sulle labbra aveva un rosso accesissimo, lo
stesso colore delle minuscole rose sulle tortine.
- Ci serve della birra - decret Leah accanto a Maggie.
Agguant da qualche parte un paio di bicchieri rossi e me
li pass. - Tieni. Sei la pi vicina.
Guardai prima i bicchieri, poi il fusto di birra. Leah e
Maggie ormai stavano chiacchierando - Esther era scomparsa
- perci nessuna delle due not la mia incertezza mentre
mi giravo verso il fusto da cui avrei dovuto prendere la
birra. Sembrava piuttosto semplice, cos tirai su la leva del
rubinetto e la girai. Niente.
Mi guardai intorno. Leah e Maggie stavano ancora parlando
e le uniche altre persone nei paraggi - un ragazzo e
una ragazza che si sbaciucchiavano appoggiati al frigorifero
- non si preoccupavano n di me n del resto. Girai di
nuovo la leva - nulla - e mi sentii avvampare, in totale imbarazzo.
Non ero mai stata brava a chiedere aiuto, soprattutto
per ci che gli altri erano convinti che sapessi fare. E
ne sapevo fare parecchie, di cose, ma quel gesto semplice e
stupido per me era una novit assoluta.
Presi fiato, pronta a tentare di nuovo, ma all'improvviso
comparve una mano sulla mia: le dita spinsero gi
la leva del rubinetto e la birra cominci a riempirmi il
bicchiere.
- Fammi indovinare - disse Eli con il timbro basso e
controllato di sempre. - Anche bere dai fusti rientra nei
giochi all'aperto?
Mi limitai a guardarlo, l accanto a me in jeans e felpa blu
con il cappuccio, la stessa che portava la prima volta che
l'avevo incontrato. Forse fu per via dell'imbarazzo, gi al
massimo prima di scoprire che avessi un pubblico, ma mi
saltarono subito i nervi. - Ti sembra che siamo all'aperto?
- replicai.
Lui si guard intorno come se avesse bisogno di controllare
prima di rispondere. - No.
- Allora, no. - Tornai a concentrarmi sul fusto di birra.
Lui tolse la mano dal rubinetto e rimase l a osservarmi
mentre riempivo l'altro bicchiere. - Sai - disse - ho notato
che stai un po' sulla difensiva.
- Io invece ho notato che tu hai il vizio di giudicare.
- Oh - mormor. - Allora sei ancora arrabbiata per la
storia della bici.
- Io so andare in bici! - esclamai.
- Ma non sai come funziona un fusto di birra.
Sospirai. - E perch ti interessa?
Alz le spalle. - Da queste parti  quasi d'obbligo. Come
comprare pi di una cosa al Gas/Gro.
Mi colp che ricordasse la nostra conversazione alla pista
da bici cross - era bello restare nella memoria di qualcuno,
anche se per circostanze imbarazzanti - ma lo ignorai,
spostandomi verso Maggie e Leah per potermi liberare
delle birre. Quando mi voltai verso di loro, per, vidi che mi
stavano gi fissando a occhi sgranati. - Che c'? - chiesi,
ma loro mi presero semplicemente i bicchieri dalle mani e,
dopo essersi allontanate un po', cominciarono a sorseggiare
la birra e a scambiarsi occhiate.
Tornai al fusto con un altro bicchiere e mi allungai per
riempirlo. Quando finii, mi stavano ancora guardando con
quelle strane espressioni, cos bevvi un sorso. La birra era
calda e sgasata. Non mi ero poi persa molto.
Mentre Eli esaminava i pasticcini l accanto, mi resi conto
di essere stata un po' brusca. Nel tentativo di rimediare
dissi: - A quanto pare i proprietari della villa hanno una
pasticceria.
Lui mi lanci un'occhiata. - Davvero?
Per qualche strana ragione, anche se quella birra aveva
un saporaccio, decisi di berne un altro sorso. -  quella ragazza
con la canotta bianca laggi. E il rossetto rosso.
Lanci un'occhiata nella direzione che indicavo e per un
istante guard la gente che ballava. - Oh, giusto. L'ho vista.
In quel momento la ragazza era davvero scatenata: i capelli
le ondeggiavano da una parte all'altra, roteava il bacino
strusciandosi di schiena contro un ragazzo parecchio pompato
e pure lucido di gel. - Wow - esclamai. - Che roba.
- Cio?
Scrollai le spalle. Mentre mandavo gi un altro sorso di
birra, la ragazza guard dalla nostra parte, incrociando il
mio sguardo. -  solo che... certe volte  meglio poco che
tanto. No?
Lui abbozz un sorriso, come se gli facessi tenerezza, il
che mi diede piuttosto fastidio. Con un'occhiata a Maggie
e Leah mi accorsi che, chiss per quale motivo, ormai avevano
gli occhi completamente fuori dalle orbite.
-Con questo, per-continuai-non dico che non devi
mangiare i suoi pasticcini. Hanno un aspetto magnifico.
- No, grazie - rispose. - Passo.
- Guarda che se non sai mangiare una tortina non ti devi
mica vergognare.
Quella volta sorrise veramente. - Io le so mangiare, le
tortine.
- S, come no.
- Sul serio-insistette.-Solo che queste non mi vanno.
- Ah, s? - Appoggiai il bicchiere, infilai una mano in
borsa per cercare quelle confezionate che avevo comprato
al Gas/Gro, poi le tirai fuori e le posai sul bancone che ci
separava. - Dimostramelo.
- Vuoi davvero che lo faccia? - chiese.
- Da queste parti  quasi d'obbligo - risposi. - Come
andare in bici.
Mi scrut per un istante, poi prese la confezione di tortine,
la apr e ne tir fuori una. Lo stavo osservando, e stavo
per bere un altro sorso di birra, quando d'un tratto sentii
una mano che mi stritolava il braccio. - Ritirata - mi sibil
Maggie nell'orecchio. - Ritirata, ritirata subito.
- Come? - chiesi, ma Maggie mi stratton via senza
quasi darmi il tempo di finire, trascinandomi lontano da
Eli - che ci fissava masticando - e poi fuori, sul patio posteriore,
dove Leah stava cercando di aprirsi un varco tra
la gente accalcata.
- Sbrigatevi - strill, girando appena la testa, al che
Maggie annu, sempre tirandomi dietro. - Secondo me se
scendiamo le scale di qua, ci mettiamo meno e riusciamo
a evitarla.
- Giusto - rispose Maggie - dobbiamo assolutamente
evitarla.
- Ma di cosa state parlando?-chiesi mentre Maggie mi
trascinava verso una corta rampa di scale che portava a un
patio pi in basso e meno affollato. - Evitare chi?
Lei si volt come per rispondermi, ma non ne ebbe il tempo
perch, in quel preciso istante, si apr una porta a vetri
scorrevole alla nostra destra e la ragazza di prima - miss
rossetto rosso, tortine, meglio poco che tanto - ci blocc decisa
la strada. Dietro di lei spuntarono due delle tipe con
cui ballava, una rossa con un vestito nero e una bionda pi
bassa e tarchiata.
- Ok - esclam, sollevando le mani con i palmi rivolti
verso di noi. Aveva la voce un po' nasale, stridula. - Cosa
stava succedendo l dentro? E chi cavolo  questa?
Mi guardava in cagnesco, come anche le sue amiche, tanto
che iniziai subito a sudare freddo, una cosa di cui avevo letto
ma che non avevo mai provato in vita mia. Mollando la presa
sul mio braccio, Maggie rispose: - Non  niente, Belissa.
- Niente? - Belissa fece un passo verso di me. Da vicino
notai la grana irregolare della sua pelle e il naso un po'
troppo a punta. - Come ti chiami, scorfano?
All'inizio pensai che fosse sia una domanda - come ti
chiami - sia una risposta. Poi capii che stava davvero aspettando
una mia reazione. - Auden.
Socchiuse gli occhi. - Auden - ripet come se stesse
dicendo "scroto" o "escremento". - Che razza di nome ?
- Be'... - iniziai.
- Non importa - mi interruppe Leah. - Come ha detto
Maggie, non  successo niente.
- Era o no l dentro a provarci con Eli? - chiese Belissa.
- No - rispose Leah con voce ferma. Sicura. La bionda
e la rossa si scambiarono un'occhiata. - Non  di qui, non
conosce nessuno.
- E non sa niente - aggiunse Maggie, pi incerta. Belissa la
guard appena. - Sai cosa voglio dire.
- Ho visto come le parlava - insistette Belissa. Strano
come riuscisse a fissarmi e a ignorarmi al tempo stesso. -
Le stava sorridendo, cavolo.
- Perch, non  autorizzato a sorridere? - chiese Leah.
Maggie la fulmin con lo sguardo, al che lei aggiunse:
- Senti, Belissa,  stato un errore in buona fede e ce ne stiamo andando. Ok?
Belissa ci riflett un istante, poi mi venne ancora pi vicino.
- Non so chi sei - dichiar, sottolineando il tutto con
un dito puntato sul mio petto. - E non mi interessa. Ma 
meglio se stai alla larga dal mio ragazzo, soprattutto quando
sei a casa mia. Ricevuto?
Guardai Maggie, che alle sue spalle annuiva scuotendo
la testa su e gi come una pazza. - D'accordo - risposi.
- D'accordo - ripet Belissa. Dietro di lei Leah fece un
sospiro, alzando gli occhi al cielo. - Ora fuori di qui.
Maggie riprese a strattonarmi il braccio e mi trascin gi
per le scale l vicino. Mantenne quella presa letale mentre
seguivamo Leah in spiaggia, aggiravamo una dima, percorrevamo
una passerella pubblica e infine tornavamo in strada,
lasciandomi solo una volta arrivate alla macchina, dove
ci aspettava Esther.
- Dove cavolo eri? - le chiese Leah. - Avresti potuto
darci una mano, l dentro.
- Fammi indovinare - fece Esther, mentre io e Maggie
salivamo sul sedile posteriore. -  successo qualcosa di
poco dignitoso.
- Se per poco dignitoso ti riferisci al fatto che per poco
Auden non ci ha fatto prendere tutte quante a calci nel sedere,
allora s - le rispose Leah. Salita in macchina, sbatt la portiera e si gir a guardarmi. - Sei matta? Flirtare
con Eli Stock davanti a Belissa Norwood, in casa di Belissa
Norwood, mentre mangi i pasticcini di Belissa Norwood?
Avevo gli occhi di tutte puntati addosso. - Non stavamo
mangiando i suoi pasticcini - mi difesi.
Leah alz le mani in cielo, girandosi, mentre Esther avviava
il motore. Seduta al mio fianco, Maggie intervenne:
- Lei non ne sapeva niente, ragazze.
- Non sapeva nemmeno di te e Jake - ribatt Leah. -
Per, quando lo ha baciato, la cosa ti ha fatto venire voglia
di stenderla con un cazzotto.
-  vero - ammise Maggie. - Ma, come Belissa, ero in
torto. Lei ed Eli hanno rotto. Lui pu parlare con chi gli pare.
- Ma  proprio questo il punto - replic Leah, voltandosi
verso di me. - Eli non parla. Con nessuno. Mai. Quindi
perch parla con lei?
Nessuno fiat. Alla fine mi schiarii la gola e dissi: - E
io che ne so? Mi parla e basta, dalla notte in cui l'ho visto
in bici.
Silenzio. Mi fissavano tutte, persino Esther, che ricorse
allo specchietto retrovisore. - Hai visto Eli in bici? - chiese
Maggie sottovoce. - Cosa faceva?
Scrollai le spalle. - Non lo so. Acrobazie? Saltava qua e
l in fondo alla passeggiata.
Maggie e Leah si scambiarono un'occhiata. - Sapete una
cosa? - disse Leah. - Forse dovremmo...
- D'accordo - esclam Esther, mettendo la freccia mentre
il Gas/Gro spuntava all'orizzonte. - Per ci serve assolutamente
un po' di fattore snack.
* * *
- Il fatto  - inizi Maggie - che se ti raccontiamo di Eli,
prima dobbiamo raccontarti di Abe.
Eravamo in fondo al pontile, sedute in fila su una panchina
rivolta verso il mare. Per arrivare fin l avevamo superato
numerosi pescatori fermi in piedi con le canne oltre
il parapetto e lo sguardo fisso sull'acqua. L per eravamo
sole, a eccezione del vento e degli spruzzi.
- Abe ed Eli - spieg Maggie - erano inseparabili. Amici
per la pelle dall'asilo. Era quasi impossibile vederli divisi.
- Eppure erano completamente diversi - aggiunse
Esther. - Sai, Eli ha quel suo modo di fare calmo, misterioso.
Abe invece era...
Rimasero tutte zitte per un attimo. - Un pagliaccio -
concluse Leah.
- Esatto - conferm Maggie. - La persona pi buffa
sulla faccia della terra. Riusciva a far ridere chiunque.
- Persino Eli.
- Soprattutto Eli. - Leah sorrise. - Oddio, vi ricordate
com'era Eli prima che Abe morisse? Era... divertente.
- Perch? Abe  morto? - chiesi.
Maggie annu, seria, aprendo un pacchetto di gomme. -
A maggio dell'anno scorso. Lui ed Eli erano a Brockton, a
una manifestazione chiamata Giungla di Cemento. Avevano
tutti e due uno sponsor da un paio di anni, ormai. Avevano
iniziato dal Bicycle Motocross puro, ma poi Eli si era
dato all'half-pipe mentre Abe si concentrava sul flatland, almeno
in gara. Tutti e due erano bravissimi nell'urban, ma 
naturale, considerato da dove veniamo.
Mi limitai a guardarla.
- A parte te, qui nessuno capisce queste cretinate sulle
bici, Maggie. Dillo con parole semplici-la rimprover Leah.
- Oh, scusate. - Maggie tir fuori una gomma e se la
cacci in bocca. - Sia Eli che Abe erano strepitosi in bici.
Tanto che venivano pagati per andare a gareggiare nelle varie
manifestazioni.  per questo che erano a Brockton.
-  stato dopo la gara - prosegu Esther - mentre rientravano
da una festa, che hanno avuto l'incidente.
- L'incidente - ripetei.
Leah annu. - Eli guidava. E Abe  morto.
Mi sentii mancare il respiro. - Oddio.
- Infatti. - Maggie pieg la carta della gomma prima una
volta, poi una seconda, fino a ridurla a un minuscolo quadratino.
- Ero con Jake quando Eli ha telefonato. Eravamo a
casa sua e sentivo la voce di Eli al telefono. Era all'ospedale
e cercava di parlare, ma gli usciva solo un suono terribile...
Si interruppe e si mise a fissare l'acqua scura intorno a noi.
- Non  stata colpa sua - specific allora Esther. - Stavano
attraversando un incrocio, un tipo  arrivato in volata
e li ha presi in pieno.
- Un ubriaco - aggiunse Leah.
Esther annu. - Eli ne  uscito devastato. Come se Abe,
andandosene, gli avesse portato via una parte di s, capisci?
Non  stato pi lo stesso.
- Ha rinunciato agli sponsor, alla bici, a tutto - riprese
Maggie. - Tempo prima era stato ammesso all'universit
e aveva rimandato per continuare a gareggiare, ma non 
andato nemmeno l. Ha trovato lavoro come gestore del negozio
di bici e ha smesso del tutto di allenarsi.
Leah mi lanci un'occhiata.-O almeno cos credevamo.
- L'ho visto solo quella notte sulla passeggiata - precisai.
- Era molto tardi. Anzi, presto.
- Be' - fece Maggie - secondo me significa qualcosa.
Cosa, non lo so. Ma qualcosa.
All'improvviso si sent una gran confusione alle nostre
spalle: uno dei pescatori stava issando qualcosa oltre la
ringhiera del pontile. Si dibatteva mandando bagliori, poi
l'uomo lo appoggi dietro la cassetta dell'attrezzatura, dove
non riuscivo a vederlo. Gli altri pescatori osservarono la preda,
poi tornarono alle loro canne.
- E Belissa che c'entra in questa storia? - chiesi, stringendo
le mani intorno al bicchiere per scaldarle.
- Hanno iniziato a uscire insieme il secondo anno di liceo
- mi spieg Leah. - Lei gli  rimasta vicino durante
il funerale e poi per un paio di mesi dopo, ma alla fine
la loro storia si  sfasciata.  stata lei a scaricarlo, da quello che ho sentito dire. Anche se a quanto pare lei la pensa
diversamente.
- A quanto pare - ripetei.
Leah sorrise, scuotendo la testa. - Te lo giuro, quando
ti ha chiesto che razza di nome era il tuo e tu stavi per risponderle...
c' mancato poco che me la filassi di corsa e ti
lasciassi l a sbrigartela da sola.
- Mi ha fatto una domanda - replicai.
- Ma non voleva una risposta.
- Be', allora perch me l'ha fatta?
- Perch - spieg Leah - si stava scaldando per spaccarti
la faccia. Oddio! Non sai come ci si comporta con le
ex gelose?
- No - risposi. - Per niente.
Maggie sorrise. - Allora hai appena fatto un corso accelerato
d'emergenza.
- Emergenza  la parola chiave - aggiunse Leah.-Cio,
avete visto come era imbestialita? E poi ti manda a quel
paese o quasi e tu le fai...
- D'accordo - disse Maggie.
Esther strabuzz gli occhi. - Non ci credo!
- Invece s! E l'ha pure detto bella tranquilla. Come se
le stesse facendo un favore.
- Non  vero - replicai. Leah e Maggie si limitarono a
guardarmi. -  vero?
- S. - Leah agit il bicchiere, poi bevve un altro sorso
dalla cannuccia. - Una mossa incredibilmente coraggiosa
o incredibilmente stupida. Devo ancora decidere.
Esther rise e io rimasi l seduta con gli occhi puntati sul
caff, a ripensare a quanto mi fossi sentita disorientata alla
festa e in particolare in quella situazione. Non mi ero mai
resa conto che, nonostante avessi passato tutta la vita a studiare,
c'erano ancora un sacco di cose di cui non sapevo
un bel niente. E che sarebbero bastate a cacciarmi in guai
seri, a quanto pareva, se non ci fosse stato qualcuno a darmi
una mano.
-  stato stupido - ammisi a voce alta, ripensandoci.
Si girarono tutte. - Dire quelle cose, intendo. La verit 
che non ho mai fatto molta vita sociale, al liceo. N in altre
occasioni.
Quelle parole furono accolte da un lungo silenzio. O forse
fu solo la mia impressione.
- Sai - osserv Leah - questo spiega parecchie cose.
- Infatti - conferm Maggie.
- Cio? - chiesi.
- Niente - si affrett a rispondere. Poi, con un'occhiata
a Leah, aggiunse: - Il modo in cui sei piombata qui in citt,
hai baciato subito Jake e poi ti sei stupita quando la gente
si  fatta una certa idea di te.
- E quella gente siamo noi - specific Leah.
- Ci ero arrivata - risposi. - Grazie.
- In pi - aggiunse Esther - sei sempre rimasta sulle tue.
- Fino a stasera - puntualizz Leah.
- Fino a stasera - concord Maggie. - Credevamo che
ti considerassi superiore. E invece semplicemente non sapevi
come comportarti.
Magari fosse stato solo questo. Nel profondo del cuore,
nella parte pi sincera di me, sapevo di aver dato per scontata
la mia superiorit. Nel caso di Maggie mi era bastato
un solo sguardo.
- Come dicevo - riprese Leah - solo una ragazza che
non ha mai avuto amiche vere risponderebbe seriamente
alla domanda: "Che razza di nome ?"
- Pensavo che volesse saperlo davvero! - esclamai.
- Dubito che a Belissa Norwood interessi sapere qualcosa
della vita di un poeta moderno famoso per le sue opere
sulla politica, la natura e l'amore non corrisposto - ironizz
Maggie.
Mi girai a guardarla. - Conosci Auden?
- Ho scritto la tesina di diploma sul tema della perdita
nelle sue poesie - rispose. -  con quella che sono entrata
alla Defriese. Ehi, Leah, ti  avanzata qualche Tic Tac?
Rimasi immobile, ammutolita per lo stupore, mentre Leah
tirava fuori la confezione e gliela passava. Avevo avuto molte
sorprese quel giorno: la visita di mia madre, i calci nel sedere
evitati per un pelo e la scoperta del passato di Eli. Ma
a lasciarmi senza parole fu quella rivelazione. Maggie sarebbe
andata alla Defriese. Proprio come me.
- Cacchio - esclam Esther guardando l'orologio. - 
mezzanotte passata.  meglio che vada a casa. A chi serve
un passaggio?
- A me, direi - rispose Leah, alzandosi e strofinandosi
le mani sui jeans per pulirli - visto che alla festa non sono
riuscita a conoscere nessun ragazzo sexy disposto a darmi
uno strappo a casa.
- Scusa - dissi.
- Oh, sopravviver - intervenne Esther, cingendo le
spalle di Leah con un braccio mentre ci avviavamo lungo il
pontile. - Domani andiamo da Ossify per la serata a microfoni
aperti, cos magari ti trovi un bell'artista unto e bisunto.
- Potrei - ribatt Leah - giusto per farti un dispetto.
- E tu, Auden? - mi chiese Maggie, mettendosi al passo
con me. - Vuoi che ti portiamo da Heidi?
Guardai in lontananza la passeggiata e la strada appena
dietro, punteggiate di lampioni che interrompevano il
buio. - No - risposi. - Prima di andare a casa prender
un altro caff.
- Un altro caff? - ripet Esther sbirciando il mio bicchiere.
- Ma non ti tiene sveglia?
Scossi la testa. - No. Per niente.
Arrivate all'imbocco del pontile, ci salutammo e loro si
diressero alla macchina. Le sentivo ancora parlare, le loro
voci portate dal vento, quando mi voltai e andai nell'altra
direzione, verso il Gas/Gro. Unica cliente del supermercato,
mi riempii un nuovo bicchiere aggiungendo del latte,
un bastoncino per mescolare e, dopo averci riflettuto un
attimo, una barretta. La cassiera, una donna anziana con i
capelli biondi e una targhetta con il nome wanda, stava risolvendo
un cruciverba. Lo pos e mi fece il conto, soffocando
uno sbadiglio.
- Notte lunga - disse mentre facevo scivolare i soldi
sul bancone.
- Come sempre, no? - risposi.
Fuori, nel parcheggio, soffiava un forte vento caldo: per
un attimo chiusi gli occhi e rimasi immobile a lasciare che mi
accarezzasse il viso. Solo qualche ora prima avevo tagliato
la corda per stare sola, ma poi - con mia grande sorpresa -
avevo scoperto che un po' di compagnia era proprio quello di cui avevo bisogno. Di sicuro per Maggie non era stato
facile venire a cercarmi senza sapere come avrei reagito.
Per lei sarebbe stato pi semplice lasciarmi perdere. Eppure
non si era fatta scoraggiare.
Anche a me piacevano le sfide. O almeno mi piaceva pensarlo.
Cos andai a cercare Eli.
Tornando alla passeggiata, incrociai un poliziotto che
guidava piano con il crepitio della radio in sottofondo. E
anche due ragazze a braccetto, una delle quali barcollava
mentre l'altra la trascinava avanti. I bar, traboccanti di
gente e musica, avrebbero chiuso solo dopo un'ora buona.
Pi avanti nella zona commerciale, per, tutti i negozi erano
spenti. Ma in quello di bici, tra gli ultimi in fondo, c'era
una luce accesa.
Alzai la mano per bussare, poi ci ripensai. Avevo passato
una serata nel mondo delle ragazze, e allora? Era davvero
cambiato qualcosa, per me? Mentre stavo l impalata a riflettere,
vidi qualcuno passare davanti alla porta illuminata
sul retro del negozio: capelli scuri, felpa blu. Prima ancora di
rendermene conto, la mia mano picchi forte contro il vetro.
Eli alz gli occhi, guardingo. Quando si avvicin e vide
che ero io, non sembr molto sollevato. N stupito. Gir
la chiave e apr la porta. - Fammi indovinare - esord.
- Vuoi imparare ad andare in bici e non ce la fai ad aspettare
domattina.
- No - risposi. Lasci cadere la mano dalla porta e rest
l a guardarmi. Mi resi conto che stava aspettando una
spiegazione.-Passavo da queste parti e ho visto la luce. -
Sollevai il caff come per dimostrare qualcosa. - Notte lunga,
eccetera eccetera.
Mi squadr un istante. - Ok - concluse. - Entra.
Varcai la soglia e lui chiuse la porta, girando di nuovo la
chiave. Lo seguii per il negozio buio fin sul retro, una specie
di area per le riparazioni. C'erano pezzi di bici sistemati su
supporti, ruote appoggiate a banchi da lavoro, una montagna
di cambi su un tavolo e attrezzi dappertutto. In un angolo
occupato da una bici montata solo per met, era appeso
un cartello scritto a mano che diceva: qui lavora Adam
- chi tocca muore! Sotto erano disegnati un teschio e due
ossa a croce.
- Accomodati - mi invit Eli, facendo un cenno verso
lo sgabello proprio l accanto.
- Sembra pericoloso.
Lanci un'occhiata al cartello, poi alz gli occhi al cielo.
- Appunto. Sembra.
Mi sedetti, il bicchiere ancora in mano, mentre lui si infilava
dietro una disordinatissima scrivania coperta da montagne
di documenti, vari pezzi di bici e, come era prevedibile,
da una collezione di bottiglie di bibite gassate e confezioni
di roba da mangiare di ogni tipo. - Dunque - disse tirando
su una busta e guardandola di sfuggita - non sei qua
per una bici.
- No - confermai.
- Allora per cosa? Te ne stai semplicemente in giro, a
fare avanti e indietro sulla passeggiata nel cuore della notte?
Eli non parla, aveva detto Leah. Con nessuno. Mai. Per
con me l'aveva fatto e forse significava davvero qualcosa,
anche se non capivo cosa.
- Non lo so neanch'io - risposi. - Solo che... pensavo
che magari ti andasse di parlare.
Eli chiuse il cassetto, lentamente, e mi guard. Lo scatto
mi sembr assordante. - Parlare - ripet con voce piatta.
- Gi. - Si limitava a stare seduto, a fissarmi inespressivo,
il che mi fece sentire pi o meno come quando finivo
nel mirino di mia madre e avevo solo una gran voglia di
scappare via. - Tu non dormi, io non dormo. Pensavo che...
- Oh, capisco - concluse, annuendo. - Certo. Te l'hanno
detto.
- Detto... - ripetei.
Scosse la testa. - Avrei dovuto immaginarlo quando ti
ho vista sulla porta. E alla festa. Maggie non  famosa per
la sua riservatezza.
Ormai non sapevo pi che pesci pigliare. - Senti, mi dispiace.
Credevo solo che...
- So cosa credevi. - Sollev una pila di fogli e ci frug
in mezzo. - E grazie per avermi offerto il tuo aiuto o quello
che . Ma non mi serve. Ok?
Annuii, inebetita. All'improvviso mi sembrava che la luce
della stanza fosse troppo forte e mostrasse impietosamente
tutti i miei difetti. Scivolai gi dallo sgabello. -  meglio
che vada - dissi. -  tardi.
Eli guard verso di me. Mi ricordai di come mi fosse sembrato
tormentato, la prima notte che l'avevo visto, prima
ancora di averne la conferma. - Vuoi sapere perch ti parlavo?
- chiese.
- S - risposi. - In effetti, s.
- Perch mi sei sembrata diversa-rivel.-Non mi giravi
intorno in punta di piedi, non avevi atteggiamenti strani
o dispiaciuti e non mi guardavi con quella espressione.
- Quale espressione?
- Quella - rispose, indicando il mio viso. Mi sentii avvampare.
- Eri... normale. Fino a stasera.
Fino a stasera, pensai. Erano le stesse identiche parole che
Maggie ed Esther avevano pronunciato appena un'ora prima.
Mentre Eli rovistava nel cassetto a testa china, mi torn
in mente l'episodio con Thisbe, la tranquillit con cui lui
l'aveva presa in braccio. Ci sono un sacco di modi per consolare
qualcuno. L'ascensore non era certo tra i pi prevedibili.
- Sai una cosa? - dissi appoggiandomi allo stipite.
- Sono contenta di sentirtelo dire, perch non ho nessuna
voglia di compatirti.
- No? - chiese senza alzare gli occhi.
- Per niente. La verit  che sono arrabbiata con te.
- Arrabbiata? - Annuii. Lui sollev la testa: finalmente
avevo la sua attenzione. - E per quale motivo?
- Perch stasera c' mancato poco che mi prendessero a
calci nel sedere per colpa tua.
- Per colpa mia?
Alzai gli occhi al cielo. - Ho fatto commenti sulla tua ragazza
e tu non mi hai detto niente - sbottai. - E per giunta,
mentre ne parlavo, la guardavo anche.
- Aspetta - esclam. - Lei non ...
- Hai lasciato che rimanessi l a blaterare - continuai,
ignorandolo - e poi, quando mi  corsa dietro...
- Ti  corsa dietro?
- Mi ha rifilato una ditata nel petto e mi ha dato dello
scorfano - specificai. Lui alz le sopracciglia, incredulo.-E
nel frattempo tu te ne stavi chiss dove a mangiare tortine.
- Scusa tanto - disse, sbattendo il cassetto - ma sei stata
tu a dirmi di mangiarle.
- Quando ancora non sapevo che la mia vita era in pericolo!
- sospirai. - Sto solo dicendo che mi hai piantata l a
sbrigarmela da sola. Il che non  proprio da duri.
- Guarda che Belissa non  la mia ragazza - ribatt.
- Magari glielo potresti dire - replicai. - Sempre se
riesci a trovare il tempo, tra una tortina e l'altra.
Eli mi guardava con un'espressione indecifrabile, tanto
che mi torn la voglia di scappare via. Ma non per gli stessi
motivi.
- Ma tu che ci fai fuori a quest'ora? - chiese.
- Di notte non riesco a dormire.
- Perch no?
- Prima perch i miei restavano svegli a litigare - confessai.
- Ora invece... non lo so.
Avevo risposto come per riflesso, senza pensare. Eli annu,
poi chiese: - Quindi cosa fai per passare il tempo? Oltre
a non andare in bici.
Scrollai le spalle. - Leggo. Giro in macchina. Vicino a
casa mia c' un posto aperto ventiquattr'ore su ventiquattro
che mi piace un sacco, ma qui c' solo La Timoniera, che
lascia parecchio a desiderare.
- Vai alla Timoniera? - Scosse la testa. - Fanno un caff
schifoso.
- Lo so. E poi le cameriere sono antipatiche.
- Tra l'altro non  che ci sia la fila per i tavoli. - Sospir.
- Dovresti andare dove vado io. Sempre aperto, caff
ottimo e dolci squisiti.
- Sul serio? - esclamai. -  il tris perfetto!
- Infatti.
- Aspetta, per - replicai. - Ho cercato su Google tutte
le tavole calde nel raggio di cento chilometri ed  venuta
fuori solo La Timoniera.
- S - conferm - perch quello che dico io  un locale
segreto.
- Oh, Be' - mi riappoggiai allo stipite. - Certo. Solo
per la gente del posto.
- Gi - conferm, allungandosi a raccogliere una sacca
accanto alla scrivania e caricandosela in spalla. - Ma non
preoccuparti. Penso di riuscire a farti entrare.
* * *
- Questa non  una tavola calda - osservai.
Era poco ma sicuro. Lo si capiva dalla fila di lavatrici a
gettoni su un lato del locale, davanti alle asciugatrici. Per
non parlare dei tavoli per piegare la roba allineati al centro,
delle sedie di plastica e del distributore di detersivo e
ammorbidente con sopra un cartello attaccato con il nastro
adesivo che diceva: fuori servizio.
- Non ho detto che fosse una tavola calda - replic Eli,
andando a una lavatrice e appoggiandoci sopra la sacca.
- Non hai detto nemmeno che si trattava di una lavanderia
self-service - gli feci notare.
- Giusto. - Tir fuori un flacone di detersivo e poi rovesci
il contenuto della sacca dentro il cestello. Dopo che
ebbe infilato qualche spicciolo, l'acqua inizi ad agitarsi
rumorosamente dietro l'obl, facendo subito la schiuma.
- Vieni con me.
Ubbidii, anche se un po' titubante. Passando tra le file di
lavatrici e asciugatrici, mi fece strada lungo uno stretto corridoio
che terminava con una semplice porta bianca. Buss
due volte poi apr, facendomi cenno di entrare per prima.
Esitai un istante. Ma, in effetti, sentii odore di caff. E bast
a convincermi a varcare la soglia.
Fu come entrare in un altro mondo. Niente pi linoleum
n macchine scintillanti. Quel posto aveva luci basse e muri
dipinti di viola scuro, pi alcuni tavolini e una finestra con
sopra una serie di faretti multicolore. Proprio accanto alla
porta sul retro, aperta per lasciar passare una piacevole corrente,
c'era il bancone. Dietro sedeva un signore con i capelli
brizzolati, assorto a leggere una rivista. Quando alz gli
occhi e vide Eli, sorrise.
- Ehil - grid. - Me lo sentivo che passavi, stanotte.
- Ero a corto di magliette - rispose Eli.
- Perfetto, allora. - L'uomo mise da parte la rivista e
si alz in piedi, fregandosi le mani. - Cosa posso servirvi?
- Dipende-rispose Eli, andando al bancone e scostando
uno sgabello. Stavo per imitarlo quando me lo indic e
io capii che era per me. - Cosa offre oggi il menu?
- Allora - fece l'uomo, facendo un passo indietro per
guardare sotto al ripiano - vediamo... Rabarbaro. Mela. E
lamponillo.
- Lamponillo?
L'uomo annu. - Lamponi e mirtilli. Gusto un po' acidulo,
un po' dolce. Piuttosto deciso. Ma merita un assaggio.
- Ok, va bene quello. - Eli mi lanci un'occhiata. - Tu
cosa prendi?
- Un caff?
- E basta? - chiese l'uomo.
- Non  di qui - spieg Eli. Poi mi disse: - Fidati. TI
serve un dolce.
- Oh. - Mi stavano guardando tutti e due. - Ehm,
mela, allora.
- Ottima scelta - comment Eli mentre l'uomo si voltava
a sfilare due tazze da una fila di ganci alle sue spalle
e le riempiva con il bricco l vicino. Poi, seguito dal nostro
sguardo, tir fuori da sotto il bancone due piatti e i dolci
che avevamo scelto. Tagli delle belle fette, ci sistem ordinatamente
accanto una forchetta e le spinse verso di noi.
Per prima cosa sollevai la tazza e bevvi un piccolo sorso.
Eli non scherzava: il caff era incredibile. Ma non quanto
il dolce. Divino.
- Te l'avevo detto - comment Eli. - Mille volte meglio
della Timoniera.
- La Timoniera? Chi  che mangia in quel posto?-chiese
l'uomo. Eli mi indic con la testa.-Oddio. Sono addolorato.
- Clyde - intervenne Eli -  una persona che prende
i dolci molto sul serio.
- Be' - replic Clyde, lusingato-perlomeno ci provo.
Ma sono solo un principiante. Ho iniziato tardi.
- Clyde  il proprietario del negozio di bici - mi spieg
Eli. - E di questa lavanderia. E di altre quattro attivit qui
a Colby.  un imprenditore.
- Preferisco essere chiamato uomo rinascimentale -
specific Clyde, recuperando una rivista ovvero, lo vidi in
quel momento, una copia di "Gourmet". - E solo perch
sono bravo negli affari non significa che sappia fare una pastafrolla
perfetta. Lo ammetto.
Buttai gi un altro boccone di dolce - in realt, per me,
sfiorava la perfezione - e diedi una nuova occhiata alla
stanza.
- Devi ammettere - mi disse Eli mentre Clyde, voltata
pagina, studiava la ricetta delle patate al gratin - che 
meglio di leggere o girare in macchina.
- Molto meglio.
-Nemmeno lei riesce a dormire-raccont Eli a Clyde,
che fece un cenno con il capo. Rivolto a me, aggiunse:
- Clyde ha comprato questo posto solo per avere qualcosa
da fare di notte.
- Gi - conferm Clyde. - La caffetteria, per,  stata
un'idea di Eli.
- Non  vero - si oppose lui, scuotendo la testa.
- Invece s. - Clyde gir un'altra pagina. - Una volta ci
limitavamo a scambiare quattro chiacchiere durante il ciclo
rapido, dividendoci un thermos e il dolce di turno. Poi lui
mi ha convinto che forse non eravamo gli unici a cercare un
posto che non fosse un bar dove poter andare a notte fonda.
Eli punzecchi la pastafrolla con la forchetta. - Ciclo rapido
- mormor. - Non  mica male.
- Uhm. - Clyde ci riflett su. - Hai ragione. Scrivilo.
Eli tir fuori il portafoglio e ne estrasse un bigliettino di
carta gialla ripiegato. A giudicare dall'aspetto, si trattava di
un elenco, e pure lungo. Clyde gli porse una penna e in fondo
Eli aggiunse: ciclo rapido.
- Ci serve un nome nuovo per il negozio di bici - mi
spieg Clyde. - Sono secoli che cerchiamo di inventarcene uno.
Mi torn in mente la conversazione tra Jake, Wallace e
Adam che avevo sentito durante il mio primo giorno a Colby,
mentre percorrevo la passeggiata. - Ora come si chiama?
- Negozio di bici - rispose Eli con voce piatta. Alzai le
sopracciglia. - Carino, vero?
- A dire la verit si chiama Bici Clyde - puntualizz
Clyde, prendendo la mia tazza e riempiendola di nuovo.
- Ma l'insegna  venuta via l'anno scorso durante l'uragano
Beatrice e, quando sono andato a sostituirla, ho pensato
che magari potesse essere ora di ribattezzarlo...
-... cosa che cerchiamo di fare da allora - concluse Eli.
- Clyde non riesce a decidersi.
- Quando sentir il nome giusto, sapr riconoscerlo - replic
Clyde per nulla seccato. - Fino ad allora va benissimo
che la gente lo chiami negozio di bici. Perch quello . O no?
In quel momento prese a squillare un telefono alle sue
spalle, al che lui si volt per rispondere. Mentre usciva con
il ricevitore attaccato all'orecchio, Eli si gir verso di me.
- Che ti dicevo? Buono, eh?
- S - ammisi. - E hai ragione. Non avrei mai trovato
questo posto, neanche in un milione di anni.
- Eh, no.
Restammo in silenzio per un minuto, impegnati a mangiare.
Dall'altra parte del muro arrivava il rumore di un carico
sballottato durante il ciclo di asciugatura, bum bum bum. Il
mio orologio segnava le due e un quarto. - Allora-chiesi
- cos'altro c' in programma?
* * *
Pensavo di essere brava a star sveglia e a riuscire a essere
produttiva al tempo stesso. Ma Eli era un maestro.
Usciti dalla lavanderia, risalimmo in macchina - un vecchio
pickup Toyota con il cassone pieno di pezzi di bici che
sbatacchiavano e sferragliavano a ogni curva - e guidammo
fino a una ventina di chilometri pi a ovest, al centro commerciale
aperto ventiquattr'ore su ventiquattro. L, alle tre di
mattina, potevi comprarti non solo cose da mangiare, biancheria
e piccoli elettrodomestici, ma potevi anche fare l'inversione
delle gomme. Mentre percorrevamo le corsie con
il carrello, continuammo a parlare. Non di Abe. Ma praticamente
di tutto il resto.
- Quindi, la Defriese - disse, confrontando le marche
di popcorn da preparare al microonde. - Non  l'universit
dove andr Maggie?
- Penso di s - risposi mentre lui tirava gi una scatola
e la esaminava.
- Allora deve essere un'ottima scuola. Quella ragazza 
un genio. - Non dissi niente e un attimo dopo lui aggiunse:
- Perci anche tu sei un genio, eh?
- Gi - risposi. - Pressappoco.
Mi guard con un sopracciglio alzato, mettendo i popcorn
nel carrello. - Se sei tanto intelligente, per - prosegu -
come mai non ti  venuto in mente che non era il caso di
flirtare con il ragazzo di un'altra, e per giunta nella cucina
di casa sua?
- Sono un tipo da libri - spiegai. - Non da strada.
Eli fece una smorfia. - Non direi che Belissa sia da strada.
 il tipo che porta i jeans in lavanderia.
- Davvero?
Annu.
- Wow.
- Infatti.
Avanzammo lungo la corsia. Non mi sembrava che avesse
una lista eppure sapeva esattamente cosa voleva. - Comunque,
parlando sul serio - proseguii - hai ragione.
Sono stata troppo...
Lasciai la frase in sospeso, ma lui non si intromise per costringermi
a concludere. E la cosa mi piaceva.
- Credo di essermi persa un bel po' di cose, al liceo -
gli confidai. - Riguardo alla vita sociale, intendo.
- Ne dubito - rispose, fermandosi a lanciare nel carrello
un rotolo di carta da cucina. - Molta di quella roba
viene sopravvalutata.
- Lo puoi dire perch eri popolare.
Mi guard di sfuggita mentre giravamo l'angolo, ritrovandoci
nella corsia delle minestre. A met c'era un tipo con
un lungo giaccone che borbottava tra s e s. Era uno degli
svantaggi del trovarsi in giro a quell'ora. Anche i pazzi
lo facevano. Lanciai un'occhiata a Eli e vidi che adottava la
mia triplice strategia: non fissare, girare alla larga e far finta
di niente. - Cosa ti fa pensare che fossi popolare?
- Dai - esclamai. - Eri uno sportivo professionista.
Sar stato cos di sicuro.
- Ma magari - replic - ero uno sportivo sfigato.
Mi limitai a guardarlo.
-Ok, va bene. Non ero di quelli che fanno tappezzeria. -
Prese dallo scaffale una lattina di minestra di riso e pomodoro,
poi un'altra. - Ma non  una gran cosa. Alla lunga,
non fa molta differenza.
- Magari s, invece. - Mi sporsi sul carrello per guardarci
dentro. - Prendi me, per esempio: a livello di studio, ho
fatto l'impossibile. Ma non ho mai avuto molti amici. Perci
ci sono parecchie cose che non so.
- Tipo...
- Tipo che non bisogna parlare con il ragazzo di un'altra
nella cucina di casa sua.
Lasciammo la corsia, allontanandoci dal tizio con il giaccone,
ancora impegnato a borbottare, e puntammo verso il
reparto latticini, superando un dipendente assonnato che sistemava
la merce al banco dei salumi. - Be' - replic Eli
- se vuoi imparare una lezione, non c' niente di meglio che
rischiare di esser preso a calci nel sedere. Vedrai che adesso
non te la dimenticherai.
- Gi. Ma il resto?
- Cio?
Scrollai le spalle, sporgendomi di nuovo sul carrello
mentre lui prendeva del latte e controllava la data di
scadenza. Mentre lo guardavo pensai per l'ennesima volta,
quella notte, che magari avrebbe dovuto sembrarmi strano
essere l con lui. E invece no, per niente. Era uno dei
vantaggi della notte. Passata una certa ora, certe cose che
alla luce del giorno potevano sembrare assurde... non lo
erano pi. Era come se il buio in qualche modo livellasse
tutto. - Penso solo che forse ormai  troppo tardi per
quello che avrei dovuto fare in questi diciotto anni, come
partecipare ai pigiama party o rompere il coprifuoco il
venerd sera o...
- Andare in bici - mi interruppe.
Smisi di spingere il carrello. - Cos' questa fissa delle
bici? - chiesi.
- Be', sono nel ramo. In pi  una fase importante nella
crescita di una persona - rispose, diretto al banco dei formaggi.
- E non  troppo tardi.
Ci avviammo in silenzio verso le casse, dove una ragazza
era ferma in piedi accanto all'unica aperta, occupata a esaminarsi
le doppie punte.
- Di sicuro non  troppo tardi neanche per i pigiama
party e il resto - riprese Eli mentre cominciava a sistemare
il contenuto del carrello sul nastro trasportatore. - Ma,
quanto a violare il coprifuoco, penso che tu possa tranquillamente
passare oltre e cancellarlo dalla lista.
- Perch?
- Perch sono le quattro di mattina passate e tu sei al
centro commerciale - rispose. La ragazza inizi a far scorrere
gli articoli sul lettore ottico. - Penso che conti, come
coprifuoco.
Ci pensai su mentre osservavo delle mele rotolare lungo
il nastro. - Non so - feci. - Forse hai ragione tu e tutta la
roba che credo di essermi persa  ampiamente sopravvalutata.
Perch preoccuparsi tanto? A che scopo, poi?
Riflett un istante. - Chi ha detto che dev'esserci uno
scopo? - chiese. - O un motivo? Magari  una cosa che
va fatta e basta.
Si spost pi avanti per cominciare a infilare la roba nei
sacchetti, io invece rimasi immobile, cercando di assimilare
quelle parole. Una cosa che va fatta e basta. Senza bisogno
di scuse, n spiegazioni logiche. Non mi dispiaceva affatto.
Usciti dal centro commerciale ci dirigemmo a un grande
magazzino del fai-da-te che, mi disse Eli, apriva presto per
i grossisti. Noi non appartenevamo alla categoria ma evidentemente
a quelli del negozio non importava, visto che
ci lasciarono entrare senza storie. Mi accodai a Eli, che prese
un nuovo kit di chiavi inglesi, una scatola di chiodi e una
confezione risparmio di lampadine, e mentre gli facevano
il conto, mi sedetti su una panchina accanto alla porta d'ingresso
a osservare il sole che sorgeva sul parcheggio. Ce ne
andammo che erano quasi le sei e il resto del mondo si stava
finalmente svegliando per farci compagnia.
- Guarda che l'ho visto - disse Eli mentre soffocavo
uno sbadiglio e mi infilavo sul sedile anteriore del pickup.
- Questa  all'incirca l'ora del crollo - risposi.
- Un'ultima tappa - replic.
Intendeva ovviamente il Gas/Gro, dove dietro il bancone
c'era la stessa signora anziana di prima, ora con un giornale
davanti e un cellulare attaccato all'orecchio.
- Ti serve qualcosa? - mi chiese Eli, al che io feci no con
la testa, scivolando leggermente sul sedile mentre lui scendeva
dal pickup ed entrava nel negozio. Nell'istante preciso
in cui arriv alla porta, una piccola Honda azzurra parcheggi
a pochi posti di distanza. Ero nel bel mezzo di un
secondo sbadiglio quando vidi scendere una persona dal
lato del guidatore, un'altra in attesa in macchina. Era un tipo
alto, indossava un paio di pantaloni sgualciti color cachi, camicia
a quadri e un paio di occhiali dalla montatura nera.
Mentre entrava, mi sporsi in avanti per studiarne il profilo.
Poi mi voltai lentamente verso la Honda e dentro, neanche
a dirlo, vidi seduta mia madre. Aveva i capelli raccolti,
il suo maglioncino nero preferito sulle spalle e l'aria stanca.
Nel negozio, il suo dottorando si stava versando un caff.
Dopo aver preso un pacchetto di gomme e una fetta di
torta di mele, and alla cassa dove Eli stava chiacchierando
con la signora che gli faceva il conto. Guarda un po', pensai.
Mia madre frequentava un patito dei supermercati.
Quando Eli usc con in mano una bottiglia d'acqua e un
sacchetto di patatine di mais, lei lo esamin a occhi socchiusi,
prendendo man mano nota dei capelli scuri troppo lunghi,
della maglietta consumata e del modo in cui giocherellava
con le chiavi facendole tintinnare. Sapevo che lo aveva catalogato
all'istante: semplice diplomato, nessun interesse n
possibilit per l'universit, classe lavoratrice. Le stesse cose
che, a essere sincera, una volta avrei pensato anch'io. Ma in
quel momento, tra me e mia madre, c'era una notte di distanza.
Anche se ci separavano solo pochi metri.
Pu darsi che stesse ancora guardando dalla nostra parte
nell'attimo in cui Eli sal a bordo del pickup, chiudendo
la portiera. Non lo sapevo, perch mi ero gi girata verso di
lui dandole le spalle, impossibile da riconoscere. Una ragazza
qualsiasi, che faceva s con la testa al tipo che le chiedeva
se era pronta, dopo tanti giri, per tornare a casa.
 
CAPITOLO 8.

- Fatto!
Aprii gli occhi, battei le palpebre e li chiusi di nuovo. Forse
stavo sognando. Un attimo dopo, per, lo sentii di nuovo.
- Fatto! Finito! - Colpi di porta aperta e chiusa, poi rumore
di passi che si avvicinavano. - Ehi? Dove siete tutti
quanti?
Mi tirai su a sedere e lanciai un'occhiata all'orologio. Erano
le quattro e un quarto di pomeriggio ed ero rimasta in
piedi fino alle sei della mattina prima. Anzi, di quella mattina.
Ormai mi riusciva difficile distinguere.
Scivolai gi dal letto e andai a schiudere la porta, giusto
in tempo per vedere mio padre che si precipitava verso la
stanza di Thisbe, una mano gi allungata sul pomello. - Ehi
- mi disse - indovina! Ho...
Veloce come un fulmine, tesi il braccio per bloccare le sue
dita un istante prima che toccassero la maniglia. - Aspetta
- sussurrai. - Fermati.
- Come, scusa?
Lo presi per mano e lo tirai in camera mia, dove chiusi
delicatamente la porta alle nostre spalle. Poi gli feci cenno
di seguirmi fino alla finestra, il punto pi distante dal muro
che divideva la stanza della piccola dalla mia.
- Auden - disse, ancora a voce alta. - Cosa stai facendo?
- Stanotte la bambina ha avuto una colica - sussurrai.
- E anche stamattina. Ma ora finalmente sta dormendo,
perci scommetto che dorme anche Heidi.
Lui lanci un'occhiata all'orologio, poi alla mia porta
chiusa. - Come fai a sapere che dorme?
- Chi?
- La bambina. O Heidi, se  per questo - specific.
- Senti piangere? - chiesi.
Tendemmo entrambi le orecchie. Non si sentiva che il rumore
delle onde finte. -Be', questo  davvero il massimo -
comment dopo un attimo. - Finalmente finisco il libro e
la cosa non interessa a nessuno.
- Hai finito il libro? - chiesi. - Ma  magnifico.
Sorrise. - Ho appena scritto l'ultimo paragrafo. Lo vuoi
sentire?
- Stai scherzando? - risposi. - Certo che s.
- Vieni, allora.
Apr la porta e io lo seguii - quatta quatta - lungo il corridoio
fino al suo studio, dove in pratica viveva da due settimane.
Lo dimostrava l'ammasso di tazze, bottiglie d'acqua
vuote e torsoli di mela in vari stati di decomposizione
che notai non appena misi piede dentro.
- Ok - disse mio padre, sedendosi davanti al portatile
e schiacciando alcuni tasti. Quando apparve un documento,
lui si freg le mani, poi fece scorrere la pagina in modo
che si vedessero solo un paio di righe. - Pronta?
Annuii. - Pronta.
Si schiar la gola. - Il sentiero si stringeva e i rami degli
alberi si abbassavano fino a formare un intreccio simile
a un ricamo sopra la mia testa. Pi avanti, in un punto imprecisato,
c'era il mare.
Restammo immobili lasciando che le parole si posassero
intorno a noi. Era un momento importante, ma io ero un
po' distratta perch mi sembrava proprio di aver sentito un
vagito in lontananza. - Wow - commentai, sperando di
sbagliarmi. -  bellissimo.
-  stata una faticaccia, questo  sicuro - comment,
appoggiandosi allo schienale della sedia che scricchiol.
- Dieci anni per arrivare a queste trentaquattro parole. Mi
sembra incredibile di aver finito.
- Complimenti - gli dissi.
Ormai non c'erano pi dubbi: Thisbe stava piangendo e
dal corridoio il rumore aumentava. In quel momento mio
padre se ne accorse, si alz in piedi ed esclam: - A quanto
pare sono sveglie! Andiamo a condividere la bella notizia,
ti va?
Lasci la sedia e, tutto pimpante, torn alla stanza di
Thisbe e spalanc la porta. Il pianto pass all'istante da un
volume basso al massimo. - Tesoro, indovina? - stava dicendo
quando lo raggiunsi. - Ho finito il libro!
Mi bast un'occhiata a Heidi per capire che, francamente,
non gliene poteva fregare di meno. Era in pigiama dalla
notte prima, un paio di fuseaux e una maglietta spiegazzata
con una specie di macchia umida sul davanti. Con gli occhi
rossi e i capelli schiacciati in ciocche tutte aggrovigliate,
ci guard come se ci conoscesse ma non sapesse il perch.
- Oh, Robert - riusc a dire mentre Thisbe si dimenava
tra le sue braccia con il viso rosso e contorto -  davvero
meraviglioso.
- Direi che  il caso di festeggiare, no? - chiese, prima
di voltarsi verso di me in cerca di conferma. Stavo ancora
cercando di decidere se fosse meglio annuire o no quando
lui aggiunse: - Pensavo a una bella cenetta. Solo noi due.
Che ne dici?
Era difficile ignorare Thisbe quando strillava. Lo sapevo
perch ci provavo pi o meno dal giorno in cui ero arrivata.
Eppure mio padre ci riusciva, chiss come. Era evidente.
- Non lo so - esit Heidi abbassando gli occhi sulla
bambina, chiaramente agitata. - Non penso di poterla portare
fuori in questo stato...
- Certo che no - la interruppe mio padre. - Troveremo
una baby-sitter. Isabel non aveva detto che le avrebbe
fatto piacere venire ad aiutarti, una sera?
Heidi lo guard, perplessa. Assomigliava ai prigionieri di
guerra che avevo visto nelle foto dei libri di storia, stordita
e traumatizzata allo stesso tempo. - S - rispose. - Ma...
- Chiamiamola, allora - esclam mio padre. - Che si
guadagni il suo titolo di madrina. Se vuoi ci penso io. Qual
 il suo numero?
-  fuori citt - annunci Heidi.
- Oh. - Mio padre riflett un istante. E poi si gir verso
di me, piano. - Ehm... Auden? Pensi di poterci dare
una mano?
Heidi mi guard, poi scosse la testa. - Oh, no, non 
giusto. Non ti possiamo mettere con le spalle al muro in
questo modo.
- Sono sicuro che a Auden non dispiace - ribatt mio
padre. Rivolto a me aggiunse: - Vero? Sarebbe solo per un
paio d'ore.
Probabilmente avrei dovuto offendermi per la sicurezza
di quella affermazione, ma in tutta sincerit, guardando
Heidi, accettare sembrava pi un'azione umanitaria che un
favore. - Certo. Nessun problema - risposi.
- Ma devi andare al lavoro - osserv Heidi, spostandosi
Thisbe sull'altro braccio, cosa che per non serv n a
fermare n a diminuire il pianto. - La contabilit... domani
 giorno di paga.
- Be' - intervenne mio padre, lanciandomi di nuovo
un'occhiata - magari...
Mi ero accorta che aveva imparato a non finire le frasi, lasciando
agli altri (a me, in quel caso) l'incombenza di concluderle
al posto suo. Sembrava un giochino, del tipo passivo-aggressivo. - La porto con me-dissi a Heidi. - Puoi
passare a prenderla quando hai finito.
- Non lo so - esit Heidi, muovendo Thisbe su e gi.
- Non  esattamente in forma per un'uscita.
- L'aria di mare le far bene! - esclam mio padre, allungandosi
per prendere la bambina. Rivolse un sorriso al
suo visino urlante, poi si sedette sulla sedia a dondolo l vicino,
cullandola su un braccio. Heidi, con la stessa espressione
di prima, seguiva con gli occhi i movimenti della piccola.
- E far bene anche a te, tesoro. Infilati sotto la doccia
e fai con calma. Adesso ci pensiamo noi.
Heidi guard verso di me e io le feci un cenno di conferma.
Un attimo dopo, si avvi alla porta. Gi in corridoio, si
volt a guardare mio padre - ancora intento a cullare Thisbe
con l'aria di non essere neppure sfiorato da quei continui
capricci - come se non sapesse chi fosse quell'uomo. A dire
il vero, in quel momento non lo sapevo nemmeno io.
Avevo il mezzo sospetto che, una volta sparita Heidi, mio
padre mi avrebbe rifilato la bambina all'istante. E invece no.
Rimase seduto l a cullarla e a batterle delicatamente la
mano sulla schiena. Non sapevo nemmeno se si fosse accorto
di me che lo guardavo dalla porta, chiedendomi se avesse
fatto la stessa cosa con Hollis e me. A sentire mia madre,
probabilmente no. Dieci minuti prima, non avrei avuto dubbi.
Eppure forse la gente cambia, o almeno ci prova. Cominciavo
a vederne prove ovunque, ma almeno per il momento,
sapevo che era meglio non lasciarsi convincere.
* * *
Era passata circa una settimana dalla mia prima uscita in
compagnia e da allora non facevo che imparare cose nuove
sulla vita notturna di Colby. Tutte quelle notti trascorse da
sola in macchina per andare alla Timoniera e poi vagare per
strade e quartieri, fermandomi ogni tanto al Gas/Gro, erano
state una noia mortale, una perdita di tempo. Solo in quel
momento, con Eli, stavo scoprendo la vera notte.
Quella trascorsa alla lavanderia, a dividere dolci e caff
mentre Clyde ci raccontava dei suoi ultimi esperimenti culinari.
Quella passata a schivare i matti al centro commerciale
mentre andavamo alla ricerca del filo interdentale, degli
scacciaspiriti o di qualunque altra cosa fosse sulla lista
mentale di Eli. Fiondarci sulla passeggiata poco prima della
chiusura dei locali, quando un tipo di nome Mohammed
piazzava un carrettino fuori dai posti pi frequentati per
vendere - a un dollaro e cinquanta al pezzo - la pizza migliore
che avessi mai mangiato in vita mia. Pescare sul pontile
e guardare il plancton fosforescente che illuminava l'acqua
sotto di noi. Lasciavo Clementine's all'ora di chiusura,
scambiavo quattro chiacchiere con le ragazze, poi mi scusavo
e andavo per la mia strada. Quindici minuti, mezz'ora,
un'ora dopo, al Gas/Gro o alla caffetteria, incrociavo Eli e
iniziava l'avventura.
- Come si fa ad arrivare a diciotto anni- mi aveva detto
la notte prima - senza aver mai giocato a bowling?
Eravamo al Ten Pin, un posto aperto fino a tardi a breve
distanza da Colby. Le piste erano attaccate l'una all'altra, le
panche appiccicose, e quanto alle scarpe che avevamo noleggiato,
preferivo non farmi troppe domande. Ma Eli aveva
insistito per portarmici appena gli avevo detto che era una
delle tante cose rimaste escluse dalla mia infanzia.
- Te l'ho detto - gli avevo spiegato mentre lui si accomodava
sul sedile prima della pista, bloccando il foglio dei
punteggi con il fermaglio arrugginito di una cartellina - i
miei non erano appassionati di sport.
- A bowling si gioca al coperto, per - aveva scherzato.
- Perci dovresti essere una campionessa.
Gli avevo rifilato una boccaccia. - Quando ti ho detto
che mi ero persa un bel po' di cose, non intendevo che mi
dispiacesse per tutte indistintamente.
- Non sai quanto te ne pentiresti, se non provassi mai -
aveva replicato, tendendomi la palla scelta per me. - Tieni.
- L'avevo presa e avevo infilato le dita nei fori cos come
mi aveva insegnato. Poi, a un suo cenno, lo avevo seguito
fino all'inizio della pista. - Allora, quando ero piccolo -
aveva raccontato - ho imparato accovacciandomi e spingendo
la palla in avanti con tutte e due le mani.
Erano le due di notte e le altre piste erano vuote. Le uniche
persone presenti erano sedute al bar alle nostre spalle,
a malapena visibile oltre la cortina di fumo di sigaretta.
- Non ho nessuna intenzione di accovacciarmi - avevo
dichiarato con fermezza.
- Va bene. Allora devi imparare a lanciare normalmente. -
Aveva sollevato le mani reggendo una palla immaginaria,
poi aveva fatto un passo in avanti, portandola prima
lungo un fianco, poi in avanti e infine aprendo le dita.
- Cos. Ok?
- Ok.
Avevo sollevato la palla. Lui era rimasto in piedi accanto
a me, senza spostarsi di un millimetro. Quando lo avevo
fulminato con un'occhiataccia, aveva alzato le spalle prima
di battere in ritirata verso la panca appiccicosa.
Fin dalla nostra prima notte in giro insieme, era stato pi
o meno cos. Un tira e molla costante, a volte serio, a volte
no, che si svolgeva dal momento in cui la gente andava a
dormire a quello in cui sorgeva il sole. Sapevo che se avessi
passato con Eli la stessa quantit di tempo durante il giorno,
o magari a inizio serata, probabilmente sarei riuscita a conoscerlo
lo stesso. Ma non cos a fondo. La notte cambiava
le cose, ampliava gli orizzonti. Quello che ci dicevamo e facevamo,
al buio acquistava un significato pi ampio. Come
se il tempo corresse e rallentasse allo stesso tempo.
Forse era per quello che parlavamo sempre del tempo,
quando vagabondavamo per le corsie dei negozi sotto le
luci al neon, o bevevamo caff in una stanza in penombra
mentre i vestiti di Eli si gonfiavano nell'asciugatrice, o percorrevamo
in macchina strade per lo pi deserte, diretti da
qualche parte. Parlavamo del tempo futuro, come l'universit,
e del tempo passato, come l'infanzia. Ma principalmente
discutevamo di come recuperare il tempo perduto,
sempre che fosse possibile. Eli sembrava convinto di s, almeno
nel mio caso.
- Sai cosa si dice - mi aveva detto qualche notte prima
mentre ci versavamo una granita al Gas/Gro, verso le
tre. - Non  mai troppo tardi per avere un'infanzia felice.
Avevo preso una cannuccia per conficcarla nella miscela
rosata del mio bicchiere. - Non definirei la mia infanzia
"infelice", per.  solo che non  stata...
Eli aveva aspettato che finissi mentre metteva il coperchio
sul suo bicchiere.
- ... molto infantile - avevo concluso. Dopo aver assaggiato
la granita, ci avevo aggiunto un goccio di sciroppo
azzurro per fare un variegato, un trucco che mi aveva
insegnato lui qualche sera prima. - Mio fratello aveva gi
esasperato i miei con tutte le sue bambinate. Non avevano
la pazienza di ricominciare daccapo.
- Ma tu eri una bambina - mi aveva fatto notare.
- S - avevo ammesso - ma secondo loro era una cosa
che, con un po' di impegno, potevo superare.
Mi aveva lanciato una delle sue occhiate che ormai conoscevo
bene, un misto di sconcerto e rispetto. Bisognava vederla,
per capire. Poi aveva detto: -A casa mia era l'esatto
contrario. I bambini erano al centro di tutto, sempre.
- Ah, s?
- Gi. Lo sai, vero, che in ogni quartiere c' sempre una
casa dove tutti vanno per fare un giro in bici, guardare i
cartoni animati, passare una notte fuori o costruire una casa
sull'albero?
- S - avevo risposto. Poi mi ero affrettata ad aggiungere:
- S, ho sentito di cose del genere.
- Ecco, quella era casa nostra. Siccome eravamo in quattro,
partecipavamo praticamente a ogni partita di kickball o
dodgeball. In pi mia madre era sempre a casa, perci avevamo
le merende migliori. I suoi fagottini ripieni erano mitici.
- Wow - avevo esclamato, seguendolo per andare a
pagare. La cassiera, la signora anziana che ormai conoscevo,
alz gli occhi dalla rivista e, sorridendo, ci fece il conto.
- Sembra una madre fantastica.
- Lo  davvero. - Lo aveva detto con grande semplicit
e schiettezza mentre spingeva un paio di banconote verso
la cassiera. - Tanto che deve sudare sette camicie per
convincerci a schiodarci di casa. Le ci  voluta un'eternit
per sbarazzarsi di mia sorella e di mio fratello maggiore. E
Jake, il pi piccolo,  viziatissimo, perci probabilmente se
lo dovr sorbire finch non trover una ragazza abbastanza
tonta da sposarselo.
Sentendo quelle parole e ricordando il nostro incontro
goffo e frettoloso tra le dune, ero arrossita. Avevo mandato
gi il rospo e mi ero concentrata su Wanda e sulla granita
da pagare.
Solo mentre ci avviavamo all'uscita, era tornato all'improvviso
sul discorso: - Senti, senza offesa. Riguardo a quello
che ho detto, s insomma, riguardo a Jake. So che voi due...
- Non sono offesa - avevo chiarito, interrompendolo,
per evitare che continuasse. - Solo umiliata.
- Non dobbiamo parlarne per forza.
- Bene. - Avevo preso una lunga sorsata dalla cannuccia.
Eravamo risaliti in macchina in silenzio, poi io avevo
riattaccato: - In mia difesa, per, devo dire che non ho molta
esperienza con i ragazzi. Perci quella  stata...
- Non devi darmi spiegazioni - aveva puntualizzato
lui. - Sul serio. Mio fratello  un bel soggetto. Chiudiamola
cos.
Gli avevo fatto un sorriso di gratitudine. - Ne ho uno
anch'io. Un fratello che  un bel personaggio. Solo che 
in Europa, da dove spilla soldi ai miei ormai da un paio
di anni.
-  possibile spillare soldi stando dall'altra parte dell'oceano?
- Hollis ci riesce benissimo. Praticamente ne ha fatto
una forma d'arte.
Eli ci aveva riflettuto su mentre andavamo incontro alla
notte calda e ventosa. - Sembra un po' egoista - aveva
osservato. - Considerando che si  gi accaparrato l'unica
infanzia di casa tua.
Non avevo mai visto la cosa sotto quella luce. - Be',
come dicevi tu, magari non  troppo tardi. Per un'infanzia
felice e tutto il resto.
- No, infatti - aveva ribadito Eli.
- Ne sembri molto sicuro - avevo osservato. - Mi viene
quasi il sospetto che ti sia gi capitato di rimediare certe cose.
Aveva scosso il capo mentre tirava un sorso dalla cannuccia.
- No. Anzi, io ho il problema opposto.
- Cio?
- Troppa infanzia. Non ho fatto altro che lo scemo in giro.
Sono persino riuscito a guadagnarmi da vivere divertendomi.
- Con la bici?
Aveva annuito. - E poi un bel giorno ti svegli e scopri
che in tanti anni non hai messo da parte niente che valga
davvero. Solo una manciata di storie stupide, che diventano
ancora pi stupide con il passare del tempo.
Mi ero voltata a guardarlo. - Se la pensi davvero cos,
perch mi incoraggi sempre a sperimentare tutto quello che
non ho fatto?
- Perch c' sempre tempo per violare il coprifuoco o
dare un pigiama party - aveva risposto. - Non  mai troppo
tardi. Quindi dovresti, perch...
Lasci la frase in sospeso. Ormai sapevo di non dover
riempire il vuoto.
- ... non  cos per tutto - aveva concluso. - Lo sto imparando
a mie spese.
* * *
In quel momento, al bowling, le luci sopra i birilli mi lampeggiavano
davanti, prima accese poi spente. La pista si allungava
dritta davanti a me, il legno lucido e consumato:
agli occhi di un bambino doveva sembrare ancora pi lunga,
quasi infinita.
- Stai pensando troppo - grid Eli alle mie spalle.
- Tira e basta.
Feci un passo indietro, cercando di ricordare i suoi movimenti,
e lanciai la palla. Prese il volo - ero abbastanza sicura
di aver sbagliato - poi atterr con uno schianto fragoroso
nella pista adiacente. Prima di rotolare, lentissimamente,
nel canale laterale.
- Ehi! - url una voce dalla zona fumatori. - Attenzione,
laggi!
Arrossii nel pi totale imbarazzo mentre la palla raggiungeva
il fondo della pista e scompariva dietro i birilli. Un attimo
dopo si sent un rumore sordo ed Eli ricomparve al mio
fianco, porgendomi la palla.
- Meglio di no - dissi. - Non  proprio il mio forte.
- Era il tuo primo tiro - ribatt. - Pensavi di fare strike?
Deglutii. In effetti era proprio quello che avevo pensato,
O almeno sperato. -  solo che... - farfugliai - non sono
brava in questo genere di cose.
- Perch non le hai mai fatte. - Si sporse verso di me e,
dopo avermi preso le mani, mi consegn la palla. - Riprova.
E questa volta mollala prima.
Torn alla panca e io mi sforzai di prendere un bel respiro.
 solo un gioco, mi dissi. Non conta granch. Poi, con
quel pensiero in testa, feci un passo avanti e lanciai. Non
era un bel tiro - tremolante, storto e molto lento - ma butt
gi due birilli sulla destra. Il che era...
- Non male - grid Eli mentre la macchina riposiziona-
va i birilli. - Davvero non male.
Giocammo due partite intere, durante le quali lui fece costantemente
strike e spare mentre io mi limitai a evitare il canale.
In un paio di fratrie, per, me la cavai addirittura bene
e, con mia stessa sorpresa, ne fui segretamente felice. Tanto
che, mentre ce ne andavamo, ripescai il foglio dei punteggi
dal cestino in cui Eli l'aveva gettato, piegandolo pi volte
fino a ridurlo a un quadratino. Quando alzai lo sguardo,
mi resi conto che Eli mi stava fissando.
- Documentazione - spiegai. -  importante.
- Giusto - rispose senza staccarmi gli occhi di dosso
mentre me lo infilavo in tasca. - Certo.
Una volta fuori, attraversammo il parcheggio scivoloso
di pioggia diretti alla mia macchina, lasciandoci alle spalle
l'insegna intermittente al neon. - Quindi ora hai giocato
a bowling, violato il coprifuoco e rischiato di essere presa
a calci nel sedere a una festa - riassunse. - Cos'altro
c' sull'elenco?
- Non lo so - esitai. - Tu cosa hai fatto in questi diciotto
anni?
- Come ti ho detto-rispose mentre sbloccavo la chiusura
automatica - non credo di essere un esempio da seguire.
- Perch no?
- Perch ho dei rimorsi - ammise. - E poi sono un ragazzo.
E i ragazzi fanno cose diverse.
- Come andare in bici? - chiesi.
- No - replic. - Come tirarsi addosso roba da mangiare.
E sfasciare oggetti vari. E far scoppiare petardi sulle
verande di sconosciuti. E...
- Le ragazze non possono far scoppiare petardi sulle verande
di sconosciuti?
- S, che possono - rispose mentre accendevo il motore.
- Ma sono abbastanza intelligenti da non farlo. La differenza
 tutta l.
- Non saprei - replicai. - Secondo me tirarsi roba da
mangiare e sfasciare oggetti vari sono attivit trasversali.
- Va bene. Ma se hai intenzione di far scoppiare petardi,
organizzati da sola. E non aggiungo altro.
- Perch? - chiesi. - Hai paura?
- No. - Si appoggi allo schienale. -  solo che l'ho
gi fatto. E sono anche gi finito alla centrale di polizia. Ammiro
la tua epica ricerca e tutto il resto, ma devo pur porre
un limite.
- Aspetta - esclamai, alzando la mano. - La mia ricerca?
Si volt a guardarmi. Eravamo fermi al rosso, senza altre
auto in vista. - Gi - rispose. - Sai, come nel Signore degli
anelli o in Guerre stellari. Stai cercando qualcosa che hai
perso o che per te  indispensabile.  una specie di ricerca.
Mi limitai a guardarlo.
- Magari  una cosa da maschi - riprese. - D'accordo,
non chiamarla ricerca. Ciccia, non importa. Il punto  che ci
sto, ma nei limiti del ragionevole. Tutto qui.
Pensavo che stessimo solo gironzolando. Ammazzando
il tempo. Ma che fosse da maschi o da femmine, non mi dispiaceva
l'idea di cercare qualcosa di perso o indispensabile.
O entrambe le cose.
Finalmente scatt il verde, ma anzich premere l'acceleratore
dissi: - Ciccia?
- Perch? Non lo dicevi da piccola?
- Ciccia? - ripetei. Lui annu. - Ehm, no?
- Wow. - Scosse la testa. - Ma cosa hai fatto per tutta
la vita?
Mi vennero in mente all'istante un milione di risposte,
tutte ugualmente vere e legittime. C'erano infiniti modi di
passare le giornate, lo sapevo, e nessuno era giusto o sbagliato.
Ma potendo rifare tutto daccapo, in un'altra maniera,
chi direbbe di no? Non io. Non in quel momento. Chiamatela
pazzia. Ma nei limiti o no del ragionevole, io ero pronta
a buttarmi e ciccia.
* * *
- Questo s che  un look interessante - disse Maggie.
Abbassammo tutte lo sguardo su Thisbe, ben assicurata
al passeggino, con gli occhi sgranati e in assoluto silenzio,
ancora nella trance in cui era sprofondata appena avevo
iniziato a spingerla lungo il vialetto. - Interessante in
che senso? - chiesi.
- L'ha vestita Heidi? - chiese Leah, accovacciandosi per
trovarsi all'altezza degli occhi di Thisbe.
- No. Io. - Leah guard Maggie, che alz le sopracciglia.
- Che c'? Secondo me  carina.
-  vestita di nero - disse Maggie.
- E allora?
- E allora quanto spesso ti capita di vedere neonati vestiti
di nero?
Riabbassai lo sguardo sulla bambina. Quando mio padre
era andato a prepararsi per la cena, mi ero resa conto
che anche lei probabilmente avesse bisogno di un cambio
d'abito, perci mi ero diretta alla cassettiera per cercare un
body pulito. Vedendo solo vestiti rosa o con tracce di rosa,
avevo deciso di andare controcorrente e, frugando nell'ultimissimo
cassetto, avevo scovato un body nero tinta imita
e dei pantaloni verde brillante. Personalmente credevo che
le dessero un'aria rock, ma a giudicare dalle occhiate che
stavo ricevendo - per non parlare della strana espressione
di Heidi quando ci eravamo salutate - magari mi sbagliavo.
- Sapete - osservai - non  necessario vestirsi di rosa
solo perch si  femmine.
- No - conferm Leah - ma non  necessario neanche
conciarsi da camionista.
- Non sembra un camionista - ribattei. - Oddio.
Leah inclin la testa da una parte. - Hai ragione. Sembra
un contadino. O forse un muratore.
- Solo perch non veste di rosa?
-  piccola - consider Maggie. - E i bambini piccoli
portano colori pastello.
- Chi l'ha detto? - chiesi. Esther fece per rispondere, ma
io la battei sul tempo. - La societ. La stessa societ, potrei
aggiungere, che impone alle bambine di essere tutte profumi
e balocchi e le incoraggia a non esprimere le proprie opinioni.
E questo si traduce prima in una scarsa autostima e
poi, chiss, in disturbi alimentari, nonch tolleranza e accettazione
di abusi domestici, sessuali e di sostanze nocive.
Mi guardarono. - E tutto questo per un body rosa? -
chiese Leah dopo un attimo.
In quel preciso istante, Thisbe inizi a piagnucolare girando
la testa da una parte all'altra. - Oh oh - esclamai,
spingendo il passeggino avanti e indietro.-Non  un buon
segno.
- Ha fame o che? - chiese Esther.
- Magari  la sua scarsa autostima - sugger Leah.
La ignorai e mi chinai a slacciare la bambina, poi la presi
in braccio. Aveva la pelle calda e stava cominciando a urlare
pi forte quando la girai con la schiena sul mio petto. Con
le mani ben strette intorno alla sua vita, cominciai a piegare
le ginocchia su e gi, su e gi. Alla terza volta, si zitt.
- Wow - esclam Maggie. - Hai il tocco magico, eh?
- Si chiama "ascensore" - risposi. - Funziona sempre.
Per un istante mi guardarono e basta. Poi Esther disse:
- Sapete, secondo me Auden ha ragione. Il nero non  poi
cos male. Anzi,  piuttosto alternativo.
- Ero sicura che lo avresti detto - comment Leah.
- Guarda cosa hai addosso.
Esther abbass lo sguardo sulla sua maglietta. - Non 
nera.  blu scuro.
Le altre due sbuffarono. Poi Leah si volt verso di me,
spiegando: - Diceva cos anche durante la sua fase dark,
quando non metteva niente che non fosse nero. Vestiti neri,
scarpe nere...
- Eyeliner nero, rossetto nero - aggiunse Maggie.
- La smetterete, prima o poi? - chiese Esther. Sospir.
-  stata una fase, d'accordo? Come se al liceo voi due non
aveste mai fatto niente di cui poi vi siete pentite.
- Dico solo due parole - rispose Maggie. - Jake
Stock.
- Ben detto - approv Leah.
- Tu invece - riprese Esther, indicandola - ti sei tinta
di biondo per Joe Parker. Cosa che...
- Nessuna rossa naturale dovrebbe mai fare - concluse
Leah. - Mi vergogno ancora.
Durante quello scambio avevo continuato a fare l'ascensore
per Thisbe. Era di nuovo in trance, serafica, e per un
attimo ci limitammo a osservarla in quel su e gi. Alla fine
Maggie chiese: - Non vi fa strano pensare che una volta
anche noi eravamo cos piccole?
- Assolutamente s. - Leah tese un braccio, afferr la
manina di Thisbe e la strinse.- innocente come un agnellino.
Senza macchie n errori.
- Beata lei - sospir Esther. Poi, sporgendosi in avanti,
aggiunse: - Ti do un consiglio, evita la fase dark. Te lo rinfacciano
tutti all'infinito.
- E non cambiare mai per un ragazzo - aggiunse Leah.
- Se ti merita, ti accetta per come sei.
- Mettiti sempre il casco quando salti con la bmx - intervenne
Maggie.
- Non mangiare carne essiccata prima di salire sulle montagne
russe - consigli Leah.
- Il piercing al naso - fece Esther - non sta bene a tutti.
Fidati.
Thisbe ascolt ogni cosa con la stessa espressione solenne.
Me la spostai sulle braccia, chinando la testa per annusarne
l'odore, un misto di latte e shampoo per beb. - Forza,
Auden - mi esort Leah. - Devi pur avere qualche
consiglio da darle.
Riflettei un istante. - Non flirtare con il ragazzo di un'altra
nella cucina di casa sua - dissi. - E non rispondere alla
domanda "Che razza di nome ?".
- Perch qualcuno glielo chieder, prima o poi - comment
Leah. - Con un nome come Thisbe  garantito.
- Sentite questa - esclam Maggie. - Stai alla larga dai
ragazzi carini che vanno in bici. Ti spezzeranno il cuore. -
Buttai un occhio verso di lei, che mi sorrise. - Certo,  pi
facile a dirsi che a farsi. Giusto?
Mi limitai a guardarla, chiedendomi cosa volesse dire.
Non avevo raccontato a nessuno di me ed Eli, soprattutto
perch ero convinta che avrebbero subito pensato a una storia
fra noi due. Altrimenti cosa facevamo insieme ogni notte
fino all'alba? C'erano cos tante possibili risposte a quella
domanda che preferii lasciar cadere l'argomento: in fondo
quella di Maggie era stata solo un'allusione.
- Oddio, Maggie - gemette Leah - pensavo che ormai
avessi superato la faccenda di Jake.
- Infatti  cos - rispose lei.
- Allora perch punzecchi Auden? - Leah scosse la testa.
- Non  questo che...
La frase fu interrotta da uno schianto improvviso proveniente
dalla porta d'ingresso. Ci girammo tutte in quella direzione,
giusto in tempo per vedere Adam che si allontanava
dolorante dal vetro, strofinandosi un braccio.
- Se vuoi entrare, devi tirare - grid Maggie. Mentre
Leah alzava gli occhi al cielo, mi spieg: - Non se lo ricorda
mai.  assurdo.
- Sono uno che fa entrate a effetto - esclam Adam, per
nulla infastidito da quella che chiunque altro avrebbe considerato
un'umiliazione pubblica delle peggiori. Venne verso
di noi reggendo un sacchetto di plastica del supermercato.
- Allora, signore. Ho un annuncio da fare.
Leah lanci un'occhiata guardinga al sacchetto. - Stai
di nuovo vendendo barrette per la raccolta fondi del club
di matematica?
Adam la guard. - Ero alle medie e avevo tredici anni -
replic. - E la scuola  finita, ricordi?
- Ignorala - gli consigli Maggie mentre Leah alzava
le spalle, tornando dietro il bancone. - Che annuncio ?
Lui fece un sorrisone e infil la mano nel sacchetto. - Hot
dog party! - rispose, tirando fuori una confezione risparmio
di Wrstel. - Il primo dell'estate. Dopo il lavoro, a casa
mia e di Wallace. Portate le salse che volete.
- Io non vengo - annunci Esther, saltando gi dal bancone.
- Sono vegetariana.
Adam mise di nuovo la mano nel sacchetto ed estrasse
un'altra confezione di Wrstel. - Voil! - grid, agitandola
in aria. - Wrstel di tofu! Apposta per te!
- Il bagno almeno sar pulito? - chiese Leah.
- Perch, non lo  sempre?
- No - risposero in coro Leah, Maggie ed Esther.
- Be', stasera lo sar. Tirer fuori disinfettante e compagnia
bella.
Maggie sorrise mentre lui rimetteva i Wrstel nel sacchetto,
che poi chiuse arrotolando i manici. -  passato un secolo
dall'ultimo hot dog party - osserv. - Cosa si festeggia?
-  l'inaugurazione della casa nuova, che avremmo dovuto
fare due mesi fa, quando ci siamo trasferiti - rispose.
- E poi  un po' di tempo che non organizziamo una festa,
no? Ci sembrava che fosse ora.
- Eli viene? - chiese Esther.
- Lo abbiamo invitato - rispose Adam. - Staremo a
vedere.
Maggie si volt verso di me per spiegarmi: - Gli hot dog
party erano una delle grandi tradizioni di Abe. Li organizzava
ogni sabato a casa sua e di Eli. Hot dog, fagioli in salsa
di pomodoro...
- ... contorno di patatine - fin Leah.
- E ghiaccioli come dessert. Per lui era la cena estiva
perfetta. - Maggie sollev una mano e si attorcigli un ricciolo
intorno al dito. - Lui ed Eli compravano sempre la
roba a tonnellate gi al centro commerciale, cos potevano
organizzare una festa ogni volta che volevano, senza tanto
preavviso.
- HDPI - recit Esther. Davanti alla mia espressione attonita
aggiunse: - Hot dog party improvvisato.
- Ok - risposi. Cominciavano a farmi male le ginocchia,
cos interruppi il gioco dell'ascensore e mi sistemai Thisbe
sul braccio destro. Adam le si avvicin con una faccia buffa.
- Mi sa che tu sei troppo piccola per una festa cos -
scherz, punzecchiandole il pancino con il dito prima di girarsi
verso la porta. - Quanto a voi, vi aspetto da Wallace
dopo la chiusura. Niente scuse.
- Sai - replic Leah - mi piacevi di pi quando vendevi
barrette.
- A dopo! - grid lui. Questa volta apr la porta nel
modo giusto e poi scomparve sulla passeggiata, accompagnato
dallo scampanellio dell'ingresso.


CAPITOLO 9.

Leah guard Maggie. - Splendido - borbott. - Ha
una cotta per te e a noi ci tocca mangiare Wrstel.
- Non ha una cotta per me - ribatt Maggie andando
all'espositore degli orecchini e sistemandone qualche paio.
- Be', io non ci vengo - fece Leah, schiacciando un tasto
sulla cassa. Quando il cassetto si apr, prese alcune banconote
per contarle. - Tra un po'  finita l'estate e gli unici
ragazzi con cui sono uscita sono quelli che conosco dalle
elementari. La cosa sta diventando ridicola.
- Pu darsi che alla festa ci sia qualcuno nuovo - butt
l Esther.
- Ma fammi il piacere - esclam Leah.
- Ehi, hanno i Wrstel di tofu. Tutto  possibile.
Ma non era ai ragazzi nuovi che pensavo, quando per
tutta l'ora successiva rimasi seduta in ufficio a scorrere le
ricevute della giornata e a spingere avanti e indietro il passeggino
di Thisbe con un piede. Era un unico ragazzo, quellostesso ragazzo che ogni giorno, ora dopo ora, occupava
sempre pi spazio nella mia mente.
Per quanto mi sforzassi, pi si avvicinava l'ora di chiusura
e pi era difficile non correre avanti con il pensiero e
chiedermi cosa mi avrebbe riservato un'altra notte con Eli.
Non avevo mai provato quel senso di attesa per nessuno.
Perci anche se l'idea di un hot dog party sembrava divertente
- anzi, magari poteva tranquillamente rientrare tra le
cose che mi ero persa e potevo finalmente recuperare - se
Eli non c'era, neanch'io ero molto sicura di volerci andare.
Nonostante i Wrstel di tofu.
Verso le otto e mezzo si presentarono mio padre e Heidi
per prendere la bambina. Il loro arrivo fu annunciato da un
coro di squittii proveniente dall'area clienti.
- Oh, mio Dio, stai benissimo! - esclam Maggie.-Non
hai pi neanche un filo di grasso!
- Non prendermi in giro - protest Heidi. - In questo
momento non mi entrerebbe niente delle cose che abbiamo
qui in negozio. Neanche un poncho.
- Smettila - ribatt Esther. - Sei splendida.
- Come Thisbe - aggiunse Leah. - Gran bel nome, a
proposito.
- Visto? - sentii esclamare a mio padre. - Te l'avevo
detto.  autorevole! Ha presenza.
- Per - intervenne Maggie - la storia di Thisbe in
realt  un po' tragica. Muore per amore e da allora i frutti
del gelso sono rossi come il sangue.
Anche se non potevo vederlo da dietro la porta chiusa, percepii
nettamente lo stupore ammirato di mio padre. - Conosci
la storia di Thisbe? - chiese.
- L'abbiamo letta a lezione di letteratura classica, quando
studiavamo il mito e le donne - rispose Maggie.
- Pensavo fosse di Shakespeare - intervenne Heidi.
- Shakespeare l'ha ripresa in modo farsesco-le spieg
mio padre.-Ma questa signorina ha ragione. La storia vera
in effetti  piuttosto triste.
- Ecco a voi Maggie - ironizz Leah. - L'esperta in
tragedie.
- Auden  in ufficio? - sentii Heidi chiedere. Un attimo
dopo, buss delicatamente alla porta e poi fece capolino.
Quando vide Thisbe che sonnecchiava nel passeggino,
sorrise. - Guarda l. E io che avevo paura che avesse strillato
disperata per tutto il tempo.
- No, non tutto il tempo - ribattei. - Com'era la cena?
- Ottima - rispose. Poi sbadigli, mettendosi la mano
davanti alla bocca. -  stato un bene uscire a festeggiare.
 un grande risultato per tuo padre. Ha lavorato davvero
sodo in queste ultime settimane.
Abbassai lo sguardo su Thisbe. - Anche tu - ribattei.
- Oh, be'. - Si scherm con un gesto della mano, poi
venne avanti e spinse con cautela il passeggino fuori dalla
porta. - Non so come ringraziarti, Auden, sul serio. Non
riesco a ricordarmi l'ultima volta che io e tuo padre siamo
usciti insieme da soli.
- Non  stato un sacrificio.
-  lo stesso. Te ne sono grata. - Butt un occhio verso
l'area clienti. -  meglio che lo porti via finch  allegro.
Dice che questo posto gli fa venire il mal di testa. Troppo
rosa. Ti rendi conto?
Eccome se me ne rendevo conto! Ma preferii non rispondere
e mi limitai a salutarla con un cenno della testa mentre
spingeva Thisbe lungo il corridoio, facendomi ciao da
sopra la spalla.
Nelle due ore successive mi concentrai sul lavoro, notando
solo di sfuggita l'andirivieni delle clienti (c'era una corsa
alle infradito), il ballo delle nove (stavolta l'Elvis del periodo
rockabilly) e il dibattito riguardo alla partecipazione
alla festa (Maggie era per il s, Leah per il no, Esther in forse).
Alle dieci in punto chiusi cassaforte e porta dell'ufficio
e mi aggregai a loro mentre uscivano sulla passeggiata, ancora
prese dalla discussione. Ormai rientrava tutto nella mia
routine, cos come la mossa successiva: lasciare le ragazze e
andare a cercare Eli.
- Potremmo stare solo un po' - stava dicendo Maggie.
- Per fare presenza.
Leah si volt verso di me. - Tu, Auden? Sei per il s o
per il no?
- Oh - mormorai. - In realt mi sa che devo...
Stavo per ricorrere a una delle mie scuse standard, tipo
"andare a casa" o "sbrigare delle commissioni" ma poi mi
cadde l'occhio sul negozio di bici alle spalle di Maggie e vidi
Eli seduto sulla panchina e, dietro, il negozio gi chiuso e
buio. Per una volta non dovevo neanche cercarlo. Peccato
per che non fosse solo.
In piedi davanti a lui c'era Belissa Norwood, capelli mossi
dal vento e mani in tasca. Non era in tiro come alla festa,
indossava semplicemente un paio di jeans e una maglietta
blu senza maniche con un golf legato in vita, e fui colpita
all'istante da quanto stesse meglio cos. Meglio poco che
tanto: niente di pi vero.
Stava dicendo qualcosa a Eli, che guardava in terra piegato
su se stesso, con la testa appoggiata sulle mani. A un certo
punto, per, alz gli occhi e annu. Rimasi impietrita a fissarli
mentre lei si sedeva accanto a lui, ginocchio contro ginocchio.
Gli mise la testa sulla spalla, chiudendo gli occhi.
- Auden? - ripet Leah. Vedendo la mia faccia si gir,
ma proprio in quell'istante un gruppo di tipi ben piazzati
in giacca e cravatta usc dal bar dei frullati, bloccandole la
visuale. - Che c'?
- Niente - mi affrettai a rispondere. - Sono per il s.
* * *
L'appartamento di Wallace era al piano inferiore di una casa
verde a due isolati dalla spiaggia. Il giardino era perlopi
terra con qualche ciuffo d'erba, sulla veranda laterale c'era
una lavatrice e sopra il garage era appeso un cartello che inspiegabilmente
diceva: viaggio sentimentale.
- Un nome proprio interessante - commentai mentre
seguivo Maggie ed Esther lungo il vialetto, reggendo il
sacchetto delle salse - ketchup, senape, maionese e salsa al
cioccolato - che avevamo comprato al Gas/Gro. Leah era
rimasta indietro con il cellulare attaccato all'orecchio, sperando
ancora di trovare un'alternativa migliore alla festa.
- Non  opera dei ragazzi - mi spieg Maggie. - L'hanno
scelto i proprietari.  un'usanza delle localit di mare,
sai, dare i nomi alle case. La casa dove Wallace abitava prima
si chiamava "grido di gabbiano".
- Un nome orrendo - disse Esther. - Ehi, Mags, ti ricordi
quando Eli e Abe vivevano in quella topaia sulla Quarta?
Com' che...
- Incanto estivo - fin Maggie mentre salivamo i gradini
d'ingresso. - E non c'era niente di incantevole, lasciamelodire. Proprio una topaia.
In quell'istante Adam comparve sulla porta con un guanto
da forno infilato. - Ehi - esord, mettendosi la mano sul
cuore, offeso. - Non siete nemmeno entrate!
- Non parlavo di casa vostra - lo rassicur Maggie
mentre lui si scansava per farci passare. - Questa ... molto
carina.
Il che era un po' esagerato. Il soggiorno era piccolo, strapieno
di mobili vecchi e male assortiti: un divano a scacchi,
una poltrona reclinabile a righe, un tavolino malconcio con
macchie su macchie di forma circolare. Era chiaro, per, che
qualcuno si fosse ingegnato per abbellire quel posto, come
testimoniavano la ciotola di frutta secca sul tavolo e un affare
che sembrava una candela profumata nuova di zecca
posata su un bancone che comunicava con la cucina.
-Arredamento d'interni - spieg Adam dopo aver colto
il mio sguardo. - Fa miracoli, non pensi?
- C' ancora puzza di birra - gli comunic Leah, entrando
e gettando il cellulare in borsa.
- Significa che non ne vuoi? - strill Wallace dalla cucina.
- No - rispose Leah.
- Non ci credo - ribatt lui, spuntando con una confezione
da dodici. Ci pass davanti distribuendo le lattine. Io
stavo per rifiutare, ma finii per prenderne una lo stesso, se
non altro per educazione.
- Alla tua sinistra ci sono dei sottobicchieri - disse Adam
rivolto a Leah, impegnata ad aprire la birra.
- Sottobicchieri? - ripet. - Su quel tavolino? Ma se 
gi coperto di macchie.
Lui guard prima le chiazze, poi lei. - Solo perch una
cosa  rovinata non significa che non vada trattata con rispetto.
-  un tavolino, Adam-sbuff Wallace-non un orfano.
Esther ridacchi. Ma Maggie, come c'era da aspettarsi,
si allung a prendere un sottobicchiere e lo mise sul tavolo
prima di appoggiare la birra. Nel frattempo Adam si sporse
verso il mobile dietro di lui per prendere la macchina fotografica.
- Il nostro primo hot dog party - dichiar, portandosi
la macchina davanti al viso. - Non posso non immortalare
questo momento.
La reazione nella stanza fu rapida e unanime: tutti alzarono
contemporaneamente le mani per coprirsi la faccia, tranne
me. Le esclamazioni che accompagnarono quel gesto furono
per molto diverse. Sentii di tutto, dal: No, ti prego
(Maggie) a: Dio santo (Wallace) per finire con: Smettila o
ti ammazzo (credo non ci sia bisogno di aggiungere altro).
Adam sospir, abbassando la macchina fotografica. - Perch
- implor - non mi concedete neanche una foto, una
volta ogni tanto?
- Il patto era questo - rispose Wallace con la voce soffocata
dalle dita con cui ancora si copriva la bocca.
- Quale patto? - chiesi.
Maggie separ pollice e indice per far uscire la voce, poi
rispose: - Negli ultimi due anni Adam  stato l'addetto
all'annuario scolastico. Ci ha tormentato tutti con la sua
macchina fotografica.
- Eravamo solo in due! - protest Adam. - Non avevo
scelta. Qualcuno doveva pur scattare le foto.
- Cos gli abbiamo detto - continu Wallace, sempre al
riparo della mano - che avremmo tollerato la cosa fino ad
annuario concluso. Ma poi...
- Basta foto - fin Maggie.
- Per sempre - aggiunse Leah.
Adam riappoggi la macchina sul mobile con aria accigliata.
- Va bene - si arrese, al che tutti abbassarono
le mani. - Ma tra qualche anno, quando avrete nostalgia
di questa estate e non riuscirete a ricordarvela perch non
avremo lasciato nessun genere di testimonianza, non date
la colpa a me.
- Siamo gi pieni di testimonianze - ribatt Maggie.
- Nelle foto a sorpresa sulle ultime pagine dell'annuario
ci siamo solo noi.
- Il che  un bene, perch almeno non vi dimenticherete
niente - replic lui. - Ma quella ormai  storia. Stiamo
parlando del presente.
- Un presente in cui non siamo pi costretti a subire
foto. - Leah sollev la birra - senza sottobicchiere - e ne
bevve un sorso, poi aggiunse: - Allora, chi altro viene a
questa festa?
- I soliti sospetti - rispose Wallace sedendosi sulla poltrona,
che sotto il suo peso cedette in maniera evidente.
- Quelli del negozio, alcuni tipi della pista da bici cross,
quella ragazza carina che prepara i frullati al bar e...
La frase fu interrotta da una serie di tonfi sui gradini d'ingresso.
- Ehil! - grid una voce. -  meglio che abbiate
da bere perch sono pronto a...
Jake Stock - maglietta nera aderente e abbronzatura esagerata
- smise di parlare e di muoversi nell'attimo in cui
varc la soglia e vide me e Maggie sedute fianco a fianco
sul divano. Quando si dice guastafeste.
- Pronto a cosa? - gli chiese Leah sorseggiando la birra.
Jake guard prima lei, poi Wallace, che scroll le spalle.
-  sempre un piacere vederti - disse rivolto a Leah, prima
di superarci e andare in cucina. Con la coda dell'occhio
guardai Maggie, che per fissava la sua lattina sul sottobicchiere
con un'espressione indecifrabile.
- Non  troppo tardi per andare in discoteca - le sugger
Leah. - Nuovi ragazzi, nuove occasioni.
- La griglia  accesa!-url Adam dalla porta sul retro.
- Chi vuole il primo hot dog?
Maggie si alz, prendendo la birra. - Io - grid a sua
volta, sfilando davanti a Jake che, appoggiato al bancone,
annusava la candela. - Lo voglio io.
Un'ora dopo avevo gi bevuto una birra, mangiato due
hot dog di tofu e, nonostante gli sforzi per non estraniarmi
dalla festa e dalle conversazioni che si svolgevano intorno
a me, avevo abbondantemente rimuginato sulla scena
che si era svolta tra Eli e Belissa sulla passeggiata. Buttai
un occhio all'orologio: era quasi mezzanotte. A quell'ora,
la notte prima, io ed Eli avevamo appena lasciato il locale
di Clyde, dove ci eravamo divisi una fetta di crostata
di mandorle con salsa mou aspettando che finisse un carico
di panni bianchi. Abbassai lo sguardo sulla ciotola di
frutta secca, intatta sul tavolo davanti a me, e presi un altro
sorso di birra.
Era stato davvero stupido aspettarsi qualcosa. Poche notti
passate insieme non bastano certo a creare un'abitudine,
n un rapporto.
In quell'istante mi squill il telefono e, pensando che potesse
essere Eli, balzai a rispondere, sentendomi poi una scema.
Perch lui, mi resi conto un secondo dopo, non aveva
il mio numero. Quando aprii il cellulare, vidi che si trattava
di un altro ragazzo che, come Eli, riusciva sempre a darmi
da pensare: mio fratello.
- Aud! - esclam appena risposi. - Sono io! Indovina
dove sono?
Dato che avevamo gi fatto quel gioco e io avevo sempre
perso, mi limitai a dire: - Spara.
- A casa!
L per l pensai di aver capito male. Solo dopo avergli
chiesto di ripetere mi convinsi che si trovava a trecento chilometri
di distanza anzich in un altro continente.
- A casa? - ripetei. - E da quando?
- Da un paio d'ore. - Rise. - Ho un jet lag allucinante.
Non ho la pi pallida idea di che ore siano. Tu dove sei?
- A una festa - risposi alzandomi. Poi andai verso l'ingresso
per uscire.
- Una festa? Sul serio?
Sembrava cos scioccato che probabilmente avrei dovuto
offendermi. Ma in fin dei conti, poche settimane prima
mi sarei stupita anch'io. - Gi - confermai, scendendo i
gradini e sedendomi poi sull'ultimo. -Allora... cosa ti ha
riportato fra noi?
Ci fu una pausa. Per rendere la cosa pi teatrale, scoprii
subito dopo. - Non cosa - rispose. - Chi.
- Chi?
- Aud. - Altra pausa. Poi: - Sono innamorato.
Quella rivelazione arriv mentre avevo alzato lo sguardo
su un lampione acceso e ronzante. Era circondato da insetti,
minuscole macchioline in movimento. - Sei cosa? -
chiesi.
- Gi. - Rise. -  pazzesco, lo so. Ma sono cotto. Cos
cotto che ho abbreviato il viaggio e sono saltato su un aereo
per seguirla fino a qui.
Quel viaggio durava gi da un paio d'anni, un periodo
che non avrei definito "breve". Ma con Hollis bisognava
sempre pensare in grande. - Allora - chiesi - di chi si
tratta?
- Si chiama Laura - rispose. -  fantastica! L'ho incontrata
in un ostello a Siviglia. Io ero l per un mega festival
rave di tre giorni...
Alzai gli occhi al cielo.
- ... lei invece per una conferenza sulla genetica.  una
scienziata, Aud! Si sta specializzando alla Uni, pensa che
coincidenza. Studiava nella biblioteca dove io invece dormivo.
Ha detto che russando la disturbavo e che quindi dovevo
alzarmi e andarmene. Pazzesco, no? Racconteremo
questa storia ai nostri nipoti!
- Hollis - replicai - mi stai prendendo in giro, vero?
Sei a Parigi o da qualche altra parte e stai solo...
- Come? - chiese. - No! Oddio, no.  la verit. Aspetta
che te lo dimostro.
Segu un suono attutito e qualche disturbo sulla linea. Poi
sentii mia madre che, da lontano, con il suo tono pi piatto
e distante, ripeteva: - S.  vero. Tuo fratello  innamorato
e adesso  nella mia cucina.
- Sentito? - mi chiese Hollis, incurante del mio sgomento.
- Non  uno scherzo!
- Quindi... - dissi mentre tentavo ancora di riprendermi
- quanto resterai a casa?
- Finch vorr Laura. Stiamo cercando un appartamento
e ho intenzione di iscrivermi all'universit, in autunno.
Magari finisco pure nel dipartimento di inglese, chiss. -
Rise. - Ma sul serio, prima voglio fare un salto l sia per
vedere come stanno pap, Heidi e la pargoletta, sia per presentarvi
la mia ragazza. Perci avvertili, ok?
- D'accordo - risposi lentamente. - Sono contenta che
sei tornato, Hollis.
- Anch'io. A presto!
Riagganciai e guardai la strada silenziosa davanti a me
e, da qualche parte nell'oscurit, l'oceano. Era ancora prestissimo
eppure, tra la faccenda di Eli e lo strano ritorno a
casa di mio fratello, per la prima volta dopo tanto tempo
non desideravo altro che trascinarmi a letto. Tirarmi le coperte
fin sopra la testa e avvolgermi in un buio tutto mio
per svegliarmi solo a notte passata.
Con quel pensiero in testa tornai in casa per salutare, ma
il soggiorno, con lo stereo ancora acceso e il tavolino coperto
di lattine di birra quasi tutte senza sottobicchiere, era deserto.
Recuperai la borsa e attraversai la cucina diretta all'uscita
sul retro. Dalla porta vidi che erano tutti radunati sul patio:
Adam alla griglia con accanto Maggie, Leah ed Esther
sedute spalla a spalla sulla balaustra. Wallace stava aprendo
una confezione di fagioli in salsa di pomodoro mentre
Jake osservava la scena allungato su una sedia da giardino
arrugginita, poco distante.
- Lo sapevi anche tu che probabilmente non sarebbe
venuto - stava dicendo a Adam, indaffarato a girare
i Wrstel sul fuoco. -  dal giorno dell'incidente che
fa l'asociale.
- Ormai  passato pi di un anno, per - ribatt Adam.
- Prima o poi dovr pur ricominciare a uscire.
- Magari esce gi - intervenne Maggie. - Ma non con te.
- Cio? - chiese Wallace. Indietreggiai e mi nascosi
dietro la porta, in attesa che Maggie rispondesse, invece
non disse nulla. - Ti riferisci a Belissa? Posso assicurarti
che ti sbagli.
- Certo. Hanno rotto da mesi, idiota - comment Jake.
- Gi, ma lei non ha mai mollato la presa - replic Wallace.
- Stasera per  passata al negozio per dirgli che si 
messa con uno. Un tipo della Uni che  qui per l'estate e fa
il barista al Cadillac. Ha detto che voleva dirglielo di persona,
perch non venisse a saperlo da altri.
Dopo un breve silenzio, Leah chiese: - E tu come fai a
essere cos informato?
- Magari mi trovavo proprio vicino alla porta a controllare
che le gomme delle bici in vetrina fossero gonfie.
Qualcuno sbuff, ironico. - Sei un gran pettegolo, Wallace.
Peggio di una donna - lo apostrof Adam.
- Ehi! - esclam Esther.
- Scusami.  solo un modo di dire - si difese Adam.
- Comunque, sul serio, pu darsi che Maggie abbia ragione.
Forse ha davvero un mezzo intrallazzo da qualche
altra parte. Stasera, quando l'ho invitato qui, ha detto che
avrebbe cercato di venire ma che si era gi messo d'accordo
per sbrigare delle commissioni.
- Commissioni? - ripet Leah. - Chi sbriga commissioni
di notte?
- Infatti non ho capito neanch'io-rispose Adam.-Ma
lui ha detto cos.
Dopo aver dato uno sguardo alla cucina, andai a un mobile
l vicino e aprii il primo cassetto, poi quello sotto. Nel
terzo trovai ci che cercavo: l'elenco telefonico di Colby.
Era una cittadina cos piccola che c'era una sola lavanderia
self-service.
- Lavanderia, sono Clyde.
Lanciai un'altra occhiata fuori, poi mi accostai al frigorifero.
- Ehi, Clyde. Sono Auden. C' mica Eli?
- Certo che s. Aspetta.
La linea appena disturbata, poi un breve scambio di battute
mentre il ricevitore passava da una mano all'altra. Alla
fine Eli esord con: - Ti stai perdendo una crostata di mele
spettacolare.
- Mi hanno trascinata a un hot dog party - risposi.
Pausa. - Ah, s?
- Gi.-Mi voltai chiudendo l'elenco.-A quanto pare
si tratta di un rito di passaggio molto importante. Perci ho
pensato che fosse meglio verificare di persona, sai, per la
mia epica ricerca, come la chiami tu.
- Giusto - approv.
Restammo in silenzio per un attimo e io mi resi conto che
per la prima volta, da parecchio tempo, mi sentivo a disagio
con Eli. Tutte quelle notti pazzesche a fare un sacco di cose
pazzesche. Eppure quella, una semplice conversazione telefonica,
era difficile.
- Fammi indovinare, allora-riprese lui.-Pi o meno
in questo istante Adam sta mettendo sul fuoco dei Wrstel
anche se nessuno ne vuole pi.
Guardai fuori. Adam era alla griglia e stava aprendo un'altra
confezione. - Ehm - mormorai. - S, in effetti.
- Leah ed Esther probabilmente stanno iniziando a discutere
per decidere se andare via o no.
Un'altra occhiata conferm che s, avevano tutta l'aria di
essere nel bel mezzo di una conversazione piuttosto animata.
Leah, perlomeno, stava gesticolando con una certa foga.
- Esatto. Ma come fai a...
-  mio fratello - continu - che  arrivato sparandole
grosse sulle sue intenzioni di far strage di donne,  molto
probabile che stia sonnecchiando ubriaco da qualche parte.
Da solo.
Sbirciai verso Jake. Aveva gli occhi decisamente chiusi.
- In tutto il tempo che abbiamo passato insieme - dissi
- potevi anche dirmi che sei un sensitivo.
- Non sono un sensitivo - ribatt. - Ti serve un passaggio?
- S - risposi senza la minima esitazione.
- Arrivo tra dieci minuti.
* * *
Diciassette minuti dopo ero sul patio insieme agli altri a
guardare Leah e Maggie che litigavano.
- L'accordo - stava dicendo Leah, biascicando appena
le parole - era che io venivo, ma che poi a un certo punto
ce ne andavamo a fare qualcos'altro.
-  mezzanotte passata! - replic Maggie. - Ormai 
troppo tardi.
- Lo sapevi fin dall'inizio. Volevi farmi venire qui, farmi
ubriacare...
- Ti sei ubriacata da sola - puntualizz Adam.
- ... e incastrarmi. Come sempre - concluse Leah. - Che
fine ha fatto la nostra grande estate da sballo prima
dell'universit? Quella che doveva essere piena di nuove esperienze
e bei ricordi da portarci dietro per quando non saremmo
state pi insieme? Doveva essere...
Lasci la frase in sospeso, chiaramente a corto di parole,
al che io suggerii: - Un momento magico.
- Esatto! - Schiocc le dita. - Un momento magico!
Che fine ha fatto il nostro momento magico?
Tutti piombarono nel silenzio pi assoluto, a meditare
una qualche risposta. Ma un attimo dopo capii che la vera
ragione era un'altra: alle mie spalle, sulla soglia della cucina,
era comparso Eli.
- Non chiedetelo a me - rispose. Lo stavamo fissando
tutti. - Sono venuto solo per gli hot dog.
- Hot dog! - grid Adam elettrizzato. - Ecco qui gli
hot dog! Tonnellate di hot dog! Tieni! Prendine uno!
Agguant un panino, ci ficc dentro un Wrstel e glielo
porse di slancio. Eli alz le sopracciglia sbigottito e poi lo
prese. - Grazie.
- Non c' di che! - esclam Adam. - E ora ne arrivano
altri. In pi abbiamo patatine, fagioli in salsa di pomodoro
e...
- Adam - disse Wallace a voce bassa. - Rilassati.
- Giusto - rispose Adam allo stesso volume di prima.
Poi, con un tono leggermente pi sommesso, aggiunse:
- Ah, ci sono anche i ghiaccioli.
Si girarono di nuovo tutti verso Eli. L'imbarazzo e la tensione
erano tali che sembrava di stare a una veglia funebre,
non a una festa. Ma in fin dei conti, forse, in un certo senso
era cos.
- Allora, Eli - disse Maggie dopo un attimo - come va
con il negozio? Trovato il nome?
Eli la guard di sfuggita prima di abbassare gli occhi
sull'hot dog. - Siamo ancora in fase di discussione.
- A me - intervenne Adam - piace Volata Finale.
- Penseranno che siamo un aeroclub - obiett Wallace.
- Poco affidabile, per giunta - aggiunse Leah.
- Sempre meglio di Tutto Ciclo.
- Cos'ha che non va Tutto Ciclo? - chiese Wallace. - 
un nome perfetto.
- Ha un che di mestruale - rispose Adam. Esther gli
diede uno schiaffone sul braccio. - Perch?  vero.
- Secondo me - disse Jake cogliendo tutti di sorpresa,
dato che pensavamo dormisse alla grande - ci serve
un nome aggressivo. Qualcosa di tosto, che dia un senso
di pericolo.
- Tipo? - chiese Eli.
- Tipo... - continu Jake con gli occhi ancora chiusi
- A Rotta di Collo. Oppure Fuoristrada.
Adam alz gli occhi al cielo. - Non puoi dare nomi del
genere a un negozio di bici per turisti.
- Perch no?
- Perch la gente in vacanza ha voglia di cose belle, rilassanti.
Quando noleggia una bici, non vuole pensare che
rischia di morire in un incidente.
Dalla faccia con cui Adam pronunci quelle parole - aria
tranquilla, convinta delle sue opinioni, e poi subito dopo
scioccata, rossa di vergogna - si capiva che non sapeva
assolutamente cosa stesse per dire. Se ne accorse troppo tardi.
Cal di nuovo il silenzio. Adam era color peperone. Maggie
ed Esther si scambiarono un'occhiata disperata. Eli, accanto
a me, rimase impietrito. L'imbarazzo era tangibile, lo si poteva
tagliare con il coltello. Il mio unico pensiero era che mi
sentivo responsabile del fatto che Eli si trovasse l, in quella
situazione pesante. Non sapevo proprio come rimediare, ma
poi vidi il tegame di fagioli posato sul tavolo accanto a me.
Fu una decisione fulminea, di quelle che si prendono
nelle situazioni pi estreme e pericolose, almeno cos dicono.
Non era esattamente il mio caso eppure, senza pensare,
agendo e basta, infilai la mano nel tegame e tirai su una
grossa manciata di fagioli. Poi, prima che potessi ripensarci,
mi girai e la lanciai a Eli.
I fagioli lo colpirono dritto in mezzo alla fronte: alcuni,
di rimbalzo, gli impiastricciarono i capelli, altri caddero ai
suoi piedi, sul patio. Ci fu una specie di risucchio d'aria generale,
segno dell'assoluto sconcerto di tutti davanti a quella
scena. Io, per, non staccai gli occhi da Eli, il quale batt
le palpebre, poi sollev una mano per togliersi dei fagioli
dalla punta del naso.
- Ohi ohi - fece. - L'hai voluto tu.
E in un batter d'occhio mi raggiunse, veloce come un lampo,
e agguant il tegame di fagioli. Un movimento sciolto
- troppo rapido anche solo per pensare di fermarlo - e me
l'aveva gi rovesciato sulla testa. Sentendo prima un calore
sui capelli poi qualcosa di viscido che mi gocciolava negli
occhi, afferrai un piatto abbandonato l vicino e gli tirai
un hot dog smangiucchiato.
- Che cavolo... - sentii dire a Leah, ma il resto della frase
si perse appena Eli inizi a tempestarmi di panini usciti
da un sacchetto preso sul bancone della cucina. Abbassai
la testa - ancora coperta di fagioli - e attraversai di corsa il
patio munendomi nel frattempo di un sacchetto di patatine
al formaggio.
- Aspetta! - strill Adam. - Ci devo fare colazione per
tutta la settimana!
- Oh, rilassati - disse Maggie prendendo una manciata
di insalata di cavolo dal proprio piatto e tirandogliela addosso.
Quando Leah emise un lamento, ne lanci una manciata
anche a lei.
Leah rimase a bocca aperta. Abbass gli occhi sulla sua
maglietta, poi li rialz su Maggie. - Oh, mio Dio - grid,
afferrando una lattina di birra e agitandola forte prima di
strappare via la linguetta - ti conviene iniziare a correre.
Con uno strillo Maggie part a razzo gi per le scale, inseguita
da Leah, mentre la birra gi la innaffiava. Ormai
Adam e Wallace si stavano mitragliando a vicenda con la
frutta secca avanzata, mentre Esther, coprendosi la testa
con le braccia, si rannicchiava dietro Jake che dormiva con
uno spruzzo di insalata di cavolo sul viso. Tornai di corsa in
casa cercando al tempo stesso di schivare i pezzi di ghiacciolo
lanciati da Eli e di colpirlo con le patatine. Ero cos occupata
a difendermi e a portare avanti la mia offensiva che
non mi resi conto di essere stata intrappolata in cucina finch
non fu troppo tardi.
- Aspetta - esclamai mentre mi appoggiavo al frigorifero,
ansimando. Alzai le mani. - Tregua.
- Non ci sono tregue nelle battaglie di cibo - mi comunic
Eli, lanciandomi un altro pezzo di ghiaccio mezzo
sciolto. Mi colp alla spalla, facendo cadere alcuni fagioli.
- Allora come finiscono?
- Chi rimane senza munizioni per primo deve arrendersi
ufficialmente - rispose.
Mi guardai le mani, coperte di residui di fagioli e briciole
di patatine, ma in sostanza vuote. - Non sono brava
ad arrendermi.
- Non lo  nessuno - replic. - Ma a volte si perde lo
stesso. Non si pu fare altro che ammetterlo.
Tutti e due sporchi da far schifo, restammo l immobili
con i fagioli nei capelli e i vestiti impiastricciati. Non sembrava
certo un momento topico, eppure in qualche modo
lo era. Come se solo in mezzo a tutto quel caos sentissi che
era finalmente arrivato il momento di dirgli quello che avevo
sempre desiderato.
- Mi dispiace tantissimo per il tuo amico.
Eli annu lento. Senza staccarmi gli occhi di dosso n mostrare
segni di cedimento, rispose: - Grazie.
Da fuori, dove la battaglia imperversava, arrivavano ancora
urla. Ma nella luce intensa della cucina eravamo soli.
Non era certo la prima volta, ma all'improvviso c'era qualcosa
di diverso. Non tanto perch eravamo cambiati, quanto
perch potevamo farlo. E forse volevamo.
Con quel pensiero in testa, fissai Eli e lui ricambi il mio
sguardo. Immaginai di allungare la mano per scostargli i
capelli dal viso. Mi sembrava di sentire gi tutto: la sensazione
della sua pelle sotto i miei polpastrelli, delle sue ciocche
contro il mio palmo, delle sue mani intorno alla mia vita.
Come se stesse gi accadendo e poi, d'un tratto, la porta alle
mie spalle sbatt.
- Ehi - grid Adam, al che mi voltai e lo vidi di nuovo
con la macchina fotografica in mano e l'obiettivo puntato
su di noi. - Sorridete!
Forse non avrei mai visto quella foto, pensai mentre si
chiudeva l'otturatore. E comunque non avrebbe mai reso
quello che sentivo in quel momento. Se ne avessi mai ricevuto
una copia, per, avevo gi il posto perfetto dove metterla:
una cornice azzurra con due parole incise sotto. Momento
magico.

 CAPITOLO 10.

- Zampa d'elefante o taglio maschile?
Ci fu una pausa. Poi: - Secondo te quali stanno meglio?
- Una cosa non esclude l'altra. Dipende da che sedere
vuole che vedano gli altri.
Con un sospiro, misi il libretto di risparmio in cassaforte
e chiusi lo sportello con il piede. Altra giornata, altra occasione
per sentire Maggie predicare il vangelo del denim.
Ok, mi stava simpatica - per quanto la cosa fosse sorprendente
-ma facevo ancora fatica a digerire i suoi discorsi pi
femminili. Come quello.
- Visto? - le sentii dire un attimo dopo mentre la cliente
riemergeva dal camerino. - La zampa d'elefante cade
molto bene dalla coscia alla caviglia. Il risvolto in fondo attira
l'occhio, sviandolo da altre zone.
- Sono proprio le altre zone il mio problema - si lagn
la donna.
- A chi lo dice. - Maggie sospir. - Ma anche il taglio
maschile ha i suoi punti di forza. Le consiglio di provarlo,
cos pu fare il confronto.
La risposta della donna fu coperta da uno scampanellio
alla porta d'ingresso. Un istante dopo Esther entr in ufficio.
Faccia da funerale, canotta nera e pantaloni militari, si
lasci cadere sulla sedia dietro di me senza dire una parola.
- Ehi - dissi. - Stai...
All'improvviso Maggie comparve sulla porta con gli occhi
sgranati e il cellulare in mano. Guard prima lo schermo,
poi Esther. - Mi  appena arrivato il tuo messaggio!
Sul serio? Hildy ... morta?
Esther annu in silenzio.
- Non ci credo. - Maggie scosse la testa. - Era... s, insomma,
una di noi. Cio, dopo tutto questo tempo...
Aprii la bocca per dire qualcosa, fare le mie condoglianze.
Ma prima che ci riuscissi, Esther si decise a parlare.
- Gi - mormor con voce strozzata. - Era una brava
macchina.
Si sent sbattere la porta del camerino. - Macchina? -
chiesi.
Mi guardarono. - La migliore Jetta di tutti i tempi -
spieg Maggie. - Hildy  stata il nostro unico mezzo di
trasporto al liceo. Era un'amica.
- Una gran combattente - conferm Esther. - L'avevo
comprata per tremila dollari e gi centotrentamila chilometri
sul groppone, eppure non ci ha mai piantato in asso.
- Be', non direi - esclam Maggie. - Ti ricordi quella
volta sull'autostrada, mentre andavamo da Mondo Waffle?
Esther la fulmin. - Hai davvero intenzione di tirare
fuori quella storia? Proprio adesso? In questo momento?
- Scusa - disse Maggie. Di nuovo la porta del camerino
che sbatteva. - Oh, merda. Aspettate.
Scomparve in corridoio. Un attimo dopo, sentii la cliente
che diceva: - Non saprei. Ora mi sembra di avere le caviglie
enormi.
-  solo perch  abituata al modello scampanato - le assicur
Maggie. - Ma guardi come le stanno bene sulle cosce!
Accanto alla porta, Esther reclin la testa all'indietro,
guardando il soffitto. - E quindi ora vai a piedi? - chiesi.
- Non esiste - rispose. - Presto partir per l'universit
e non posso presentarmi senza una macchina. Ho dei
soldi da parte, ma non bastano.
- Potresti chiedere un prestito.
- E fare altri debiti? - Sospir. - Dovr gi pagare per
l'universit fino alla tomba.
- Sono indecisa - sentii dire alla cliente. - Nessun paio
mi convince sul serio.
- Certo, trovare i jeans perfetti richiede del tempo - rispose
Maggie. - Deve trovare quelli che le parlano al cuore.
Alzai gli occhi al cielo, poi ripresi la penna e tornai al mio
bilancio. Un istante dopo la cliente rientr nel camerino e
Maggie ricomparve in ufficio.
- Ok, consideriamo le possibili alternative - disse rivolta
a Esther, ancora intenta a fissare il soffitto. - Che ne
dici di un prestito?
- Dovr gi pagare per l'universit fino alla tomba - ripet
con voce piatta. - Mi toccher incassare i buoni di risparmio
che mi hanno regalato i miei nonni.
- Oh, Esther! Non mi sembra una buona idea.
Sapevo che non erano affari miei, ma mi dispiaceva per
Esther. Perci immaginai che fosse meglio intervenire per
chiarire la faccenda. - Non vuole fare altri debiti - spiegai
a Maggie, sperando di trovare in qualche modo un parallelo con il suo mondo del denim. - Se prende un prestito, si
ritrover ancora pi indebitata.
La porta del camerino si riapr sbattendo. - Questi non
saprei... - sentii dire alla cliente. -  normale che le mie
gambe sembrino delle salsicce?
- No - grid Maggie scuotendo la testa. - Provi l'altro
modello a zampa, quello con le tasche decorate, ok?
La porta si chiuse. Esther sospir. Rivolta a Maggie, continuai:
- Pi soldi prendi in prestito, pi soldi devi restituire.
 elementare.
- Giusto - convenne Maggie. - Ma un'auto  un bene
di consumo, non un patrimonio. Una macchina non rappresenta
un investimento perch, una volta comprata, inizia
automaticamente a deprezzarsi. Perci anche se l'idea
di usare i risparmi e incassare i buoni  allettante, probabilmente
la mossa migliore  approfittare del tasso di prestito
che puoi spuntare alla cooperativa di credito locale.
- Dici? - chiese Esther.
- Assolutamente s. Cio - continu - quanto sar il
tasso in questo momento? Il 5,99 per cento o gi di l? Tu
prendi il prestito e tieni i buoni in modo che conservino il
pieno valore di mercato.  un uso dei soldi pi proficuo.
La guardai sbalordita. Chi era quella ragazza?
- E questi? - grid la cliente.
Appena Maggie butt un occhio in corridoio, le si illumin
il viso. - Oh - esclam, battendo le mani. - Lei che
ne dice?
- Secondo me - rispose la donna - mi stanno parlando.
Maggie si mise a ridere e mentre tornava ai camerini, io
rimasi paralizzata cercando di elaborare quello a cui avevo
appena assistito. Non era semplice. Infatti, qualche ora
dopo, quando Maggie entr in ufficio prima della chiusura,
ci stavo ancora pensando.
- Quelle nozioni di finanza - le chiesi mentre faceva scivolare
sulla scrivania il cassetto con i soldi - come le sai?
Mi guard di sfuggita. - Oh, pi che altro grazie al BMX.
Mia madre non lo condivideva molto, come hobby, perci
mi sono dovuta finanziare da sola bici e attrezzature varie.
- Incredibile.
- Mah - sospir. - Purtroppo non  quello che pensa lei.
- No? - Scosse la testa. - E cosa pensa, allora?
- Non lo so - rispose. - Credo che sarebbe stata contenta
se avessi accettato di partecipare al ballo delle debuttanti
come voleva lei. Oppure se mi fossi data ai concorsi di
bellezza anzich alle acrobazie in bici con una banda di
ragazzi straccioni. Le dicevo sempre: perch non posso fare
tutte e due le cose? Chi ha detto che bisogna essere o carine
o intelligenti, o femminili o sportive? La vita non dovrebbe
essere fatta di aut aut. Possiamo fare di pi, o no?
Lei poteva di sicuro. Me ne rendevo conto solo in quel momento.
- Gi - concordai. - Mi sembra pi che sensato.
Sorrise, poi afferr le chiavi che erano sulla scrivania e se
le infil in tasca. - Mentre tu finisci, io vado a dare una sistemata
al reparto jeans. Trovare il modello giusto per quella
signora  stata una faticaccia. Ma ne  valsa davvero la
pena. Le facevano un sedere fantastico.
- Non ne dubito - dissi, dopo di che lei spar in corridoio
per andare a piegare i pantaloni. Per un attimo rimasi
seduta l, in quella stanza rosa e arancione, riflettendo su
come la pensasse mia madre e sulla questione dell'aut aut
in cui ero intrappolata da sempre. Magari aveva ragione
Maggie e nella vita di una ragazza c'era spazio per i tassi
di interesse e i jeans attillati, per le bici e i vestiti rosa. Non
per una cosa sola, ma per tutte.
* * *
Nelle due settimane successive entrai in una routine perfetta.
La mattina era dedicata al sonno, la sera al lavoro. La
notte a Eli.
Ormai non dovevo pi fingere di incontrarlo per caso. Era
sottinteso che appena finito in ufficio ci saremmo incontrati
al Gas/Gro, dove prima ci rifornivamo sia di carburante
(caff) che di roba da mangiare (difficile prevedere cosa
potesse servire) e poi programmavamo le attivit della serata.
Ovvero commissioni, degustazione di dolci in compagnia
di Clyde e proseguimento della mia epica ricerca, una
cosa dopo l'altra.
- Davvero?-esclamai una notte verso l'una mentre eravamo
fuori dal Tallyho, la discoteca preferita di Leah. All'ingresso
c'era un'insegna al neon che diceva hola margaritas!
e, seduto su uno sgabello accanto alla porta, un tipo
muscoloso con l'aria annoiata che controllava i messaggi
sul cellulare. - Secondo te  proprio necessario?
- Eccome - afferm Eli. - Andare in discoteca  un
rito di passaggio. E se il locale fa schifo, becchi pure dei
punti extra.
- Ma non ho la carta d'identit - gli spiegai mentre ci
avvicinavamo, incrociando una ragazza con un vestito rosso,
gli occhi gonfi e il passo incerto.
- Non ti serve.
- Sei sicuro?
Invece di rispondere, mi prese per mano e io sentii una
specie di scossa. Dalla notte della festa stavamo un po'
pi vicini, ma quello era il nostro primo vero contatto fisico.
Ero cos presa dal possibile significato di quel gesto
che mi ci volle un po' per rendermi conto di quanto fosse
naturale e piacevole stare mano nella mano con lui. Come
se non fosse affatto una novit, ma qualcosa che era successo
normalmente, in quegli ultimi giorni, tanto lo sentivo
familiare.
- Ehil - fece Eli andando incontro al buttafuori.
- Quant' l'ingresso?
- Documento.
Eli tir fuori il portafoglio e gli consegn la patente. Dopo
un'occhiata sia alla foto che a lui, il tipo gliela restitu.-E lei?
- Lo ha dimenticato - rispose Eli. - Ma niente paura,
garantisco io per lei.
Il tipo gli rivolse uno sguardo inespressivo. - Qui non
crediamo sulla parola, mi dispiace.
- Capisco - ribatt Eli. - Ma magari si pu fare un'eccezione.
Mi aspettavo che il tipo avesse una qualche reazione
ma, semmai, assunse un'aria ancora pi annoiata di prima.
- Niente documento, niente eccezioni.
- Non importa - dissi a Eli. - Davvero.
Lui sollev la mano, zittendomi. Poi riprese: - Senti, non
vogliamo bere. Non vogliamo nemmeno restare molto. Cinque
minuti al massimo.
Il buttafuori, che stava cominciando ad avere un'espressione
scocciata, chiese: - Cosa c' di tanto difficile da capire
in "niente documento, niente ingresso"?
- E se ti dicessi - insistette Eli mentre io ero in totale
imbarazzo perch avevo la mano completamente sudata -
che si tratta di una ricerca?
Il tipo lo squadr. Dalla porta usciva un tunz tunz di bassi.
- Che tipo di ricerca? - chiese alla fine.
Impossibile, pensai. Assolutamente impossibile.
- Non ha mai fatto niente - gli confid Eli, facendo un
cenno verso di me. - Zero feste al liceo, zero balli di fine
anno e zero serate di ex alunni. Zero vita sociale. - Il buttafuori
mi guard e io cercai di fare la faccia da contadinella.
- Perci stiamo solo cercando di recuperare le cose che
si  persa, una per volta. Questa  sull'elenco.
- Il Tallyho  sull'elenco?
- Nel senso di entrare in discoteca - rispose Eli. - Non
di bere in discoteca. E nemmeno di stare in discoteca. Solo
di entrare.
Il buttafuori mi guard di nuovo, poi concesse: - Cinque
minuti.
- Anche quattro - ribatt Eli.
Ero l impalata ad ascoltare il battito del mio cuore
quando il tipo mi agguant per il braccio, tirando fuori
un timbro di gomma dal taschino. Me lo premette sulla
mano e poi, con un cenno, chiese quella di Eli per fare lo
stesso. - State alla larga dal bar - ci intim. - E avete
cinque minuti.
- Splendido - esclam Eli e mi tir rapido dentro al locale.
- Aspetta - esclamai mentre imboccavamo un corridoio
stretto e buio che portava a una sala piena di luci lampeggianti
- come hai fatto?
- Te l'ho detto - rispose girando appena la testa. Doveva
urlare dato che la musica stava diventando pi forte.
- Nessuno pu dire di no a una ricerca.
Non sapevo cosa rispondere. Ma tanto non avrei potuto
perch ora eravamo nella discoteca vera e propria, cos rumorosa
da impedirmi di sentire qualsiasi cosa, persino la
mia voce. Era un solo locale quadrato, con piccoli priv su
tre lati e un bar sull'altro. Al centro, la pista era stracolma di
gente: ragazze con magliette aderenti che stringevano bottiglie
di birra e ragazzi abbronzatissimi, bardati da surfisti,
che si strusciavano goffamente accanto a loro.
-  pazzesco - strillai a Eli, che mi teneva ancora per
mano. Lui non sent o semplicemente non rispose e mi trascin
lungo il bordo della pista.
Non era facile farsi strada evitando piedi e borse mentre
il pavimento vibrava a tempo di musica. L'aria era pesante
e umida, densa di odori e di fumo, e infatti nonostante fossimo
l da pochi secondi, avevo gi iniziato a sudare. Sembrava
di stare in una casa degli orrori con in pi una generosa
dose di gel.
- Ultimo pezzo! - grid una voce dall'alto filtrando attraverso
la musica martellante. - Agguantate chi capita e
buttatevi in pista,  gi domani!
La canzone, troncata a met, lasci il posto a un lento dal
ritmo pi dolce e sensuale. Da un punto imprecisato part
un coro di fischi e in quella zona la folla si rimescol: alcuni
abbandonarono la pista e altri si unirono due a due,
subito raggiunti da nuove coppie. Ero cos presa da quella
scena che, quando Eli fece una brusca curva a sinistra,
tirandomi in mezzo alla folla, per poco non persi l'equilibrio
e rischiai di cadere.
-Aspetta - esclamai mentre oltrepassavamo prima una
coppia impegnata a palpeggiarsi, poi un ragazzo e una ragazza
che si strusciavano alla grande. Lei aveva ancora la
birra in mano e la bottiglia le penzolava tra due dita. - Non
so se...
Eli inchiod. Appena mi fermai a pochi centimetri da lui,
la mia mano ancora stretta nella sua, mi accorsi che ci trovavamo
al centro della pista con un grappolo di luci roteanti
sopra la testa. Guardai in alto, poi intorno a noi e infine riportai
gli occhi su di lui.
-Avanti - disse. Poi fece un passo verso di me lasciandomi
la mano e mi cinse la vita. - Abbiamo ancora due
minuti buoni.
Gli sorrisi mio malgrado e sentii i piedi che si muovevano
in avanti, pi vicino ai suoi. Mi venne naturale mettergli
le braccia intorno al collo e le mie dita si intrecciarono in
modo automatico. E, in un attimo, stavamo ballando.
-  allucinante - dissi guardandomi intorno. - ...
- Da provare una volta - fin al posto mio. - Ma solo
una.
Sorrisi e poi, nel bel mezzo del Tallyho, nel bel mezzo
della notte, nel bel mezzo di tutto, Eli mi baci. Non fu affatto
come me l'ero immaginato, eppure fu assolutamente
perfetto.
Quando si ritrasse, pochi istanti dopo, la canzone stava
gi sfumando. Ma tutti continuarono a ballare, continuarono
a stringersi fino all'ultima nota. Appoggiai la testa sul petto
di Eli lasciando che quel momento durasse, pur sapendo
che le parole del DJ erano vere. Era gi domani. Ma io avevo
la sensazione che sarebbe stata una gran bella giornata.
* * *
Quando aprii gli occhi a mezzogiorno, la casa era silenziosa.
Niente onde, niente pianti. Niente di niente, tranne...
- Stai scherzando? Certo che vengo. Non me lo perderei
per niente al mondo!
Battei le palpebre, rotolandomi sull'altro fianco, poi scesi
dal letto e mi trascinai fino in bagno, dove mi svegliai a poco
a poco mentre mi lavavo i denti. La voce di mio padre, in
quel momento pi forte, continuava a risuonare in corridoio.
- No, no, ci sono un paio di voli al giorno... - Si sent
un ticchettio di dita sulla tastiera del computer. - Certo.
Non poteva capitare in un periodo migliore. Porter con me
le bozze. S. Ottimo! Ci vediamo l, allora.
Dieci minuti dopo, quando scesi per il caff, trovai mio
padre che andava avanti e indietro in cucina. Heidi era seduta
al tavolo con l'aria esausta e Isby in braccio.
- ...  una grande opportunit per tornare nel giro - stava
dicendo mio padre. - Ci sono un sacco di persone del settore,
proprio quelle con cui devo stringere contatti.  perfetto.
- Stasera? - chiese Heidi. - Non  un preavviso troppo
breve?
- Che importa? Devo solo prenotare il volo, andare l
per una notte e poi tornare.
Mentre prendevo una tazza dal pensile, osservai Heidi che
elaborava quell'informazione. Le ci volle un po', ma d'altronde
era sempre cos nelle mattine in cui Isby si svegliava
e non la smetteva pi di piangere, cosa che aveva fatto anche
per buona parte della notte precedente. La mancanza
di sonno annebbiava tutte le facolt di Heidi, ma soprattutto
quelle cognitive.
- Quando? - chiese alla fine.
- Quando cosa?
Tra le sue braccia, Isby lanci un gridolino di protesta, al
che lei se la appoggi con una smorfia sulla spalla. - Quando
torneresti?
- Domani, non so bene a che ora. Magari in mattinata -
rispose mio padre. Era talmente su di giri che non riusciva a
stare fermo. - Gi che sono l, per, potrei anche provare a
fissare qualche appuntamento. Almeno a pranzo.
Heidi deglut, poi abbass gli occhi su Isby, che stava tirando
su con il naso contro la sua spalla. -  solo che... -
cominci per poi interrompersi. - Non sono sicura che sia
un buon momento.
- Come? - chiese mio padre. - Perch?
Bevvi un sorso di caff, sforzandomi di restare fuori da
quella storia.
- Be' - rispose Heidi dopo un attimo - la bambina fa
un sacco di capricci ultimamente.  da tanto che non dormo
come si deve... Non so se riesco a...
Mio padre si blocc. - Vuoi che rimanga qui.
Non era una domanda. - Forse potresti aspettare un altro
paio di settimane, Robert. Finch non ci siamo stabilizzati
un po' - rispose Heidi.
- La festa  stasera - scand lui. -  questo il punto.
- Lo so. Ma secondo me...
- Va bene.
Afferrai il bricco, riempiendomi di nuovo la tazza anche
se avevo bevuto a malapena due sorsi.
- Robert...
- No. Ora chiamo Peter e gli dico che no, mi dispiace, non
ce le faccio. Di sicuro tra qualche settimana ci sar un'altra
cena di beneficenza dell'Associazione degli Scrittori.
Non volevo entrarci. Soprattutto non quel giorno, che era
cominciato cos bene sulla pista del Tallyho insieme a Eli.
Perci ce la misi tutta per non guardare n Heidi n mio padre
mentre sgattaiolavo fuori dalla cucina e tornavo al piano
di sopra, in camera mia, dove spalancai la finestra e mi sedetti
sul davanzale lasciando che il suono dell'oceano coprisse
l'eventuale seguito della discussione.
Eppure non mi stupii quando, un paio di ore dopo, scesi
e vidi un piccolo trolley accanto alla porta. Mio padre aveva
solo finto di essere disposto a un compromesso. Alla fine
era arrivato di nuovo dove voleva lui.
Quando uscii per andare al lavoro, aveva gi tagliato la
corda e Heidi era nella stanza rosa a cullare Isby, seduta
sulla sedia a dondolo. Mi fermai fuori dalla porta pensando
che probabilmente avrei dovuto controllare come stesse,
ma poi mi bloccai. In fondo non mi aveva chiesto aiuto.
E io ero stanca di offrirglielo di continuo.
Da Clementine's mi diedi da fare in ufficio, cercando di
concentrarmi su Eli e sulla notte in arrivo. Fuori, nell'area
clienti, Maggie era alle prese con un afflusso costante di gente
venuta per il concerto all'aperto che si stava svolgendo
nel padiglione lungo la passeggiata. Verso le nove e mezzo
fece capolino dalla porta dell'ufficio.
- Sai niente di un'ordinazione speciale di Barefoot?
Alzai gli occhi con la testa ancora traboccante di numeri.
- Di cosa?
- Infradito Barefoot - ripet. - C' un tipo che sostiene
di averne ordinato a Heidi una ventina di paia, secoli fa. Non
riesco a trovarne traccia da nessuna parte.
Feci no con la testa. - L'hai chiamata?
- Mi dispiace disturbarla. Magari la bambina sta dormendo.
-  improbabile - dissi. Poi, dopo avere fatto il numero,
le passai il cellulare.
Con il telefono incastrato tra orecchio e spalla, butt
un occhio verso l'area clienti mentre io tornavo al libro
paga. - Heidi? Ciao, sono Maggie. Senti, ho appena...
tutto ok?
Avvicinai la calcolatrice, cancellando le cifre sullo schermo.
Da fuori arrivavano i gridolini di alcune ragazze che si
contendevano la merce in saldo.
- No,  solo che mi sembrava... - Maggie si interruppe.
- Come? Gi, ci credo. Piange alla grande, eh? Senti,
scusa tanto se ti ho disturbato, ma c' una seccatura con un
ordine speciale...
Eli, pensai mentre digitavo un numero. Stasera. Schiaccia
il segno pi. Non  un problema mio, subtotale, totale.
Ci mise il tempo di tre diverse operazioni, ma alla fine
Maggie riagganci.
- Dice che sono in magazzino, in uno degli scatoloni di
jeans - mi rifer restituendomi il telefono. - Almeno credo.
Era difficile capire con tutti quei singhiozzi.
- Gi - concordai, cancellando tutto di nuovo. - Isby
pu davvero farti diventare sorda, quando piange.
- Non mi riferivo a lei - rispose - ma a Heidi. Sembra
a pezzi. Sta bene?
Mi voltai a guardarla. - Heidi stava piangendo?
- Fingeva il contrario. Ma si capiva. - Ci fu un nuovo
scampanellio alla porta. - Merda. Devo tornare l. Mi potresti
cercare quello scatolone?
Annuii. Dopo un attimo di incertezza, lasciai la sedia e
mi avviai in magazzino, dove trovai le infradito nel punto
esatto che aveva indicato Heidi. Tirato su lo scatolone, lo
portai in negozio e, mentre lo facevo scivolare sul bancone,
colsi l'occhiata riconoscente di Maggie. Poi varcai l'uscita e
mi diressi verso casa.
* * *
Mi sarei sentita meglio se, varcando la porta d'ingresso,
avessi udito i lamenti familiari di Isby, e invece no. Silenzio
totale. Percorsi il corridoio fino alla cucina, dove era accesa
solo una luce sul lavello. Il soggiorno era buio, cos buio
che l per l non vidi nemmeno Heidi.
Era seduta sul divano con Isby in braccio, e piangeva.
Era un pianto senza respiri affannosi n grida, silenzioso
e costante, diverso da quello a cui ero abituata, che mi
fece correre un brivido lungo la schiena. Era un momento
cos delicato e personale che fui tentata di fare dietrofront
e lasciare che si sfogasse in pace. Ma sapevo che non
era possibile.
- Heidi? - chiamai. Lei non rispose. Mi avvicinai, accovacciandomi
al suo fianco. Quando le sfiorai una gamba,
lei singhiozz pi forte e mi bagn la mano di lacrime.
Guardai Isby, sveglia e intenta a fissarla. - Dammi
la bambina.
Scosse la testa. Continuava a piangere, le tremavano le
spalle.
- Heidi. Per favore. - Nessuna risposta. Mi stava spaventando,
perci mi allungai e afferrai Isby. Heidi si rannicchi
subito su se stessa, tirandosi le ginocchia al petto, la
faccia rivolta allo schienale.
Guardai prima lei, poi Isby. Non avevo idea di cosa fare.
E anche se sapevo che probabilmente avrei dovuto chiamare
mio padre, o magari mia madre, andai in cucina e composi
l'unico numero che avrebbe potuto mettermi in contatto
con qualcuno in grado di aiutarmi.
- Gas/Gro, sono Wanda.
Nella mia testa si accese l'immagine della cassiera che era
sempre l a quell'ora di notte, con gli orecchini a goccia e i
capelli biondi. Mi schiarii la gola.
- Salve, Wanda. - Cullai Isby, che stava facendo delle
piccole pernacchie. - Ehm... sono Auden, spesso verso
quest'ora passo di l a prendere il caff. Sto cercando Eli
Stock.  un'emergenza, cio, non proprio, ma lui ha vent'anni
circa, capelli scuri, guida un furgone nero...
- Pronto?
Alla voce di Eli, una piccola parte di me si sent sollevata.
- Ciao. Sono io. - Mi interruppi e chiarii: - Auden.
- Lo sospettavo - rispose. - Non so chi altro avrebbe
potuto chiamarmi qui al Gas/Gro.
- Gi - feci, lanciando un'occhiata a Heidi che in quel
momento, raggomitolata sul divano nel buio del soggiorno,
era quasi impossibile da distinguere.-Scusa.  solo che mi
trovo in una situazione critica e non so cosa fare.
- Una situazione critica - ripet. - Che succede?
Andai nell'ingresso, appoggiandomi Isby sulla spalla, e
gli raccontai tutto. Sottovoce, in lontananza, Heidi stava ancora
singhiozzando.
- Non ti muovere - disse lui alla fine. - So esattamente
cosa fare.
* * *
Venti minuti dopo, bussarono alla porta. Andai ad aprire:
era Eli con quattro bicchieroni di GroRoast e una confezione
di tortine. - Caff? - chiesi. -  questa la tua soluzione?
- No - rispose. - Questa.
Facendosi da parte, rivel una donna minuta, di mezza
et, con i capelli neri tagliati corti, la pelle olivastra e gli occhi
verdi. Aveva un'aria familiare e portava un cardigan comodo,
un paio di pantaloni sportivi e delle scarpe da tennis
bianche immacolate, pi una borsa a tracolla.
- Mamma, lei  Auden. Auden, ti presento mia madre.
Karen Stock.
- Salve - salutai. - Grazie per essere venuti.  solo
che... non so cosa fare.
Lei mi sorrise, poi si allung a guardare Isby che stava cominciando
a lamentarsi. - Quanto ha la piccola?
- Sei settimane.
- E sua madre dov'?
- In soggiorno - risposi, allontanandomi dalla porta.
- Piange e basta, si rifiuta addirittura di parlare.
La signora Stock entr in casa. Poi si gir verso Eli e ordin:
- Porta la bambina di sopra e fasciala. Io arrivo tra poco.
Lui annu e mi guard. - Devo... - farfugliai. - Cio...
- Andr tutto bene - mi rassicur la signora Stock.
- Fidati di me.
E la cosa strana era che mi fidavo sul serio. Anche mentre
me ne stavo l impalata a guardare quella sconosciuta che
mi passava davanti, diretta in soggiorno. Appoggi la borsa
sul tavolo di cucina e prosegu verso Heidi, sedendosi al
suo fianco. Inizi a parlare, ma di quel discorso non riuscii
a cogliere neanche una parola. Heidi, per, la ascoltava. Lo
capii dal modo in cui, dopo un istante, lasci che la signora
Stock la prendesse tra le braccia e le accarezzasse la schiena.
Finalmente toccava a lei, farsi coccolare.
* * *
Giusto il tempo di arrivare alla stanza rosa e gi Isby era
agitata e pronta a uno dei suoi attacchi. Eli entr, accese la
luce e chiese: - Hai una coperta?
- Una coperta? - Lui annu. -Nell'armadio. Terzo cassetto,
mi pare.
Cullando leggermente Isby, lo osservai andare verso l'armadio,
frugare un attimo e infine tirare fuori una coperta
rosa a pois marroni. Dopo averle dato una rapida occhiata,
chiuse il cassetto. - Ci serve un letto - disse. - Qualcosa
di piatto. Dov' la tua camera?
- La stanza accanto - risposi. - Ma non...
Ci stava gi andando, cos potei solo seguirlo. Prima stese
la coperta di traverso sul letto, poi pieg l'angolo superiore.
- Ok - fece, tendendo le braccia. - Dalla a me.
Gli lanciai un'occhiata dubbiosa. - Cosa stai facendo?
- Non hai sentito mia madre? - chiese. - Devi fidarti
di me.
- Mi ha detto di fidarmi di lei - gli feci notare.
- E di me non ti fidi?
Guardai in rapida successione lui, la coperta e Isby, impegnata
a strillare come un'aquila, poi in un lampo mi pass
davanti il momento in cui mi aveva portato al centro della
pista, al Tallyho, neanche ventiquattr'ore prima. E gli consegnai
la piccola.
Isby piangeva disperata, diventando sempre pi rossa in
faccia, e lui la appoggi con cura sulla coperta con la testolina
sull'orlo. Poi, mentre lei si dimenava, le sistem il braccio
sinistro accanto al fianco, sollev la punta inferiore della
coperta, la fece passare sopra di lei e le infil l'angolino
sotto la spalla. Isby gridava sempre pi forte a ogni mossa.
- Eli-osservai, alzando la voce per farmi sentire.-Stai
peggiorando le cose.
Lui mi ignor e si concentr sull'altra punta, che le pass
intorno alla vita stringendo ben bene. Ormai Isby stava
strillando a pieni polmoni.
- Eli - urlai mentre lui tirava l'ultimo lato e iniziava a
infilarlo in una delle altre pieghe - smettila. Non...
E poi, di colpo, cal il silenzio. Fu un cambiamento cos
netto e repentino che per un attimo pensai con terrore che
Isby fosse morta. Ma quando la guardai, vidi che se ne stava
sdraiata tranquilla a battere gli occhietti avvolta come
un minuscolo burrito.
- ... non piange pi - conclusi. Eli si chin a prenderla
e me la riconsegn. - Come hai fatto?
- Non  merito mio - rispose mentre io mi sedevo con
cautela sul letto. Isby apr la bocca, ma si limit a sbadigliare,
poi si appoggi a me. -  merito della fasciatura. 
una specie di magia. Parola di Karen Stock.
-  sorprendente - commentai. - E lei come lo sa?
- Faceva l'infermiera al reparto maternit - rispose. - 
andata in pensione l'anno scorso. In pi mio fratello e mia
sorella hanno in totale quattro figli. Aggiungici tutti noi ed
 evidente che si  allenata parecchio.
Bussarono alla porta, poi la signora Stock fece capolino.
- Heidi deve riposare un po' - disse. - Andiamo di sotto.
Io ed Eli la seguimmo in corridoio passando davanti alla
camera di Heidi, da cui filtrava uno spiraglio di luce. Scomparve
non appena iniziammo a scendere le scale.
In cucina la signora Stock and al lavello per sciacquarsi
le mani, poi se le asciug con uno strappo di carta assorbente.
- Ok - disse girandosi verso di me con un sorriso.
- Dammi la bambina.
Ubbidii e lei, dopo averla presa in braccio, si sedette lentamente
e le sfior la fronte con le dita. - Ottima fasciatura
- comment.
- Eli  un professionista - dissi.
-  solo questione di allenamento-ribatt lui, poi ci incantammo
entrambi a guardare sua madre che cullava pian
piano Isby, dandole dei colpetti sulla schiena.
- Grazie per essere venuti - dissi alla fine. -  un po'
che Heidi  sotto pressione. Ma quando sono arrivata a casa
e l'ho trovata in quello stato... non sapevo cosa fare.
-  una neomamma - rispose la signora Stock senza
staccare gli occhi da Isby. -  esausta.
- Mio padre ha cercato di convincerla a farsi aiutare. Ma
lei non vuole.
La signora Stock sistem leggermente la coperta.-Quando
ho avuto Steven, il mio primo figlio, mia madre  venuta
a stare da me per un mese. Non ce l'avrei mai fatta senza
di lei.
- La mamma di Heidi  morta un paio di anni fa.
- Me l'ha accennato - disse, al che mi torn in mente
la faccia stremata di Heidi nell'attimo in cui, al buio, si era
raggomitolata contro la signora Stock. Chiss cos'altro le
aveva raccontato. - La verit  che fare la mamma  il
mestiere pi duro del mondo. Ma si riprender. Ha solo bisogno
di un po' di riposo.
Mentre riflettevamo su quelle parole, Isby chiuse gli occhi.
La signora Stock guard Eli. - Sarebbe il caso che andassi
a letto anche tu - disse. - Non lavori di mattina?
- S - rispose lui. - Ma...
- Allora vai a casa - continu lei. - Lasciami le chiavi
del furgone. Puoi passare a riprenderlo domani.
- Ma cos resto a piedi!
Lei lo guard con aria impassibile. - Eli Joseph. Sono
solo quattro isolati. Sopravviverai.
Eli brontol, ma stava gi sorridendo quando appoggi
le chiavi sul tavolo. - Grazie, mamma - disse. Lei gli porse
la guancia e lui la baci, poi si avvi alla porta. Lo seguii
sulla veranda.
- Quindi... - cominciai, buttando un occhio verso la cucina
dove la signora Stock stava ancora cullando Isby - direi
che stasera si va letto presto.
- Direi anch'io - rispose. - Mia madre non sa proprio
tutto delle mie abitudini notturne.
- Non approverebbe?
Scosse la testa. - No. Per lei, dopo mezzanotte non pu
capitare niente di buono.
Lo guardai e sorrisi. - Devo ammettere che tua madre
 straordinaria. Ma su questo punto non sono d'accordo.
- S,  straordinaria - conferm. - Ma su questo non
sono d'accordo nemmeno io. - Poi si chin a baciarmi e
io gli feci scivolare le braccia intorno al collo, tirandolo pi
vicino. Se fosse dipeso da me, sarei rimasta l tutta la notte,
ma dopo un attimo lui si ritrasse lanciando un'occhiata
verso la cucina. -  meglio se vado.
Annuii. - Ci vediamo domani.
Sorrise, poi scese dalla veranda e imbocc il vialetto d'ingresso.
Gli feci ciao un'ultima volta, poi rimasi a osservarlo
finch non scomparve nel buio oltre il cono di luce del lampione.
Pi tardi, nella mia stanza al primo piano, mi affacciai
alla finestra e guardai nella direzione in cui se ne era andato.
La strada si stendeva lunga e uniforme, punteggiata di
luci che a poco a poco cominciavano a spegnersi. Ne scelsi
una che mi sembrava a quattro isolati di distanza. Poi restai
a fissarla, come se fosse una stella luminosa, fino al mattino.

 CAPITOLO 11.

Era passata una settimana e quel pomeriggio, verso le cinque,
era previsto l'arrivo di mio fratello. Alle quattro e mezzo
mi squill il cellulare.
- Ti chiamo solo per avvertirti - esord mia madre.
Non ci parlavamo dal giorno della sua disastrosa visita
a Colby, un episodio che sembrava ormai dimenticato, visto
che aveva deciso di parlarmi. Ci nonostante, decisi di
essere cauta: - Avvertirmi riguardo a cosa?
Fece una pausa per bere un sorso di qualcosa, probabilmente
il suo primo bicchiere di vino. Poi rispose: - La nostra
Laura.
Quel "nostra" la diceva lunga, ma raccolsi la provocazione.
- Perch? Non ti piace?
- Auden - rispose. Mi sembrava quasi di sentirla rabbrividire.
-  orribile. Orribile. Non so cosa si sia fumato
tuo fratello quando era via, ma gli si  chiaramente fulminato
il cervello. Quella ragazza ... ...
Era rarissimo che mia madre rimanesse senza parole. Stavo
iniziando a preoccuparmi.
- ... una scienziata - fin. - Uno di quei soggetti freddi
e metodici che per la testa hanno solo ipotesi e gruppi di
controllo. E ha la faccia tosta di presumere che quella roba
interessi anche al resto del mondo. Mai visto niente del
genere. Ieri sera ci ha ammorbati per tutta la cena con i suoi
discorsi sulle cellule mieliniche.
- Su cosa?
- Appunto - sospir. - Quella ragazza non ha n
cuore, n anima. Ha solo qualche anno in pi di tuo fratello,
ma si comporta come una maestrina puritana. Sono sicura
che assorbir tutte le qualit di Hollis e lo lascer a secco.
 spaventoso.
Lanciai un'occhiata fuori dalla porta, lungo il corridoio, e
vidi Heidi che spazzava l'ufficio di mio padre, trasformato
per l'occasione in una seconda stanza per gli ospiti. Thisbe
la guardava, momentaneamente piazzata nella sdraietta.
Da quella nottataccia le cose erano un po' migliorate. Alla
fine la signora Stock era rimasta a prendersi cura di Isby e
se ne era andata solo in tarda mattinata, poco prima che io
scendessi. Avevo trovato Heidi in cucina con la bambina fasciata
in braccio e un'aria molto riposata, almeno rispetto
alle ultime settimane.
- Quella donna - aveva detto a mo' di buongiorno
- fa miracoli.
- Davvero?
Aveva annuito. - Stamattina  stata con me tre ore e so
gi il doppio di quello che sapevo ieri. Ti rendi conto che
quella fasciatura fa sentire i neonati pi sicuri e cos si agitano
di meno?
- No - avevo risposto. - Ma a quanto pare funziona.
- E poi mi ha aiutato a rialzare il materasso della bambina,
cos le si former meno gas nella pancia, e mi ha consigliato
di comprare un dondolo per addormentarla meglio.
E poi sapeva esattamente come fare per alleviare il dolore
ai capezzoli!
Avevo fatto una smorfia. - Heidi! Per piacere.
- Scusa, scusa. - Aveva sottolineato le sue parole con un
gesto della mano, - Per, sul serio, grazie mille per averla
portata qui. Si  persino offerta di passare di nuovo, se mi servisse
aiuto. Per non saprei. Ieri notte  stato tutto cos strano.
Non so cosa sia successo. So solo che ero stanchissima...
- Figurati - avevo detto, sperando come sempre di
evitare sentimentalismi. - L'importante  che stai meglio.
- Certo che sto meglio - aveva confermato, riabbassando
lo sguardo su Isby. - Eccome.
Da quel giorno mi sembr che il suo umore fosse migliorato
e Isby cominci a dormire un po' di pi, il che era positivo
per tutti. La signora Stock, comunque, torn a trovarla
qualche altra volta, anche se io non riuscii mai a incontrarla.
Ma sapevo sempre quando era passata: Heidi sembrava
pi felice.
Non potevo dire lo stesso di mia madre, che non la smetteva
pi di parlare di Laura e di come stesse risucchiando la
gioia di vivere di mio fratello, una cellula mielinica alla volta.
- Non lo so - le dissi in quel momento. - A me sembra
che gli piaccia sul serio.
- A tuo fratello piacciono tutte!  sempre stato il suo problema.
- Altro sospiro sconsolato. - Quando la conoscerai,
capirai, Auden. ...
Lanciai un'occhiata fuori dalla finestra alle mie spalle,
giusto in tempo per scorgere l'Honda grigio metallizzato
che imboccava il vialetto. -  qui - finii al posto suo.
- Ora devo andare.
- Che Dio ti aiuti - mormor. - Chiamami dopo.
Glielo promisi, poi chiusi il cellulare. Quando uscii in
corridoio, mio padre stava gridando a Heidi che Hollis era
arrivato.
- Sei pronta a conoscere tuo fratello? - chiese Heidi a
Thisbe mentre si chinava per slacciarla dalla sdraietta. Raggiungemmo
insieme le scale nell'istante preciso in cui mio
padre apr la porta d'ingresso.
Hollis stava scendendo dalla macchina e, nonostante fossero
passati pi di due anni dalla sua partenza, era quasi
uguale. Un po' pi magro, con i capelli un po' pi arruffati.
Appena Laura sbuc dal lato passeggero, ebbi la netta
sensazione di averla gi vista, anche se cos su due piedi
non riuscivo a capire dove. Poi sentii Heidi boccheggiare.
- Oh, mio Dio - esclam. - Laura  identica a tua madre!
Aveva ragione. Stessi lunghi capelli scuri, stessi vestiti
funerei, stessa pelle pallidissima. Laura era un po' pi bassa
e formosa, ma la somiglianza era impressionante. Pi si
avvicinavano, pi la cosa mi terrorizzava.
- Eccolo l! - esclam mio padre tirando Hollis a s in
un abbraccio proprio mentre lui varcava la soglia. - L'uomo
di mondo  tornato!
- Ma guardate, il paparino orgoglioso! Dov' la piccola?
- chiese Hollis con un sorrisone.
- Eccola qui - rispose Heidi, scendendo le scale. Mi
sforzai di seguirla nonostante Laura fosse gi sulla porta,
gli occhiali da sole appena sfilati dal viso. Anche lei aveva
gli occhi scuri. - Questa  Thisbe.
Hollis tese immediatamente le braccia per prendere la
bambina e poi la sollev in alto. Lei lo guard come se non
avesse ancora deciso se mettersi a piangere oppure no.
- Accipicchia
- scherz mio fratello. - Tu combinerai disastri.
Lo vedo gi!
Mentre mio padre e Heidi ridevano, io continuai a fissare
Laura che, ancora in disparte con gli occhiali in mano, osservava
la scena con un'espressione un tantino cinica. Per
un attimo contempl Hollis che faceva smorfie alla bambina,
poi piano - ma in modo eloquente - si schiar la gola.
- Oh, tesoro, scusa! - Hollis pass Thisbe a mio padre,
poi cinse con un braccio le spalle di Laura per presentarla a
tutti. - Lei  la mia fidanzata, Laura.
- Fidanzata? - ripet mio padre. - Non me ne avevi
parlato al telefono. Quando lo avete...
Laura sorrise senza mostrare i denti. - Non l'abbiamo
deciso - specific. - Hollis  solo...
- Sicuro di s-fin per lei mio fratello.-E pronto. Anche
se lei non lo  ancora.
- Continuo a ripetere a Hollis che il matrimonio  una
cosa seria - replic Laura. La sua voce era calma e nitida,
come se fosse abituata a trovarsi al centro dell'attenzione.
- Non  come prendere il primo treno che passa.
Io, mio padre e Heidi restammo in silenzio, senza sapere
come reagire, ma Hollis rise. - Ecco a voi la mia ragazza!
Finir per imbrigliare la mia impulsivit.
- Oh, no, per favore - esclam mio padre rivolto a
Laura mentre dava al figlio un'altra pacca sulla spalla. - A
noi piace cos.
- L'impulsivit pu essere attraente - convenne lei.
- Ma anche la ponderatezza ha il suo fascino.
Mio padre rest di stucco. - Per la verit-disse in tono
un po' pi brusco di prima - io...
- Sarete esausti per il viaggio! - esclam Heidi, allungandosi
a riprendere Thisbe. - Andiamo a bere qualcosa
di fresco. Abbiamo limonata, birra, vino...
E si volt diretta in cucina. Hollis e mio padre la seguirono
all'istante, lasciandomi sola con Laura. La osservai mentre
studiava gli occhiali, poi prendeva un angolino della camicetta
nera e vi strofinava con calma una macchia sulla lente,
prima di richiuderli. Solo allora alz gli occhi su di me,
quasi fosse stupita di vedermi ancora l.
-  un vero piacere conoscerti - dissi in mancanza di
meglio. - Hollis sembra cos... raggiante.
Lei annu. - S,  fatto cos - rispose, ma dal suo tono
non si capiva se lo considerasse un bene o un male.
- Tesoro! - grid mio fratello. - Vieni qui! Devi vedere
il panorama!
Laura mi fece un altro sorriso tirato, poi and in soggiorno.
Aspettai un paio di secondi e la seguii, fermandomi in
cucina dove mio padre e Heidi confabulavano accanto al lavello,
versando la limonata nei bicchieri.
- ...  la prima volta che ci vede - stava dicendo Heidi.
- Probabilmente  solo nervosa.
- Nervosa? Secondo te quello  nervosismo? - ribatt mio padre.
Heidi rispose qualcosa che non riuscii a sentire, perch
avevo riportato l'attenzione su mio fratello e Laura. Erano
in piedi davanti alla portafinestra aperta, di fronte all'ampia
distesa azzurro limpido dell'oceano. Hollis, con il braccio
sulle spalle di lei, gesticolava con la mano libera e faceva
commenti sull'orizzonte, ma anche visti di spalle si capiva
che Laura non era molto colpita. C'era qualcosa nella sua
postura, nel modo in cui teneva la testa leggermente piegata
da una parte... Certo, non la conoscevo. Eppure il suo atteggiamento
non mi era nuovo.
* * *
- Quindi non ti piace.
Guardai Eli. - Non ho detto questo.
- Non ce n'era bisogno.
Tir gi dallo scaffale una confezione di latte e la infil
nel carrello. Era l'una e mezza di notte e stavamo facendo
un po' di spesa al centro commerciale. Dato che era luned,
eravamo praticamente soli e la calma di quel posto era
proprio ci di cui avevo bisogno, considerato che prima mi
ero sorbita una cena in famiglia di due ore, poi degenerata
in una lite tra mio padre e Laura riguardo alla pena di morte.
In precedenza, nel corso dell'aperitivo, c'era stata un'accesa
discussione sui finanziamenti alle universit (facolt
umanistiche contro facolt scientifiche), seguita durante il
pranzo da un prolungato dibattito sulla politica ambientale.
Mi era sembrato di assistere a un adattamento degli ultimi
due anni di matrimonio dei miei, ma con una nuova
attrice a recitare il ruolo di mia madre.
- Il punto  - spiegai a Eli, spingendo il carrello per
andare dal reparto alimentari a quello di articoli sportivi
- che  davvero diversa da tutte le altre ragazze con cui 
uscito Hollis.
- E come erano le altre?
Mi scoppi in testa una confusione di facce simpatiche e
bellissime. - Carine - risposi dopo un po'. - Dolci. Pi
come Hollis.
Eli si ferm a dare un'occhiata a un fomelletto da campeggio,
poi prosegu. - Per con le altre non aveva mai pensato
di sposarsi. Giusto?
Ci riflettei su mentre superavamo una serie di guantoni
da baseball. - Al massimo per qualche minuto.
- Invece dice che questa ragazza  la donna della sua
vita. - Ci stavamo avvicinando al reparto biciclette, allineate
in ordine di grandezza, da quelle per bambini a quelle
per adulti. Ne tir via dalla rastrelliera una di misura
media e la fece rimbalzare sulla ruota anteriore. - Secondo
me, non importa cosa pensiate tu, tua madre o tuo padre.
Non sempre le relazioni hanno senso. Soprattutto viste
da fuori.
- Ma si tratta di Hollis - gli feci notare. - Non  mai
stato serio riguardo a niente.
Eli mont in sella e, in piedi sui pedali, avanz lentamente.
- Be' - ribatt - magari ha solo trovato la persona
giusta. La gente cambia.
Mentre lo guardavo girare intorno a me e al carrello, pensai
a mia madre che pronunciava quelle stesse parole con altrettanta
sicurezza, ma in versione negativa. - Sai - osservai
alla fine - sono tutti convinti che tu non vada pi in bici.
- Infatti  cos.
Alzai gli occhi al cielo. - Allora come mai lo stai facendo
proprio adesso, davanti a me?
- Boh - rispose. - Secondo te?
La verit era che non lo sapevo. Ma volevo continuare a
credere che la gente potesse cambiare e di certo era pi semplice
se era gi protagonista di un cambiamento. E mi sentivo
proprio cos mentre l, ferma a guardarlo, avvertivo un
leggero spostamento d'aria a ogni suo passaggio, simile a
un'onda: la sensazione del movimento.
* * *
Ero da Clementine's da pi di un'ora a cercare di mettermi
in pari con le scartoffie, quando ebbi la netta sensazione che
qualcuno mi stesse osservando. Quel qualcuno era Maggie.
- Ciao - disse non appena alzai gli occhi e la vidi ferma
sulla soglia della porta semiaperta. Indossava un vestitino
bianco traforato e un paio di infradito arancioni, aveva
i capelli raccolti in una coda bassa e reggeva una
prezzatrice. - Hai un minuto?
Quando annuii, lei diede un'occhiata verso il negozio e
poi, entrata nell'ufficio, tolse una pila di cataloghi da una
sedia e si sedette.
Non disse una parola, e io neanche. L'unico rumore erano
le note di una canzone pop che veniva dall'area clienti. Un
pezzo che parlava di montagne russe e baci dolci e intensi.
- Allora, senti - esord. - Riguardo a te ed Eli.
Non era una domanda. E nemmeno un'affermazione. Era
un frammento, e questo mi dava un buon motivo per non
rispondere. Come pu esistere una risposta intera a una
cosa parziale?
- So che  da un po' che trascorrete insieme la notte,
anzi, tutte le notti - continu. - E non sono esattamente
affari miei, ma...
- Come? - chiesi.
Mi guard battendo le palpebre. - Come mai non sono
affari miei?
- Come fai a saperlo?
- Lo so e basta.
- Perch, ora sei onnisciente e onnipresente? - chiesi.
- Chi sei, il Grande Fratello?
- Questo posto  piccolo, Auden. Minuscolo per certi
versi. Le voci girano. - Sospir, abbassando gli occhi sulla
prezzatrice. - Senti, il punto  che conosco Eli da una vita.
Non voglio vederlo soffrire.
Fino a quel momento non avevo idea di dove volesse andare
a parare. Minimamente. Ma davanti a quelle parole
mi sentii una stupida per non averlo previsto. - Credi che
far del male a Eli?
Scroll le spalle. - Non lo so. Dopo quello che  successo
con Jake...
- Era una cosa completamente diversa.
- Ok, ma io come posso saperlo? - Si appoggi allo
schienale, incrociando le gambe. - Posso basarmi solo su
quello che ho visto. E anche se la faccenda di Jake mi ha fatta
infuriare perch ero gelosa, aveva un che di karmico. Lui
se l' cercata. Eli no.
- Siamo solo... - Lasciai la frase a met, non sapendo
fino a che punto volessi dare spiegazioni. - Siamo amici.
- Pu essere. - Guard di nuovo la prezzatrice, rigirandosela
sulle gambe. - Ma sappiamo tutte e due che sei tu
la ragione per cui si  presentato alla festa, l'altra sera.
Ho sentito che lo chiamavi.
Alzai stupita le sopracciglia. - Tu sei davvero il Grande
Fratello.
- Ero in bagno. Le pareti sono sottilissime! A volte, se
c' gente in cucina, non riesco nemmeno a fare la pip. -
Liquid l'argomento con un gesto della mano. - Comunque,
poi c' la storia della bici e il fatto che, anche se gli hai
tirato i fagioli, non  andato in bestia...
- Era solo una battaglia di cibo.
- Tu non capisci - disse. - Da quando Abe  morto Eli
non ha pi fatto niente. Zero feste, zero uscite, praticamente
zero conversazioni. Decisamente zero battaglie di cibo.
Gli  rimasta addosso una nube nera. E poi di colpo ti presenti
tu e cambia tutto. Il che  fantastico.
- Ma? - suggerii, perch c'era sempre un ma.
- Ma se ti stai solo divertendo a stuzzicarlo - continu
- sappi che lui potrebbe non reagire come Jake. Qui la posta
in gioco  pi alta e non ero sicura che l'avessi capito.
Perci volevo dirtelo. Perch  questo che fanno gli amici.
Riflettei un istante mentre la musica fuori dall'ufficio passava
a tonalit pi lente e trasognate. - Be' - commentai
- fortuna che ha te allora. Come amica, intendo.
- Non parlavo di Eli.
La guardai. - In che senso?
- Noi due, siamo amiche - spieg, muovendo la mano
avanti e indietro tra me e lei. - E le amiche sono sincere
l'una con l'altra. Anche se la verit fa male. Giusto?
Mi sembrava sensato, ma in realt non ne ero cos sicura.
Per me era tutto nuovo. Cos mi limitai a rispondere:-Non
ti preoccupare. Non soffrir nessuno. Stiamo solo... passando
del tempo insieme. Nient'altro.
Lei annu lentamente. Ok, allora. Mi basta sapere questo.
Dal negozio arriv lo scampanellio che segnalava l'ingresso
dei clienti. Maggie si alz e fece capolino dalla porta.
- Salve - grid. - Arrivo subito!
- Tranquilla - rispose una voce familiare. - Basta che
dici ad Auden di portare qui le chiappe!
Maggie si gir a guardarmi. - Mio fratello - spiegai,
spingendo indietro la sedia.
- Hai un fratello?
- Vieni a vedere con i tuoi occhi.
Quando sbucammo nell'area clienti, Hollis era accanto a
un cesto di costumi scontati al cinquanta per cento, intento
a esaminare un bikini viola con il perizoma.
- Non  della tua taglia - lo presi in giro, andandogli
incontro. - E nemmeno del tuo colore.
- Che sfiga - ribatt. - Mi starebbe da dio, non credi?
- Io ti consiglierei di rimanere sui boxer - risposi.
- In effetti - si inser Maggie - in Europa spesso gli
uomini usano costumi pi ridotti. D'estate qua non manca
mai una comitiva di turisti tedeschi in slip.
- Impossibile - fece Hollis. - L si va direttamente
alla spiaggia per nudisti. Senza bisogno di costume, punto.
- Lei  Maggie-intervenni.-Maggie, ti presento mio
fratello, Hollis.
- Sei stato in una spiaggia nudista? - gli chiese lei.
- Sul serio?
- Certo, perch no? Sai come si dice. Paese che vai...
Spagna, in questo caso... - Ripose il perizoma nel cesto.
- Allora, Aud, sei pronta per un pranzo in megaritardo o
una cena in superanticipo? Pap dice che c' un posto dove
fanno degli anelli di cipolla fritti assolutamente da provare.
- Il Last Chance - gli spieg Maggie. - In fondo alla
passeggiata, sulla sinistra. Io ti consiglio anche i tramezzini
con salsa di tonno e maionese.
Hollis sospir. - Ci vado matto. Quelli in Spagna non li
trovi. Nemmeno se sei nudo.
Lanciai un'occhiata verso l'ufficio. -A dire la verit, ho
un sacco di lavoro da sbrigare...
- Oh, piantala! Sono due anni che non ci vediamo. -
Hollis scosse la testa rivolto verso Maggie.-Mia sorella. Il
gene della determinazione l'ha ereditato solo lei,  evidente.
- Vai - mi esort Maggie. - Basta che ti fermi pi a
lungo dopo.
- Dai retta a Maggie - insistette Hollis. Pronunci il
suo nome con disinvoltura, come se la conoscesse da anni.
- Forza. Andiamo a rinsaldare questa parentela.
Era quell'ora incantevole del pomeriggio quando fuori,
sulla passeggiata, l'aria non era n quella soffocante del
giorno, n quella fredda della notte. Io e Hollis ci accodammo
a un gruppo di donne con i passeggini che cigolavano
sulle assi di legno.
- Ma dov' Laura? - gli chiesi. - Non le piacciono gli
anelli di cipolla?
- Li adora - rispose, inforcando gli occhiali da sole.
- Ma aveva da fare. Vuole presentare domanda per una borsa
di studio in primavera, perci deve scrivere delle tesine.
- Wow - commentai. - Mi sa tanto che  lei, quella
determinata.
- Puoi dirlo forte.  inarrestabile.
Rovesci la testa all'indietro seguendo con lo sguardo
una fila di pellicani che passava in volo su di noi, puntando
verso il mare. Lo imitai per un istante, poi dissi: - Sembra
molto carina.
- Lo . - Mi sorrise. -  diversa dalle altre ragazze con
cui sono uscito, vero?
Non sapevo cosa rispondere. Ma mi aveva fatto una domanda
quindi risposi: - No, non tanto.
- Dovevi sentire la mamma - continu ridendo.-Prima
mi d addosso per anni perch frequento solo fannullone
svampite e decerebrate - parole sue ovviamente...
- Ovviamente.
- ... e poi, quando mi presento con una ragazza bella
e intelligente, lei sbrocca. Dovevi vederla a cena mentre
Laura parlava del suo lavoro. Era cos invidiosa che quasi
balbettava.
Wow, pensai. A voce alta chiesi: - Invidiosa? Dici?
- Oh, dai, Aud. Lo sai che la mamma  abituata a essere
la donna pi intelligente del circondario.  il suo ruolo. -
Alz una mano per sistemarsi gli occhiali. - Continuava a
tirarmi da parte per dirmi che stavo commettendo un errore,
che con Laura mi ero messo a fare troppo sul serio e troppo
in fretta. Come se potessi accettare consigli sulla vita di
coppia proprio da lei, con quel dottorando appostato fuori
a dormire in macchina come un maniaco.
- Cosa? - chiesi.
Mi lanci un'occhiata. - Oh, niente di che. Andava a letto
con uno studente che poi ha smesso di giocare e ha iniziato
a pretendere di pi, cos lei gli ha dato il benservito e
ora se lo ritrova sempre tra i piedi, a leccarsi le ferite.
Mi balen davanti il tipo con gli occhiali dalla montatura
nera che stava seduto accanto alla piscina con il libro. Non
sapevo nemmeno come si chiamasse.
- Mi dispiace per lui - stava dicendo Hollis. - Per,
cavolo, doveva immaginarselo. Visti i precedenti.
Mi ci volle un attimo per assimilare tutte quelle informazioni,
cos mi concentrai sul negozio di bici ormai vicino.
Fuori, sulla panchina, c'erano Wallace e Adam che si dividevano
un sacchetto di patatine. - Pensi che lo faccia spesso?
- Oddio, s. Di sicuro dai tempi del divorzio. - Si infil
le mani in tasca e mi lanci un'occhiata. - Lo sapevi,
no? Per forza.
- Certo - mi affrettai a rispondere. - Ovvio.
Mi squadr per un istante. Poi aggiunse: - Non che io
possa permettermi di criticare, per. Considerato che ero
tale e quale a lei.
Rimasi di nuovo senza parole. Cosa si fa quando finalmente
si sente ammettere a voce alta tutto quello che si 
sempre pensato? Quella volta, per, riuscii a non rispondere
perch Adam ci not. - Ehi, Auden! Vieni a fare da giudice!
Hollis butt un occhio dalla loro parte. - Amici tuoi?
- Gi - risposi mentre Adam, a cenni, ci invitava a
raggiungerlo. Hollis sembrava sorpreso, ma cercai di non prendere
la cosa sul personale. - Andiamo.
Una volta l, presentai mio fratello ai ragazzi mentre Adam
saltava gi dalla panchina e ci atterrava davanti. - Ok -
disse sollevando le mani. - Siamo finalmente a un passo
dal nuovo nome per il negozio.
- Il che significa - si inser Wallace, nascosto dietro di
lui con la bocca piena di patatine - che abbiamo ristretto a
dieci l'elenco delle possibilit.
- Dieci? - ripetei.
- S, ma quelle decenti sono solo cinque - aggiunse
Adam. - Perci stiamo facendo un sondaggio informale
per vedere quali piacciono di pi e a chi.
Hollis, sempre pronto al gioco, alz gli occhi verso il tendone
senza scritte. - Come si chiama ora?
- Negozio di bici - rispose Wallace. Hollis fece una faccia
perplessa. -  temporaneo.
- Da tre anni - sottoline Adam. - Allora, ok. L'elenco,
in ordine sparso,  questo: Senza Freni, Volata Finale,
Bici Colby...
Mi distrassi un attimo perch Eli stava uscendo dal negozio
con una piccola bicicletta rosa con le rotelle. Aveva un
casco nella mano libera ed era seguito da una coppia con
una bambina alle calcagna.
- ... Cambio di Marcia e A Tutto Gas - fin Adam.
- Che ne pensate?
Hollis riflett un secondo. - Volata Finale o Cambio di
Marcia - rispose. - Senza Freni  noioso, Bici Colby troppo
aziendale...
- Quello che dicevo anch'io! - esclam Wallace, indicando
mio fratello.
- E A Tutto Gas... No comment.
Adam sospir. - Fa schifo a tutti.  rimasto sull'elenco
solo perch  il mio preferito. Secondo te, Auden?
Io, per, stavo ancora guardando Eli, chino sulla bicicletta
rosa a sistemare uno dei pedali. La bambina a cui era
chiaramente destinata - capelli rossi, calzoncini azzurri e
maglietta con una giraffa - stringeva la mano della madre
con aria preoccupata.
- Come vi accennavo - stava dicendo Eli - questo modello
 ottimo per iniziare.
- Lei vuole imparare - spieg la donna, accarezzando
la testa della figlia - ma ha un po' paura.
- Non c' niente di cui avere paura. - Eli si alz e guard
la piccola. - Le rotelle ti terranno dritta finch non avrai
preso confidenza. E poi, un giorno, non ti serviranno pi.
- Ma quanto ci vuole di solito? - chiese il padre, un signore
con un berretto da baseball e un paio di sandali in
cuoio. - Qual  la norma?
- Varia da persona a persona - gli rispose Eli. - Quando
sar pronta, se ne accorger.
- Che ne dici, tesoro? - chiese la donna.-Ti va di provarla?
La bambina annu piano e fece un passo in avanti. Eli le
porse la mano e, dopo averla aiutata a montare in sella, le
allacci il casco. Lei si allung verso il manubrio e si sgranch
ben bene le dita.
- Perfetto, amore - esclam il padre. - Ora basta che
pedali come fai sul triciclo.
La bambina appoggi i piedi sui pedali cercando di spingerli
gi e avanz di circa mezzo centimetro. Gir la testa
verso i genitori, che le sorrisero, e ci riprov. Dopo un altro
spostamento infinitesimale, Eli mise la mano sul retro della
bici e la spinse appena. Lei stava ancora pedalando e non se
ne accorse neanche. Ma quando inizi davvero a muoversi,
si volt a guardarlo con un sorrisone.
- Auden?
Mi girai e vidi che Adam mi fissava con un'espressione
interrogativa. - Ehm - risposi - non ce n' uno che mi
faccia impazzire. Se devo essere sincera.
Rimase deluso. - Nemmeno Cambio di Marcia?
Scossi la testa. - No, mi dispiace.
- Te l'avevo detto che erano orrendi - comment Adam.
- A lui ne piacevano due! - ribatt Wallace.
- S, ma neanche tanto - ammise Hollis.
Adam sospir, riaccasciandosi sulla panchina, al che io
li salutai e mi rimisi in marcia verso il Last Chance Caf insieme
a Hollis. Solo qualche passo e mi voltai di nuovo a
guardare la bambina. Dopo la spinta iniziale, aveva preso il
via e ormai aveva superato due negozi, arrivando quasi da
Clementine's. Sua madre la seguiva, vicina ma non troppo,
mentre la piccola avanzava lenta ma autonoma.
Per una volta il Last Chance era vuoto e ci diedero un tavolo
proprio accanto alla finestra, senza farci aspettare. Mentre
Hollis esaminava il menu, io osservavo la gente che sfilava
sulla passeggiata.
- Allora, Aud - disse lui dopo un attimo. - Devo ammettere
che sono davvero contento che tu l'abbia fatto.
Lo guardai. - Fatto cosa?
- Questo - rispose, indicando con un gesto la tavola
calda.-Che tu sia venuta qui per l'estate, che esca, che abbia
degli amici. Avevo paura che passassi le vacanze come
sempre.
- Come sempre - ripetei.
- Lo sai. - Sollev il bicchiere e bevve un sorso d'acqua.
- A casa con la mamma, a versare vino alle sue festicciole
spocchiose e studiare per corsi non ancora iniziati.
Mi irrigidii. - Non ho mai versato vino a nessuno.
- Hai colto il senso. - Mi sorrise senza rendersi conto
che forse mi aveva offesa. O perlomeno ferita. - Il punto 
che qui sei diversa.
- Sono qui solo da un mese, Hollis.
- In un mese possono succedere un sacco di cose - replic.
- Cacchio, in due settimane io ho incontrato la mia
futura moglie, cambiato i miei progetti di vita e comprato
la mia prima cravatta.
- Hai comprato una cravatta? - chiesi. Perch, sinceramente,
era quella la parte pi scioccante.
- Gi. - Rise. - Comunque, sul serio. Vederti qui, con
i tuoi amici... mi rende davvero felice.
- Hollis - dissi. Mi sentivo di nuovo a disagio, ma per
motivi diversi. La mia famiglia era un sacco di cose - e cambiava
ogni giorno, o almeno dava questa impressione - ma
di sicuro non era sentimentale, proprio no. - Dai.
- Dico sul serio! - Abbass gli occhi sul menu, poi mi
guard di nuovo. - Senti, Aud. So che per te il divorzio 
stato difficile. E poi vivere sola con la mamma deve essere
stato ancora peggio. Non  esattamente a misura di bambino.
-Non ero una bambina - precisai.-Avevo sedici anni.
- Si  sempre bambini quando ci sono di mezzo i genitori
- rispose. - A meno che non siano loro a comportarsi
in modo infantile. Allora i figli non possono pi farlo. Capisci
cosa intendo?
Di colpo mi resi conto che capivo. E compresi anche perch
mio fratello fosse stato via tanto a lungo, attento a tenersi
a un oceano e una linea telefonica di distanza. Da noi
funzionava al contrario, rispetto alla maggior parte delle famiglie:
per fare il bambino dovevi andartene di casa. Era il
ritorno a renderti adulto, una volta per tutte.
Mentre ero assorta in quei pensieri, Adam e Wallace ci
sfrecciarono davanti in bici, zigzagando tra i pedoni. - A
proposito, non  troppo tardi - disse Hollis.
- Troppo tardi per cosa?
- Per imparare ad andare in bici. - Indic il negozio
con un cenno della testa. - Scommetto che i tuoi amici
saprebbero insegnarti.
- Io so andare in bici - protestai.
- Ah, s? E quando hai imparato?
Mi limitai a guardarlo. - Quando avevo sei anni - risposi.
- Nel vialetto.
Ci pens su un attimo. - Ne sei sicura?
- Certo.
- Perch io mi ricordo solo che tu hai preso la bici, sei
caduta all'istante e poi l'hai lasciata ferma in garage ad arrugginire
finch pap non l'ha data via.
- Ti sbagli - ribattei. - Sono arrivata in fondo al vialetto.
- Ah, s? - Strizz gli occhi spremendosi le meningi.
- Be', probabilmente hai ragione. Chiss quanti neuroni
ho ucciso negli ultimi anni.
La verit era quella: non c'erano dubbi su chi di noi due
avesse la memoria pi affidabile. E poi non era naturale che
io conoscessi la mia storia meglio di chiunque altro? Eppure,
anche mentre ordinavamo, non riuscii a smettere di pensare
alle sue parole. Mentre lui mi faceva una testa cos su
Laura e sull'Europa io, senza prestargli molta attenzione,
andai indietro con la memoria fino a quel giorno nel vialetto.
Era tutto chiarissimo: io che salivo, spingevo i pedali,
avanzavo, doveva per forza essere vero. O no?

 CAPITOLO 12.

- Dunque - disse mia madre con il suo tono freddo e formale
- gira voce che tu sia cambiata.
Mi tolsi lo spazzolino dalla bocca, gi sul chi va l.-Cambiata?
In quel periodo mi chiamava sempre verso le cinque del
pomeriggio, quando io mi svegliavo e lei finiva la giornata
di lavoro. Volevo credere che fosse perch le mancassi o
perch si fosse resa conto di quanto fosse importante il nostro
legame.
In realt sapevo che aveva solo bisogno di qualcuno con
cui sfogarsi riguardo a Hollis, che era tornato sotto il suo tetto,
continuava a essere innamorato perso di Laura e le dava
terribilmente sui nervi.
- E che tu sia cambiata in meglio, se proprio lo vuoi sapere
- continu, anche se dal tono della voce non sembrava
del tutto convinta. - Credo che la parola usata da tuo
fratello sia "sbocciata".
Mi guardai allo specchio: ero scarmigliata, le labbra sporche
di dentifricio e portavo la maglietta scollata che indossavo
la notte prima al bowling, ancora puzzolente di fumo.
Non ero un fiore, insomma. - Be' - risposi -  un complimento,
suppongo.
- In particolare - continu -  rimasto colpito dalla
tua nuova vita sociale. A quanto pare hai un sacco di amici
e addirittura un ragazzo, no?
Il fatto che l'ultima parte della frase avesse l'intonazione
di una domanda la diceva lunga su ci che pensava in proposito.
- Non ho nessun ragazzo.
- Solo un tipo con cui passi le notti. - Un'affermazione,
questa volta.
Mi guardai di nuovo allo specchio. - Gi - confermai.
- Pi o meno.
Uno dei tanti, improvvisi cambiamenti di mio fratello, era
il fatto di alzarsi presto - proprio lui che aveva sempre dormito
ben oltre mezzogiorno - per fare jogging. Lui e Laura
correvano tutte le mattine all'alba, poi tornavano a casa e
si dedicavano a stretching e meditazione yoga. Lui, per,
non sembrava molto preso da "om" e "namaste". Quando
mi aveva sentito tornare a casa, la mattina dopo il suo arrivo,
era subito venuto a indagare.
- Auden Penelope West - aveva esclamato, agitandomi
un dito davanti al viso mentre mi chiudevo con delicatezza
la porta alle spalle. - Che vergogna! Rientrare di soppiatto
dopo una notte brava!
- Non ho niente di cui vergognarmi - avevo replicato
anche se, in effetti, avrei preferito che fosse stato zitto.
- E chi  il giovanotto che ti ha riaccompagnata? - mi
aveva chiesto, scostando la veneziana per spiare Eli che
stava uscendo dal vialetto in retromarcia. - Non dovrebbe
presentarsi e ottenere la mia approvazione, prima di
corteggiarti?
Mi ero limitata a guardarlo. Dal soggiorno arrivavano le
cantilene di Laura.
- La mia sorellina che sta fuori tutta la notte con un ragazzo
- aveva detto, scuotendo la testa. - Sembra ieri che
giocavi a Barbie e saltavi la corda.
- Hollis, ti prego - avevo sbuffato. - Mamma ha sempre
considerato le Barbie un'arma del maschilismo e poi 
dagli anni Cinquanta che nessuno salta pi la corda.
-  solo che mi sembra incredibile che tu sia cresciuta
tanto in fretta - aveva continuato, ignorandomi. - Tra un
po' sarai sposata e terrai un figlio sulle ginocchia.
Senza dare troppo importanza alla cosa, lo avevo superato
diretta alle scale, ma questo non gli aveva impedito n
quel giorno, n quelli successivi, di aspettarmi e aprirmi la
porta mentre imboccavo il vialetto d'ingresso. Un giorno si
appost addirittura in veranda, il che rese inevitabili sia le
presentazioni che uno scambio di qualche parola.
- Simpatico - disse di Eli dopo che, finalmente, ero
riuscita a mandarlo via strappandolo dalle sue grinfie.-Ma
come mai ha quelle cicatrici sul braccio?
- Un incidente d'auto - risposi.
- Davvero? Cosa  successo?
- Di preciso non lo so.
Mi lanci un'occhiata incerta mentre mi apriva la porta
d'ingresso. - Mi sembra piuttosto strano, considerato
quanto tempo passate insieme.
Avevo scrollato le spalle. - Non direi. Semplicemente
non  venuto fuori.
Era chiaro che non mi credesse, per non mi importava.
Avevo smesso da un pezzo di cercare di spiegare il mio rapporto
con Eli, sia a me stessa che agli altri. Era fatto di un insieme
di cose: le notti insonni, le puntate al centro commerciale
e al grande magazzino del fai-da-te, i dolci da Clyde,
le partite di bowling alle ore piccole e la mia "epica ricerca",
come la chiamava lui. Non parlavamo delle cicatrici che ci
portavamo sul corpo e nell'anima. In una sola estate, notte
dopo notte, stavo recuperando tutto il divertimento e la
leggerezza che mi spettavano di diritto.
In quel momento mia madre bevve un altro sorso di vino
mentre io uscivo dal bagno e tornavo in camera. La porta di
Thisbe era appena schiusa e si sentiva il rumore incessante
delle onde che si infrangevano una dopo l'altra.
- Be' - disse - francamente sono contenta di sentire
che non ti stai mettendo seriamente con nessuno. L'ultima
cosa di cui hai bisogno prima di partire per la Defriese  un
ragazzo che ti supplichi di restare. Una donna intelligente
sa che le relazioni brevi sono sempre le migliori.
In passato mi era piaciuto pensare che mia madre mi considerasse
simile a lei. Anzi, lo desideravo. Eppure, sentendo
quelle parole avvertii una strana fitta, come se non mi
andasse gi qualcosa. Quello che c'era tra me ed Eli era diverso
dalle relazioni tra lei e i suoi dottorandi.
- Allora - replicai, cambiando argomento - come sta
Hollis?
Sospir, un suono forte e prolungato. -  fuori di testa.
Completamente fuori di testa. Ieri sono arrivata a casa e sai
cosa stava facendo?
- No.
- Si stava mettendo una cravatta.-Aspett che assimilassi
la notizia, poi aggiunse: - Quella Laura l'ha convinto
a fare un colloquio di lavoro in banca. Tuo fratello! Che
solo un anno fa viveva in tenda tra i monti della Germania!
Era diventato facile, ormai, fare in modo che mia madre
non mi stesse troppo addosso. Bastava un semplice accenno
a Hollis e lei partiva per la tangente. - In banca? - chiesi.
- E per fare cosa, il cassiere?
- Non lo so - rispose irritata. - Non gliel'ho neanche
chiesto, tanto ero schifata. Per mi ha detto che Laura pensa
che un impiego regolare potrebbe aiutarlo a essere "pi
responsabile" e "pronto per il loro futuro insieme". Come
se fosse una cosa positiva. Secondo me non  nemmeno una
relazione,  cos disfunzionale. Non so come chiamarla.
- Ciccia.
- Come?
Troppo tardi, mi era sfuggito senza che potessi farci nulla.
- Non importa - risposi.
Sentii un rumore di passi e mi girai verso il corridoio appena
in tempo per vedere Heidi e mio padre che spuntavano
dalle scale. A quanto pareva, anche loro erano impegnati
in una discussione abbastanza animata: mio padre si sbracciava
con aria infastidita mentre Heidi si limitava a scuotere
la testa. Chiusi lentamente la porta, spostando il telefono
all'altro orecchio.
- ...  ridicolo - stava dicendo mia madre. - Due anni
di cultura e viaggi per cosa? Per stare seduto tutto il giorno
a registrare versamenti? Mi si spezza il cuore.
Sembrava davvero triste. Ci nonostante, non potei fare
a meno di ribattere: - Mamma, la maggior parte dei coetanei
di Hollis ha un lavoro, sai. Soprattutto chi ha smesso di
studiare.
- Non vi ho tirati su per farvi diventare come tutti gli altri
- replic. - Non l'hai ancora capito?
Mi pass davanti una scena della notte prima, nel reparto
giocattoli del centro commerciale. Eli si era fermato accanto
a un grande espositore di palloni di gomma e, dopo
averne tirato fuori uno, l'aveva fatto rimbalzare sul pavimento.
- Oh, s - aveva detto. - Lo senti?
- Il rumore della palla che rimbalza?
- Non solo - aveva risposto. -  il rumore di un dolore
imminente.
Avevo guardato il pallone, che continuava ad andare su
e gi sotto il suo palmo. - Dolore?
- Nel dodgeball - mi aveva spiegato. - O nel kickball,
se ci giochi come facevamo noi.
- Aspetta! - avevo esclamato, alzando le mani. - A
dodgeball ci ho giocato. E anche a kickball.
- Davvero?
Avevo annuito.
- Mi sorprendi. E non sono nemmeno sport al chiuso.
- Oh, in realt s. A scuola, in palestra. - Alz le sopracciglia
scettico. - Che c'?  la stessa cosa.
- Veramente no - aveva ribattuto.
- Dai.
- Dico sul serio. Ci sono le regole della scuola e quelle
della strada. Sono due cose molto diverse.
- Chi l'ha detto?
- Chiunque abbia provato entrambe le versioni - aveva
risposto, rimettendo la palla a posto. - Fidati.
In quel momento mia madre bevve un altro sorso di vino.
- Oh, quasi dimenticavo - disse. -  arrivata una busta
per te. Dalla Defriese. Informazioni per l'orientamento, suppongo.
Vuoi che la apra?
- Certo - risposi. - Grazie.
Sentii un rumore di carta strappata e poi un fruscio di fogli.
Mia madre sospir. - Come sospettavo. Informazioni
sui pasti, richieste di dati aggiornati sui corsi seguiti al liceo,
un questionario sulle preferenze per il compagno di stanza...
che va restituito per la fine della settimana, a quanto pare.
- Ah, s?
- Santo cielo! - Gemette. - Sembra un test di affinit!
"Cosa ti piace fare?" oppure "li definiresti maniaco o rilassato,
riguardo allo studio?". Che roba , istruzione superiore
o appuntamenti via internet?
- Mandamelo per posta - suggerii. - Lo rispedir il
prima possibile.
- Cos se arriva in ritardo va a finire che ti ritrovi in
stanza con una fannullona festaiola.  molto meglio se lo
compiliamo ora - mormor. - Oh, aspetta un attimo. C'
un'altra pagina dove puoi richiedere una sistemazione alternativa.
- Sarebbe a dire?
Rimase zitta per un po', impegnata a leggere. Poi: - Ci
sono piani di alcune strutture o studentati in cui hanno tutti
un determinato interesse, ad esempio le lingue straniere
o lo sport. Fammi... ah, s. Perfetto.
Sentii il rumore di una penna che scriveva. - Cosa  perfetto?
- Il Programma Pembleton - rispose. - Ti ci ho appena
iscritta.
- Come?
Si schiar la voce, poi declam: - Situato in un edificio
pi in disparte rispetto al campus principale, il Programma
Pembleton offre agli studenti con alto profilo accademico
un ambiente dedicato unicamente allo studio. Grazie alle
camere singole, alla disponibilit di materiale per le ricerche
e alla vicinanza di entrambe le biblioteche, gli iscritti al
programma sono liberi di concentrarsi sul proprio lavoro
senza le distrazioni tipiche della vita all'interno di uno studentato
tradizionale.
- Che significa?
- Niente compagne di stanza, niente feste, niente sciocchezze.
Proprio quello che vuoi tu.
- Ehm - mormorai. - Non lo so. Sembra un po' restrittivo,
non pensi?
- Assolutamente no - rispose. - Non dovrai avere a
che fare n con ragazzi delle confraternite ubriachi, n con
ragazze pettegole in preda a tempeste ormonali.  l'ideale.
Ecco, basta che metta qui la tua firma e poi possiamo...
- No! - esclamai d'impulso. Mi sembr di cogliere il
suo stupore e di vederla, all'altro capo del telefono, con la
penna in mano e le sopracciglia alzate. - Cio, non sono
sicura di voler vivere in un posto simile.
Silenzio. Poi: - Auden. Non sai che genere di distrazioni
comporti la vita in uno studentato. C' gente che va all'universit
solo per fare vita sociale. Vuoi davvero ritrovarti a
dover dividere la camera con una persona del genere?
- No - risposi. - Ma non voglio nemmeno passare tutto
il tempo a studiare.
- Oh. - Aveva la voce piatta. -  perch sei sbocciata,
immagino. All'improvviso non conta pi la scuola, ma solo
ragazzi, amiche e vestiti?
- Certo che no. Ma...
Mi risuon nell'orecchio un sospiro assordante.-Dovevo
immaginarlo che trascorrere l'estate con Heidi ti avrebbe
fatto questo effetto - sentenzi. - Diciotto anni passati
a insegnarti quanto sia importante prendersi sul serio e
nel giro di qualche settimana tu sfoggi bikini rosa e pensi
solo ai ragazzi.
- Mamma - replicai, alzando la voce. - Heidi non
c'entra.
- No - ribatt. - C'entra la tua mancanza di risolutezza
e concentrazione. Come hai fatto a ridurti cos?
Nel sentire quelle parole, mi torn in mente mio padre che
attribuiva tutti i miei risultati al nome che lui aveva scelto
per me. Le cose buone erano opera loro, quelle brutte solo
colpa mia. Mi morsi il labbro. - Non sono cambiata - affermai.
- Sono semplicemente fatta cos.
Silenzio. E in quel vuoto capii che la possibile verit di
quella frase per lei era peggiore di qualsiasi ragazzo o bikini.
- Be', ti mando tutto per posta. - Prese fiato, rigida e
formale. - Decidi come vuoi.
Deglutii. - Ok.
Per un istante nessuna delle due fiat, al che mi chiesi
cosa sarebbe successo, come saremmo potute uscire da
un'impasse del genere, da quell'enorme spaccatura che si
era formata tra noi. C'erano un milione di modi diversi, ne
ero sicura, ma mia madre mi stup decidendo di non sceglierne
nessuno. Prefer riagganciare lasciandomi con un
semplice scatto, la sua ultima parola, e senza idea di come
proseguire.
* * *
Evidentemente la tensione era contagiosa, o perlomeno era
nell'aria. Quando una ventina di minuti dopo lasciai camera
mia per andare al lavoro, le onde di Thisbe si erano fermate
e dalla sua stanza arrivava un altro rumore costante:
quello di un litigio.
- Certo che ti meriti di uscire una sera - stava dicendo
mio padre. - Solo che non so se questa sia la serata giusta,
tutto qui.
- Perch no? - chiese Heidi. In sottofondo si sentivano
i mugolii di Thisbe. - Torner in tempo per darle da mangiare
alle nove, la piccola ha appena fatto un sonnellino...
- Alle nove! Sono solo le cinque e mezzo!
- Dobbiamo prendere l'aperitivo e cenare, Robert.
- Dove? A Istanbul? - ribatt mio padre. - Non  possibile
che ci mettiate tre ore e mezzo.
Ci fu un lungo silenzio. Non avevo bisogno di sbirciare
nella stanza per immaginare l'espressione sul viso di Heidi.
Alla fine mio padre disse: - Tesoro, voglio che tu vada e ti
diverta. Ma  una vita che non sto da solo con una neonata
per cos tanto tempo e ho semplicemente...
- Non  una neonata.  tua figlia. - Thisbe fece dei versi
come se fosse d'accordo con quella affermazione. - Hai
tirato su due figli meravigliosi. So che puoi farcela. Ora coraggio,
prendila in braccio cos posso finire di prepararmi.
Sentii che mio padre stava per dire qualcosa, ma poi la
porta si apr e io sfrecciai via per non farmi vedere. Non abbastanza
alla svelta, per.
- Auden? - chiam lui. - Potresti mica...
- No, non pu - fece Heidi. Poi mi diede una leggera
spinta in avanti. - Continua a camminare. Se la caver.
Quando arrivammo alle scale, mi voltai a guardarla. Invece
della Heidi che mi ero abituata a vedere - pantaloni
della tuta, coda e perenni ombre scure sotto gli occhi - avevo
davanti una donna completamente diversa. Truccata e
con i capelli freschi di piastra, jeans scuri, tacchi e un top
nero aderente, pi una collana d'argento con un ciondolo a
chiave tempestato di pietre rosse. Lo riconobbi subito: erano
arrivati in negozio la settimana prima e stavano gi andando
a ruba.
- Wow - esclamai. - Stai benissimo.
- Dici? - Si guard dalla testa ai piedi. -  passato cos
tanto tempo dall'ultima volta che mi sono messa questa roba
che non sapevo nemmeno se mi entrasse ancora. Suppongo
che lo stress bruci un sacco di calorie.
Thisbe stava iniziando a frignare. Heidi guard da quella
parte, poi gir sui tacchi e and in camera sua. La seguii
fino alla soglia e, appoggiata allo stipite, la osservai mentre
prendeva la borsa dal letto.
- Devo ammettere che mi sembri completamente diversa
- dissi mentre frugava nella borsa in cerca del lucidalabbra.
- E non si tratta solo dei vestiti.
Thisbe ormai stava piangendo. Heidi si morse il labbro,
poi apr il lucidalabbra e se lo pass sulla bocca. - Hai ragione
- rispose. -  solo che nelle ultime due settimane
mi sono resa conto che ho bisogno di un po' di tempo per
me stessa. Ne abbiamo parlato parecchio, in effetti.
- Tu e pap?
- Io e Karen.
- Ah.
Lei annu, ributtando il lucidalabbra in borsa.-Da quando
 nata la bambina sono sempre stata restia a chiedere una
mano a tuo padre. Mi sono abituata a fare tutto da sola, non
che lui si offrisse molto, del resto.
- Direi per niente - aggiunsi.
- Ma Karen mi ha fatto notare che tu e tuo fratello siete
venuti su bene e che Robert  anche vostro padre. Mi ha
ripetuto che se per fare un figlio ci vogliono due persone, ne
servono due anche per tirarlo su come si deve. Almeno. -
Sorrise. - Mi ha fatto promettere che avrei organizzato quella
serata fuori per sole donne che le mie amiche mi chiedono
da una vita. Continuavo a temporeggiare, ma poi  arrivata
Laura. Quando mi ha detto pi o meno le stesse cose, ho
capito che doveva esserci qualcosa di vero.
La osservai mentre si controllava i capelli allo specchio e
si sistemava una ciocca sul davanti. - Non sapevo che tu
e Laura vi parlaste, quando era qui.
- All'inizio infatti no - rispose prendendo la borsa. - A
essere sincera, mi metteva quasi paura. Non  esattamente
una persona calorosa, non trovi?
Annuii. - Puoi dirlo forte.
- Ma poi, la notte prima che partissero, io ero sveglia
con Thisbe e lei  scesa a bere un bicchiere d'acqua. Dopo
un po' che stava seduta l a guardarci, le ho chiesto se volesse
tenerla in braccio. Lei ha risposto di s, io gliel'ho passata
e poi ci siamo messe a chiacchierare.  molto meglio di
quanto sembri a prima vista.
- Dovresti dirlo a mia madre - commentai. - La detesta.
- Ovvio - rispose. -  perch si somigliano un sacco.
Tutte e due hanno lo stesso atteggiamento da stronza fredda
e prevenuta verso le altre donne. Sono come due magneti
che si respingono.
Ripensai a mia madre, che avevo sentito al telefono solo
pochi minuti prima, con quel tono brusco e sprezzante. Se non
ero come lei, allora non le interessava conoscermi. - Quindi
pensi che anche mia madre sia meglio di quanto sembri?
- Certo. Per forza.
- Perch?
Mi guard. - Perch ha tirato su te. E Hollis. E perch 
stata innamorata di tuo padre per tantissimo tempo. Le vere
stronze non fanno cose simili.
- E cosa fanno?
- Finiscono da sole.
Alzai le sopracciglia perplessa. - Mi sembri molto sicura.
- Infatti - conferm. - Perch anch'io ero una stronza.
- Tu? - chiesi. - Impossibile.
Sorrise. - Un giorno o l'altro te lo racconter. Ma ora
devo scappare a dare un bacio a mia figlia e poi cercare di
andarmene senza ripensamenti. Ok?
Annuii e poi rimasi l impalata, cercando di elaborare
quella rivelazione mentre lei si avviava in corridoio. Quando
mi pass davanti, si ferm per darmi un rapido bacio sulla
fronte, poi prosegu lasciandosi dietro una gradevole scia
di profumo. Magari era solo un gesto per sottolineare quello
che aveva appena detto. Oppure l'aveva fatto d'istinto.
A ogni modo mi lasci sbalordita. Soprattutto perch non
mi era dispiaciuto affatto.
* * *
Quella notte, finito il lavoro, stavo andando al Gas/Gro
quando sentii una macchina avvicinarsi alle mie spalle. Un
attimo dopo, un giornale mi piomb ai piedi con un tonfo.
Guardai prima il quotidiano, poi Eli, che mi si stava accostando.
- Quindi ora consegni giornali?
- Tecnicamente - rispose mentre raccoglievo il quotidiano
e prendevo nota di tutti gli altri impilati nel retro del
pickup -  il mio amico Roger che li consegna. Ma ha l'influenza,
perci gli sto dando una mano. E poi ho pensato
che potesse servire alla tua ricerca.
- Consegnare giornali?
- Certo. - Ferm la macchina e mi fece cenno di aprire
la portiera del lato passeggero. Solo allora aggiunse: - 
un rito di passaggio. Il mio primo lavoro consisteva nel
consegnare in bici un volantino con i buoni sconto dei negozi
di Colby.
- Ho lavorato anch'io, sai - dissi.
- Ah, s? Cosa hai fatto?
- Un'estate ho aiutato un professore del dipartimento
di inglese a scrivere la bibliografia di un suo libro - risposi
mentre salivo a bordo. - Poi ho fatto l'assistente del
commercialista di mia madre. E tutto l'anno scorso la tutor
alla Huntsinger.
Avevo sempre pensato che fosse un curriculum di tutto
rispetto. Eli, per, si limit a guardarmi con aria quasi
indifferente. - Tu - disse, schiacciando l'acceleratore -
hai un gran bisogno di consegnare giornali. Almeno per
una notte.
E cos, dopo un salto in lavanderia e al centro commerciale
giusto per un paio di cose, imboccammo a passo di lumaca
un quartiere vicino al pontile, con una pila di giornali tra i nostri due sedili ed Eli che consultava l'elenco degli
indirizzi degli abbonati. Erano le due passate.
- Civico millecento - disse Eli accennando a una casa
a pi livelli, sulla destra. -  tutto tuo.
Afferrai saldamente un giornale e lo tirai in direzione del
vialetto. Colp il cordolo del marciapiede e fin di rimbalzo
in un mucchio di erba tagliata, dove scomparve.
- Ops - feci mentre Eli si fermava. Saltai gi e, recuperato
il quotidiano, lo tirai di nuovo. Questa volta and meglio:
centrai l'estremit destra del vialetto. -  pi difficile
di quello che sembra - commentai quando finalmente
risalii in macchina.
-  cos per la maggior parte delle cose - rispose Eli.
Poi, ovviamente, prese un giornale e lo lanci con un arco
perfetto verso una casa dall'altra parte della strada. Atterr
esattamente sulla rampa di scale all'ingresso, come prendere
un dieci in una gara di ginnastica. Quando lo guardai,
basita, lui scroll le spalle. - Volantino locale, te l'ho detto.
Due anni.
- Sar... - ribattei. Il mio tiro successivo fu un po' meglio,
ma troppo lungo. Il giornale fin sul prato, perci mi
tocc scendere di nuovo e portarlo in un posto pi sicuro e
meno umido. - Cavolo, sono una schiappa.
- Era il secondo tentativo - disse Eli prima di fare un
altro tiro perfetto verso un bungalow con un fenicottero di
plastica nel cortile d'ingresso.
- Sar... - ripetei.
Pur sentendomi osservata, mi concentrai il pi possibile
e lanciai un altro quotidiano. Colp i gradini (bene) ma poi
fin nei cespugli l accanto (male). Quando, dopo averlo recuperato,
tornai indietro con i capelli pieni di foglie, la mia
frustrazione doveva essere lampante.
- Sai - osserv Eli, tirando un altro giornale e centrando
- sciaf! - un'altra rampa d'ingresso - non c' niente di
male a non essere bravi in tutto.
- Stiamo consegnando giornali.
- E allora?
- Allora - risposi mentre lui faceva un altro lancio perfetto,
incredibile ma vero - non  un problema se sono una
frana, mettiamo, in fisica quantistica. O in cinese mandarino.
Perch sono cose difficili che richiedono applicazione.
Mi guard, muto, mentre mancavo l'ennesimo vialetto.
Di circa un chilometro. Al mio ritorno, disse: - Questo, invece,
chiaramente no.
-  una cosa diversa - spiegai. - Senti, ottenere buoni
risultati  la mia specialit, ok?  questo che faccio.  in
questo che sono sempre stata brava.
- Sei brava a essere brava - chiar.
- Sono brava a imparare - ribattei, tirando un altro quotidiano
e facendo appena meglio. - Perch non ho mai avuto
bisogno degli altri. Siamo solo io e la materia da trattare.
- Sempre al chiuso, a sgobbare - aggiunse lui.
Lo fulminai, ma come al solito non sembr scoraggiarsi.
N sembrava minimamente seccato. Si limit a consegnarmi
un altro giornale, che poi lanciai alla casa accanto. Fin
sul vialetto, un po' troppo a sinistra, ma lui prosegu.
- La vita  piena di fallimenti - disse, gettando un altro
giornale a una casa su pi livelli prima di curvare. -  normale
fare fiasco in qualcosa.  una parte necessaria dell'esistenza
umana.
- Io ho fatto fiasco - ammisi.
- Ah, s? E in cosa?
In preda a un vuoto di memoria improvviso, per un attimo
pensai di non riuscire a proseguire. - Te l'ho detto -
risposi alla fine. - Sono stata un fallimento sociale.
Prese un'altra curva e tir altri due quotidiani mentre
avanzavamo lenti in una strada buia. - Per non hai mai
provato a diventare reginetta del ballo.
- Be', no - confermai - non ho mai voluto essere reginetta.
O roba simile.
- Allora non hai fatto fiasco. Ti sei semplicemente chiamata
fuori. C' una bella differenza.
Ci riflettei su mentre percorrevamo un'altra strada. Ormai
aveva smesso di porgermi quotidiani, li lanciava tutti
lui. - Tu, invece? - chiesi. - In cosa hai fatto fiasco?
- Sarebbe pi giusto dire - rispose rallentando a uno
stop - in cosa non abbia fatto fiasco.
- Ah, s?
Annu, poi tir su una mano e inizi a contare, un dito alla
volta. - Algebra. Football. Lacey McIntyre. Fare un half pipe sullo skateboard...
- Lacey McIntyre?
- A scuola, quando avevo tredici anni. Ci avevo messo
dei mesi a preparare il terreno per chiederle di ballare e lei mi
diede un due di picche secco. Davanti a tutta la sala mensa.
- Ahi.
- Non me ne parlare. - Svolt di nuovo, imboccando
una stradina con poche case. Sciaf. Sciaf. - Conquistare il
padre di Belissa, che continua a odiarmi. Convincere mio
fratello minore a non essere cos imbecille. Imparare a ripararmi
la macchina.
- Wow. Questo s che  un bell'elenco.
- Te l'ho detto. Sono bravissimo a far male le cose.
Gli lanciai un'occhiata mentre arrivavamo a un altro stop.
- Quindi non ti scoraggi mai.
- Be', capita - rispose. - Fallire non  certo piacevole.
Ma  sempre meglio dell'alternativa.
- Cio?
- Non provarci nemmeno. - In quel momento mi guard
dritto in faccia. - La vita  breve, sai?
Non avevo mai incontrato Abe. N sentito molto sul
suo conto, a parte le poche cose che mi avevano raccontato
Maggie e Leah. Ma all'improvviso mi sembr di sentirlo
vicino. Seduto sul mio stesso sedile, a spasso insieme a noi.
Forse c'era sempre stato.
Eli prese un'altra curva e mi accorsi che eravamo nel quartiere
di mio padre, le villette intorno di colpo familiari. Ci
stavamo avvicinando a casa sua, ed era dalla mia parte, per
giunta. Doveva essere un segno. Allungai il braccio e presi
un giornale dalla pila in mezzo a noi. - Ok - annunciai.
- Questo  mio.
Portai indietro la mano, cercando di usare il gomito come
leva cos come avevo visto fare a Eli, e quella volta mirai
non al vialetto ma alla veranda. Eravamo sempre pi vicini,
e al momento giusto lanciai il quotidiano, rimasi a osservarlo
descrivere un ampio arco sopra il prato... prima
di atterrare con un tonfo sul finestrino della Prius di Heidi.
Eli fren delicatamente. - So che sei di famiglia - disse
- ma bisogna rimediare.
Scesi dall'auto - di nuovo - e dopo aver recuperato il
giornale me lo infilai sottobraccio. Poi salii pian piano sulla
veranda e, cercando di non fare rumore, mi chinai e lo appoggiai
perfettamente al centro del tappetino. Fu allora che
sentii la voce di mio padre.
- ...  proprio questo che intendo! Volevo darti quello
che desideravi. Ma quello che desidero io?
Mi allontanai dalla porta, scendendo un gradino e buttando
un occhio all'orologio. Erano quasi le tre. Decisamente
troppo tardi per essere ancora alzati, a meno che non stesse
succedendo qualcosa di brutto.
- Stai dicendo che non vuoi la bambina? - chiese Heidi.
La sua voce era stridula, tremante. - Perch se  cos...
- Non si tratta della bambina.
- E di cosa allora?
- Delle nostre vite - rispose con tono stanco. - E di
come siano cambiate.
- L'hai gi fatto, Robert. Due volte. Sapevi cosa significasse
avere un neonato in casa.
- All'epoca ero un bambino anch'io! Ora sono pi grande.
 diverso. Non ...
Silenzio. Sentivo solo la macchina di Eli, il motore che
scoppiettava alle mie spalle.
- ... quello che mi aspettavo - fin mio padre. - Vuoi
la verit, eccola. Non ero pronto a tutto questo.
Tutto questo. Un termine tondo e onnicomprensivo, ampio
come l'oceano - quello vero - che rumoreggiava in lontananza.
Ma nonostante quella vastit, era impossibile dire
con certezza cosa o chi vi fosse incluso. Forse davvero tutto.
- Questa  la tua famiglia - afferm Heidi. - Che tu
sia pronto o no, Robert.
Mi tornarono in mente tutti i giochi per le stradine del
quartiere a cui non avevo mai partecipato, ma di cui comunque
conoscevo le regole. Nascondino: chiunque sia la persona
che sta sotto, quando arriva a zero - che tu sia pronto
o no - viene a cercarti. Se si avvicina, non puoi fare altro
che restare immobile e sperare che non ti scopra. Se invece
succede, non hai possibilit di scampo. Il gioco  finito.
Sentii che mio padre iniziava a ribattere, ma ormai non
ero pi una bambina e non ero costretta a restare ad ascoltare.
Potevo andarmene, scomparire nella notte, altrettanto
vasta, ampia e onnicomprensiva, ricca di posti in cui nascondersi.
E cos feci.
* * *
- Scusa il casino - disse Eli allungando la mano nella stanza
buia per schiacciare l'interruttore. - I lavori di casa sono
un'altra delle cose in cui ho fatto fiasco.
In realt il suo appartamento era semplicemente spoglio.
Un'unica grande stanza con un letto da una parte e una solitaria
sedia di legno pi televisore dall'altra. La cucina era
minuscola, i ripiani vuoti, fatta eccezione per una macchina
del caff con una scatola di filtri accanto. Apprezzai comunque
il suo tentativo di far finta di niente, se non altro
perch significava non dover parlare del mio comportamento
da mezza matta di qualche minuto prima.
Pensavo di star bene mentre, camminando all'indietro
sul prato gi bagnato di rugiada, mi allontanavo da casa
di mio padre per tornare al furgone. Oppure mentre salivo
e prendevo un altro giornale da tirare. Ma poi Eli aveva
chiesto: - Ehi, tutto a posto? - e un istante dopo, senza
sapere come, non era pi cos.
 sempre imbarazzante piangere davanti a un'altra persona.
Ma scoppiare in lacrime davanti a Eli fu addirittura
umiliante. Forse per via di come rimase seduto in silenzio
mentre io singhiozzavo e tiravo su con il naso. O per come,
un attimo dopo, riprese a guidare e a lanciare giornali mentre
io guardavo dal finestrino cercando di calmarmi. Quando
accost nel vialetto buio di una casa verde, a un isolato
dalla passeggiata, mi ero ormai ripresa abbastanza e stavo
gi cominciando a pensare a un modo per minimizzare
la faccenda. Stavo pensando di dare la colpa a una sindrome
premestruale improvvisa o magari allo sconforto per la
mia totale incapacit nel consegnare giornali, ma prima che
potessi aprire bocca, lui spense il motore e apr la portiera.
- Forza - disse. Poi scese e io rimasi l un attimo a osservarlo
mentre saliva una stretta rampa di scale accanto al
garage. Non si gir mai a controllare se lo seguissi. E forse
lo seguii proprio per questo.
In quel momento, chiuse la porta alle mie spalle e and
in cucina ad accendere la macchina del caff, lasciando cadere
le chiavi sul bancone. Solo quando inizi a diffondersi
nell'aria il profumo del caff, mi decisi a raggiungerlo.
- Accomodati - mi invit mentre si chinava a frugare
in frigorifero. - C' una sedia.
- Una e basta - commentai. - Cosa fai quando hai
ospiti?
- Non ho mai ospiti. - Si tir su e chiuse il frigo. Aveva
in mano un panetto di burro. - Di solito, cio.
Senza rispondere, lo osservai mentre tirava fuori dal mobile
una padella, ci metteva il burro e poi trasferiva il tutto
sul fornello. - Senti - cominciai mentre lui accendeva il
gas - quello che  successo...
-  tutto a posto-mi interruppe.-Non ne dobbiamo
parlare per forza.
Rimasi zitta un minuto, mentre lui scioglieva il burro facendo
roteare la padella. Era stato gentile a offrirmi quella
scappatoia, l'opportunit di passare oltre, e l per l pensai
che fosse un regalo da accettare, con gratitudine. Finch non
mi sentii dire: - Ti ricordi quando prima mi hai chiesto in
cosa avessi fallito?
Lui annu, continuando a ruotare la padella sul fuoco.
- S. La vita sociale, giusto?
- Gi - risposi - e anche tenere insieme i miei genitori.
Solo dopo averlo detto mi resi conto che era vero. Prima,
di fronte alla sua domanda, non avevo avuto un vuoto
di memoria, semplicemente pensavo di non riuscire a dirlo.
Almeno finch non avevo sentito il litigio tra mio padre
e Heidi e non mi erano piombati addosso i ricordi: le cene
cariche di frecciate, l'atmosfera sempre pi tesa man mano
che passavano le ore e si avvicinava per me il momento di
andare a letto. Il modo in cui avevo imparato ad allungare
la notte restando sveglia e vigile per tenere a bada ci
che pi mi spaventava. Ma non aveva funzionato. N allora,
n adesso.
Battei le palpebre, sentendo una lacrima che mi scendeva
lungo la guancia. Tre anni di stoicismo estremo mandati
all'aria in una notte. Altro che umiliazione.
- Ehi. Auden.
Alzai gli occhi e vidi che Eli mi stava fissando. A un certo
punto aveva tirato fuori una confezione di Rice Krispies
e cos, anzich guardare lui, mi concentrai sulle facce allegre
dei tre ragazzini raccolti intorno a una grande tazza
di cereali. - Scusa - dissi, visto che nonostante la distrazione
offerta da quel disegno continuavo a piangere.
-  solo che... Di solito non ci penso, ma quando sono
andata a portare il giornale e loro stavano litigando mi 
sembrato...
Appoggi la scatola e si piazz sull'altro lato del bancone
al centro della cucina. Non cerc un contatto fisico. Si limit
a starmi vicino e a chiedere: - Chi  che stava litigando?
Deglutii. - Mio padre e Heidi. Ci sono stati un po' di alti
e bassi con l'arrivo di Isby, e ho l'impressione che stasera sia
scoppiato il finimondo.
Oddio, stavo ancora piagnucolando. La mia voce, tutta
strozzata, usciva a singhiozzi. Eli replic: - Il fatto che
due persone litighino non significa che stiano per lasciarsi.
- Lo so.
- Cio, a volte i miei lo facevano. Come dire, allentava
la tensione. Dopo andava sempre meglio.
- Io conosco mio padre, per - osservai. - Gliel'ho
gi visto fare.
- La gente cambia.
- No, non cambia - ribattei. Alla fine mi decisi a guardarlo.
Occhi verdi, ciglia lunghe. Faccia tormentata, ma non
come un tempo. - A volte no.
Mi guard, immobile, e in un lampo vidi noi due in quel
piccolo appartamento ricavato da un garage, nel cuore della
notte. Dall'alto, uno sconosciuto in aereo non avrebbe
visto che una lucina nel buio, senza intuire nulla delle vite
che si svolgevano l, nella casa accanto e in quella successiva.
Succedevano cos tante cose al mondo, giorno e notte,
ora dopo ora. Non c'era da meravigliarsi se eravamo programmati
per dormire, se non altro per estraniarci da tutto,
ogni tanto.
Dal fornello arriv uno scoppiettio improvviso, al che
Eli si volt. - Ops - esclam, tornando alla padella e
togliendola dal fuoco. - Un secondo, aspetta che finisco
qui.
Mi sfregai gli occhi, cercando di rimettermi in sesto.-A
proposito, cosa stai combinando?
- Dolcetti di riso soffiato.
Era cos strano, cos assurdo, che quasi sembrava normale.
Come tutto ci che era successo quella notte. Eppure mi
sentii in dovere di chiedere: - Perch?
- Perch  quello che faceva mia madre quando le mie
sorelle piangevano. - Mi lanci un'occhiata. - Non lo so.
Te l'ho detto, non ho mai ospiti. Eri triste e mi sembrava...
Lasci la frase in sospeso e io mi guardai intorno, esaminando
quel letto spoglio, quella sedia solitaria. La luce fuori
dalla porta, gialla e brillante, accesa tutta la notte.
- ... perfetto - finii al posto suo. -  perfetto.
* * *
Ovviamente nulla  davvero perfetto. Ma quei dolcetti preparati
da Eli ci andavano molto vicino. Ne mangiammo
met padella mentre ci dividevamo il bricco di caff, usando
l'unica sedia come tavolo, seduti l'uno di fronte all'altra
sul pavimento.
- Allora, fammi indovinare - dissi appoggiando la tazza
per terra, accanto ai miei piedi. - Sei un minimalista.
Si guard in giro, poi riport gli occhi su di me. - Credi?
- Eli - replicai. - Hai un'unica sedia.
- Gi. Ma solo perch dove stavo prima tutti i mobili
erano di Abe.
Sentirgli pronunciare quel nome dopo tutto quel tempo
mi sorprese, mi fece quasi trasalire. Decisi di bere un altro
sorso di caff. - Ah.
- Gi. - Si mise comodo e stacc dei chicchi che erano
rimasti appiccicati al bordo della padella. - Appena vinceva
qualche soldo con le gare in bici, si metteva ad arredare
casa. E comprava cose stupidissime. Una tv enorme, un
pesce canterino...
- Un pesce canterino?
- Sai, quegli aggeggi di plastica da appendere al muro,
che quando ci passi davanti iniziano a cantare un motivo
di cinquantanni fa? - Mi limitai a guardarlo. - Ok, non
lo sai. Considerati fortunata. Il nostro era pi o meno al
centro dell'appartamento. L'aveva messo proprio accanto
alla porta, perci scattava di continuo e dovevi ascoltarlo
per forza.
Sorrisi. - Interessante.
- Non  la parola che avrei scelto io. - Scosse la testa.
- In pi aveva insistito per comprare delle enormi poltrone
a sacco. Io volevo un semplice, normalissimo divano. E
invece no. Abbiamo dovuto prendere quegli stupidi aggeggi
in cui si sprofondava. Nessuno riusciva mai a rimettersi
in piedi da solo. Ci toccava sempre aiutare la gente a tirarsi
su, era come dover prestare soccorso.
- Ma dai!
- Dico sul serio. Era ridicolo. - Sospir. - E poi c' stata
la storia del materasso ad acqua. Diceva che ne aveva sempre
voluto uno. Anche quando cominci a perdere e a fargli
venire un mal di schiena pazzesco, non volle ammettere
che era stato un errore. Devo aver rovesciato qualcosa
diceva, oppure: Mi sono stirato un muscolo l'ultima volta
in bici. Andava in giro zoppicando come un vecchietto e
si lamentava in continuazione. Di notte sentivi solo lui che
si girava e rigirava per trovare una posizione comoda. Era
uno sciabordio infinito.
Risi, riprendendo la tazza. - E poi cosa  successo? Alla
fine ci ha rinunciato?
- No - rispose. -  morto.
Lo sapevo gi, certo. Ma sentirlo dire in quel modo fu
uno shock tremendo, un altro. - Scusa - dissi. - Non...
- Vedi,  proprio questo il punto. - Si tir indietro,
scuotendo la testa. - Tutti hanno sempre voglia di raccontare
storie su storie. Dal funerale in poi, la gente non ha fatto
altro. Oh, ti ricordi questo, e quest'altro, e che ne dici di
questo? Ma il finale  sempre lo stesso. Lui muore. Non pu
essere diversamente. Quindi perch affannarsi tanto?
Restammo in silenzio un istante. - Probabilmente - replicai
alla fine - per alcuni  un modo di ricordare. Raccontare
aneddoti ti fa sentire pi vicino a chi non c' pi.
- Io non ho questo problema - mormor. - Io mi ricordo.
- Lo so.
- E a proposito di fare fiasco... - sollev gli occhi e incroci
il mio sguardo - ... pensa cosa si prova a essere quello che guidava. Quello che si  salvato.
- Eli - mormorai. Cercai di tenere la voce bassa, regolare,
simile alla sua quando prima mi aveva rassicurato.
- Non  stata colpa tua.  stato un incidente.
Scosse il capo. - Forse. Ma il fatto  che io sono qui e
lui no. E lo sanno tutti quelli che incontro - i suoi genitori,
la sua ragazza, i suoi amici. Questa  l'unica certezza. Ed 
uno schifo.
- Sono sicura che non ti considerano responsabile.
- Non ce n' bisogno. - Abbass gli occhi sulla sua tazza,
poi li rialz su di me. - Da quando  successo, non faccio
altro che riavvolgere il tempo all'indietro. E se fossimo
andati via dalla festa prima, o dopo? Se avessi visto un istante
prima l'auto che veniva verso di noi senza fermarsi? Se
alla guida ci fosse stato lui anzich io? Ci sono un milione
di variabili e se anche una fosse stata diversa... magari lo
sarebbe anche tutto il resto.
Rimanemmo in silenzio ancora un attimo. Poi azzardai:
- Non puoi tormentarti cos, per. Rischi di impazzire.
Mi rivolse un sorrisetto. - Non me ne parlare.
Feci per dire qualcosa, ma lui si era gi alzato in piedi per
prendere il vassoio e riportarlo in cucina. In quel momento
sentii un colpo, poi un altro, dalla parete accanto al letto.
Mi alzai e accostai l'orecchio, per ascoltare.
- Sono i McConner - spieg Eli dalla cucina.
- Chi?
Mi venne vicino. - I McConner. Sono i miei padroni di
casa. La camera del figlio confina con questa stanza.
- Oh - mormorai.
- Di solito si sveglia una o due volte per notte. Chiede
l'acqua, sai, la solita storia. - Eli si sedette sul letto
facendo scricchiolare le molle. - Se c' molto silenzio, riesco a
sentire ogni parola.
Mi piazzai accanto a lui, tendendo l'orecchio. Ma riuscii
a distinguere solo due voci che bisbigliavano: una alta, l'altra
pi bassa. Mi ricordavano le onde di Heidi, un lieve, costante
sottofondo.
- Da piccolo lo facevo anch'io - ammise Eli. Stavamo
sussurrando tutti e due. - Mi svegliavo e chiedevo l'acqua.
Me lo ricordo ancora.
- Io no - raccontai. - I miei dovevano dormire.
Lui scosse la testa, poi si stese sul letto, incrociando le braccia
dietro la testa. Dall'altra parte del muro proseguivano le
trattative: la voce pi alta cresceva, insistente, l'altra rimaneva
regolare. - Pensavi sempre a loro, eh?
- Pi o meno.-Soffocai uno sbadiglio, poi buttai un occhio
all'orologio. Erano le quattro e mezzo, all'incirca l'ora
in cui tornavo a casa. Quelle voci non la smettevano e mentre
le ascoltavo, scivolai accanto a Eli, appoggiandogli la testa
sul petto. La sua maglietta era morbida e profumava del
detersivo che gli avevo visto usare in lavanderia.
-  tardi - dissi piano. - Dovrebbe mettersi a dormire.
- Non  sempre cos facile. - Parlava a voce bassa, calma,
e mi sfior la testa con le labbra, delicatamente.
In cucina la luce era ancora accesa, ma si smorz appena
chiusi gli occhi. Intanto i mormorii continuavano. Shh, shh,
va tutto bene, ero sicura di aver sentito dire. O forse era solo
la voce nella mia testa, il mio mantra. Shh, shh. - Non  stata
colpa tua - mormorai a Eli, la mia voce roca nelle mie
stesse orecchie. - Non hai nulla da rimproverarti.
- Nemmeno tu - rispose. Shh. Shh.  tutto a posto.
Era tardi. Tardi per i bambini, tardi per chiunque. Sapevo
che avrei dovuto alzarmi, scendere le scale e cercare la
strada di casa, ma sentivo che stava per succedere qualcosa.
Una sensazione intensa e avvolgente. Era passato cos tanto
tempo dall'ultima volta che era successo che per un attimo
una parte di me si spavent e cerc di opporsi, di restare
vigile. Ma prima che potesse avere la meglio, rotolai su
un fianco e mi strinsi ancora di pi a Eli. Sentii la sua mano
salire verso il mio viso e poi mi abbandonai al sonno.
* * *
Quando mi svegliai la mattina dopo, erano le sette e mezzo
ed Eli stava ancora dormendo. Mi cingeva la vita con il
braccio, il suo petto si muoveva lentamente su e gi, su e
gi, sotto la mia guancia. Chiusi di nuovo gli occhi, cercando
di riprendere sonno, ma in alto filtrava la luce, segno che
la giornata era gi iniziata.
Mi spostai con delicatezza per alzarmi, ma poi per qualche
secondo rimasi l a guardare il suo viso, rilassato e sognante.
Sapevo che dovevo salutarlo, ma non volevo che si
svegliasse. E poi non avevo idea di cosa scrivere sull'eventuale
biglietto che gli avrei lasciato per ringraziarlo di tutto
quello che aveva fatto per me la notte prima. Alla fine feci
la cosa pi vicina a un grazie: riempii d'acqua la macchina
del caff, misi la polvere in un filtro nuovo e schiacciai
l'interruttore. Quando sgattaiolai fuori e scesi i gradini che
portavano in strada, sentivo gi il profumo.
Era una stupenda mattina da posto di mare, gi luminosa
e soleggiata, resa ancora pi splendida dall'effetto benefico
di una vera dormita notturna. Mentre percorrevo i quattro
isolati che mi separavano da casa, gioii come non mai
dell'aria salmastra, della bellezza delle rose rampicanti cresciute
a ridosso di una siepe, persino della simpatia di una
donna in bici, un'anziana signora con una lunga treccia che
indossava un'assurda tuta da jogging arancione e fischiettava
tra s e s. Ricambi il mio sorriso e mi salut con la
mano mentre imboccavo il vialetto.
Ero cos assorta nei miei pensieri - la notte, la dormita, la
mattina - che non vidi mio padre finch non gli finii quasi
addosso. Eccolo gi l nell'ingresso di mattina presto, lavato
e vestito.
- Ehi - esclamai. - Hai fatto una levataccia. Ti ha colto
l'ispirazione o cosa? Gi pronto a iniziare un altro libro?
Lanci un'occhiata su per le scale. - Ehm - mormor.
- Non esattamente. In realt stavo... sto uscendo.
- Oh. - Mi bloccai. - Dove vai? Al campus?
Pausa. Proprio allora, in quell'attimo di silenzio un po'
troppo lungo, ebbi il primo sospetto che ci fosse qualcosa
di strano. - No. Sto andando in albergo per un paio di notti.
- Deglut, poi si guard le mani. Aveva la faccia stanca.
- Io e Heidi... dobbiamo risolvere alcune faccende e abbiamo
deciso che  meglio cos. Per ora.
- Te ne stai andando? - Anche quella parola suonava
strana, pronunciata a voce alta.
-  solo una soluzione temporanea. - Prese una boccata
d'aria e poi espir. - Fidati,  meglio cos. Per la bambina,
per tutti. Star al Condor, possiamo continuare a vederci
tutti i giorni.
- Te ne stai andando? - ripetei. Ancora strana.
Si chin a raccogliere la borsa accanto alle scale che mi
era sfuggita fino a quel momento. -  complicato - disse.
- Dacci solo un po' di tempo. Ok?
Rimasi l ammutolita mentre andava alla porta e la apriva.
Avevo finalmente l'opportunit di dire tutto quello che
due anni prima mi ero tenuta dentro, l'occasione d'oro per
rimediare. Avrei potuto chiedergli di ripensarci, di considerare
le alternative. Di rimanere. Eppure non mi usc niente.
Niente. Mi limitai a guardarlo andare via, di nuovo.
Restai a lungo immobile, convinta che fosse uno scherzo.
Solo dopo averlo visto uscire dal garage, abbassare l'aletta
parasole e allontanarsi, andai alla porta e chiusi la serratura.
Al piano di sopra, la camera di Heidi era chiusa ma mentre
passavo davanti alla stanza di Isby sentii un rumore. In
un primo momento pensai che fosse un accenno di pianto.
Rimasi in ascolto e dopo qualche secondo capii che non era
cos. Aprii titubante la porta e sbirciai dentro. Isby era nella
sua culla e fissava i pupazzetti appesi sopra di lei, agitando
le braccia. Non piangeva. Non strillava. Anche se sarebbe
stato perfettamente normale, soprattutto quel giorno. Lei,
per, si limitava a mormorare con dei versetti.
Mi avvicinai e, sporgendomi oltre il bordo della culla, abbassai
lo sguardo. Per un attimo lei continu a tirare calci,
concentrata sul soffitto, ma poi all'improvviso mi guard.
La sua espressione si rilass, trasformandosi in qualcosa di
completamente nuovo e straordinario. Un sorriso.

 CAPITOLO 13.

- Non volevo neanche chiamarti - sentii dire Heidi.
- Ero pronta per un "te l'avevo detto".
Ero rimasta in camera mia per tre ore, cercando invano di
riaddormentarmi. Mentre ero l sdraiata, mi era solo riuscito
di rivivere quello che era accaduto: il risveglio felice con
Eli, la passeggiata verso casa e la partenza a sorpresa di mio
padre, parte seconda. Ma di tutte quelle immagini era il sorriso
di Isby, cos dolce e inaspettato, a essermi rimasto pi
impresso. Ogni volta che chiudevo gli occhi per cercare di
dormire, non vedevo altro.
- No, non proprio - continu Heidi.-Non ti biasimerei.
Che casino. Ancora non riesco a crederci.
Superai il tavolo a cui era seduta con la bambina in
braccio e andai al mobile per prendere una tazza. Fuori
la giornata era luminosa e soleggiata, splendida come tutte
le altre.
- Ehi - disse di colpo Heidi, lanciandomi un'occhiata
- ti richiamo dopo. No, te lo prometto. Ok, allora chiamami
tu. Dieci minuti. D'accordo. Ciao.
Riagganci e rimase a osservarmi, lo sentivo, mentre mi
versavo il caff. - Auden-disse alla fine - ti dispiace sederti
un secondo? Ehm... devo parlarti di una cosa.
Aveva un tono cos triste e preoccupato che quasi non
riuscivo a sopportarlo. -  tutto a posto, lo so gi - annunciai,
voltandomi. - Ho parlato con pap.
- Oh. - Deglut riabbassando gli occhi sulla bambina.
- Bene. Cosa ti ha...
All'improvviso Isby lanci un gridolino. Invece di piangere,
per, affond il viso nel petto di Heidi chiudendo gli occhi.
- Ha detto che dovete risolvere alcune questioni - risposi.
- E che star al Condor per un po'.
Annu con aria addolorata. - Comunque tu stai bene?
- Io? - chiesi. - Sto bene, s. Perch non dovrei?
- Be', deve essere un po' destabilizzante, immagino -
rispose. - Per... possiamo parlare in qualsiasi momento,
d'accordo? Se hai delle domande o qualcosa che ti preoccupa...
- Sto bene - ripetei. - Sul serio.
In quell'istante si sent un ronzio: il cellulare di Heidi. Lei
lo guard di sfuggita, poi sospirando se lo port all'orecchio.
- Pronto? - disse. - S, Elaine. No, no, ho ricevuto
il tuo messaggio,  solo che... Come stai? Ok. Certo. Be', a
essere sincera, non ho ancora avuto molto tempo per pensare
alla festa...
Si alz, sistemandosi meglio Isby in braccio, e and alla
portafinestra senza smettere di parlare. Io rimasi seduta a
pensare a mio padre che si allontanava in macchina, alla
sensazione di aver sprecato la possibilit di rimediare. Forse
certe cose non potevano cambiare n aggiustarsi, nemmeno
con il passare del tempo.
Un attimo dopo Heidi torn in cucina e appoggi il telefono
sul bancone. - Era Elaine, la responsabile dell'ente locale
per il turismo - raccont con voce piatta. - Vuole un
tema per la festa in spiaggia e lo vuole subito.
- La festa in spiaggia? - chiesi.
-  un evento annuale che si tiene alla fine dell'estate -
mi spieg mentre tornava a sedersi. - Si organizza in una
grande sala lungo la passeggiata. Vendiamo i biglietti, partecipano
tutti i negozianti,  l'ultima grande iniziativa della
stagione. E non so perch, ma sono sempre io che mi offro
di organizzarlo.
- Ah, s?
-  puro masochismo. - Scosse il capo. - Comunque,
l'anno scorso ho puntato sul tema dei pirati e non 
venuta male. L'anno prima me l'ero cavata con una cosa
in stile Rinascimento. Ma quest'anno... Cio, cosa mi invento?
In questo momento non sono proprio dell'umore
adatto.
La osservai accarezzare la guancia di Isby, poi rimboccarle
la copertina. - Ti verr di sicuro in mente qualcosa.
Proprio allora le squill di nuovo il cellulare. Lo prese
e se lo sistem tra l'orecchio e la spalla. - Ciao, Morgan.
No, tutto bene. Ho appena parlato con Elaine. - Sospir,
scuotendo la testa. - Lo so. E te ne sono grata. Solo che...
Mi sembra incredibile, sai? L'anno scorso, in questo periodo,
non desideravo altro che rimanere incinta di Robert
e ora...
Trattenne il fiato, poi si copr il viso con la mano mentre
la persona all'altro capo della linea iniziava a parlare con
voce bassa e tranquillizzante. Spinsi indietro la sedia e portai
la tazza al lavello. Ancora una volta mi ritrovavo spettatrice
di qualcosa che di fatto non conoscevo n capivo. A
lasciarmi pi perplessa, per, furono la tensione e il groppo
in gola che sentii all'improvviso. Infilai la sedia sotto il tavolo e sgattaiolai fuori dalla stanza, nell'ingresso, ripensando
a mio padre che usciva da quella stessa porta con una borsa
in mano. Era terribile essere abbandonati. Potevi andare
avanti, fare del tuo meglio, ma come aveva detto Eli, una
fine era una fine. A prescindere da tutte le pagine di frasi e
dai paragrafi delle grandi storie che la precedevano, avrebbe
sempre avuto l'ultima parola.
* * *
Due ore dopo, quando uscii di casa, sia Heidi che la bambina
stavano dormendo. Poteva quasi sembrare una casa
serena.
Io, per, mi sentivo completamente scombussolata, il che
non aveva senso visto che, primo, Heidi non era mia madre
e, secondo, quando la stessa cosa era successa anni prima
con i miei, l'avevo vissuta bene. Certo, ero stata delusa
e anche un po' triste, ma da quanto mi ricordassi mi ero
adattata abbastanza in fretta alla nuova situazione. Insonnia
a parte, ovvio, ma del resto ne soffrivo gi da tempo.
Quello che non ricordavo, invece, era la strana e persistente
sensazione di panico che mi aveva assalita mentre guardavo
mio padre allontanarsi in macchina. Era la stessa inquietudine
che sentivo verso mezzanotte, sapendo di avere
davanti ancora moltissime ore e di dover trovare un modo
per riempirle, la certezza del lento scorrere del tempo fino
alle prime luci del giorno.
Grazie al cielo avevo del lavoro da sbrigare. Non ero mai
stata tanto felice di andare al negozio, in quel momento affollato
di clienti impegnate nella corsa agli acquisti del tardo
pomeriggio. Maggie, occupata a dare consigli a madre
e figlia su un paio di pantaloncini di jeans, mi salut mentre
andavo in ufficio, afferrando ricevute e fatture. Una volta
dentro, chiusi la porta, accesi la luce e mi preparai a concentrarmi
sui numeri fino all'ora di chiusura. Ero appena
riuscita a perdermi nel registro degli assegni quando mi
squill il telefono.
Mamma. Fissai lo schermo, il piccolo cellulare che vibrava
al ritmo degli squilli. Per un attimo pensai di rispondere
e raccontarle tutto. Poi, altrettanto rapidamente, mi resi
conto che era una pessima idea. Per lei sarebbe stata una
gioia pari a Natale e compleanno messi insieme, e io non ce
l'avrei fatta a sopportare la sua soddisfazione. E poi il giorno
prima mi aveva attaccato il telefono in faccia lasciandomi
chiaramente intendere che non le interessasse conoscermi.
Ora avevo tutto il diritto di mantenere le distanze finch
mi andava di farlo.
Per le due ore successive mi immersi nella contabilit di
Heidi, grata pi che mai per l'affidabilit e la costanza di
numeri e calcoli. Quando finii con il registro e il libro paga,
rivolsi l'attenzione alla scrivania, ingombra di roba fin dal
mio primo giorno di lavoro. Mi sembrava quasi di sentire
scendere la pressione sanguigna man mano che mettevo in
ordine le penne di Heidi, buttavo via quelle che non funzionavano
e verificavo che tutte avessero il tappo ben infilato
e la punta all'ins nella loro tazza rosa. Poi passai al
cassetto in alto, riordinai fogli di vario genere, sistemai in
pile precise i biglietti da visita sparsi qua e l e raccolsi tutti
i fermafogli in una scatola di cerotti vuota trovata l vicino.
Stavo per affrontare l'altro cassetto quando bussarono
alla porta e Maggie fece capolino.
- Ehi - disse. - Esther sta andando alla caffetteria,
vuoi qualcosa?
Mi infilai la mano in tasca e tirai fuori il portafogli.
- Caff grande, triplo espresso.
Sgran gli occhi. - Wow. Vuoi stare in piedi tutta la notte
o cosa?
- No - risposi. - Sono solo... un po' stanca.
Annu passandosi una mano tra i capelli. - Ti capisco.
Stamattina, come prima cosa, mia madre ha iniziato a rompere
con i moduli sulla compagna di stanza. A quanto pare,
vuole che spedisca subito le mie preferenze perch ha paura
che altrimenti non avremo abbastanza tempo per coordinare
a dovere le nostre lenzuola. Come se potesse interessare
a qualcun altro.
Mi torn in mente mia madre, i suoi modi stringati quando
avevo osato mettere in discussione la sua scelta del Programma
Pembleton. -  di questo che si preoccupa?
- Si preoccupa di tutto - rispose Maggie con un gesto
della mano. - Per come la vede lei, se qualcosa della mia
vita all'universit dovesse andare minimamente storto, sarebbe
una tragedia senza precedenti.
- C' di peggio, per - replicai - non credi?
Sospir. - Tu non conosci mia madre. Per lei non sono
mai abbastanza.
- In che senso?
- Abbastanza femminile - spieg - perch avevo la
passione delle bici da fuoristrada. Abbastanza socievole,
perch durante il liceo ho avuto solo un ragazzo e non mi
"davo da fare". Ora non sono abbastanza interessata all'universit.
E non  nemmeno iniziata!
- Non me ne parlare - sospirai. - Anche mia madre
mi tormenta con la storia dell'alloggio. Solo che lei vuole
che mi iscriva a un programma dove non si fa altro che studiare
ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette,
e in nessun caso  consentito divertirsi.
- Davvero?
Annuii.
- Mi ci dovrei iscrivere io. Mia mamma darebbe di matto.
Sorrisi. Poi ci fu uno scampanellio alla porta e lei abbass
gli occhi sui soldi che reggeva in mano. - Caff grande,
triplo espresso - ripet. Annuii. - Riferisco a Esther.
- Grazie.
La porta si richiuse con uno scatto e io aprii il secondo
cassetto della scrivania. Dentro c'era una pila di vecchi
registri degli assegni con sopra un paio di blocchi coperti
di scarabocchi. Mentre li tiravo fuori, riconobbi con
un'occhiata la scrittura di Heidi. C'erano elenchi degli articoli
in inventario, numeri di telefono vari e, qualche pagina
dopo, questo:
Caroline Isabel "West
Isabel Caroline West
Emily Caroline West
Ainsley Isabel West
Ogni variante era scritta con cura: si sentiva quasi la determinazione
con cui le aveva appuntate una per una. Ripensai
al giorno in cui aveva ammesso di non condividere
il nome Thisbe, e alla fretta con cui io e mia madre l'avevamo
giudicata per averlo accettato lo stesso. Mio padre era
egoista. Otteneva quello che voleva, e neanche gli bastava.
Chiusi il blocco, lo scansai e continuai a scavare nel cassetto.
C'erano diverse fatture, che misi da parte per poi archiviarle
correttamente, un volantino della festa in spiaggia
dell'anno prima - All'arrembaggio! - e, in fondo, un mazzo
di fotografie. Heidi tutta sorridente davanti a una parete
bianca con un pennello intinto di rosa. Ancora Heidi in
posa davanti alla porta d'ingresso, sotto l'insegna ad arco
di Clementine's. E infine, l'ultima del mazzo, un'immagine
di lei e mio padre. Erano sulla passeggiata, lei con un vestito
bianco, il pancione tondo e pieno, lui le cingeva la vita
con il braccio. La data impressa sotto indicava i primi di
maggio, solo qualche settimana prima della nascita di Isby.
- Auden?
Trasalii. In qualche modo Esther era riuscita a infilarsi oltre
la porta alle mie spalle. - Oh - mormorai abbassando
lo sguardo sul cassetto e sul suo contenuto sparso sul ripiano
della scrivania - stavo solo...
- La tua dose di caffeina - annunci. Mi stava tendendo
il bicchiere quando, all'improvviso, le sfrecci dietro un oggetto
indistinto. Qualcosa di rosso, che poi and a sbattere
con una botta fragorosa contro la parete in fondo al corridoio.
- Ehi! - strill Esther, girata verso la porta. - Che accidenti
era?
- Secondo te? - url in risposta una voce maschile, verosimilmente
Adam.
Lei spalanc la porta nell'istante preciso in cui un pallone
rosso rotolava lentamente nella direzione opposta, tornando
verso l'area clienti. - Oh, mio Dio. Sul serio?
- Esatto - grid Adam. - Kickball. Stasera. Preparatevi
a inzupparvi.
- E chi l'ha deciso? - sentii dire a Maggie.
- Secondo te?
Esther usc in corridoio e raccolse il pallone. - Certamente
non Eli.
- E invece s.-Sentii un rumore di passi, poi Adam entr
nel mio campo visivo con le mani tese. Esther gli restitu il
pallone e lui mi fece un cenno con la testa.-Oggi  arrivato
tardi in negozio con questa sottobraccio. Sembrava allegro.
- Davvero?
- Gi. Siamo rimasti tutti sconvolti. - Fece rimbalzare la
palla. - Ma lui era serio. Prima partita della stagione, stasera
dopo la chiusura. Il sorteggio per la seconda base comincia
alle dieci e cinque spaccate.
- Oddio - gemette Maggie, raggiungendoli in corridoio.
- Se mi tocca stare in seconda base, non gioco.
- Questo - comment Adam, indicandola -  un atteggiamento
da cagasotto.
- L'ultima volta mi sono ritrovata fradicia! - protest lei.
- L'ultima volta  stata pi di un anno fa. Coraggio! Eli
si sta finalmente riprendendo. Il minimo che tu possa fare
 bagnarti un po'.
-  gi un miracolo che abbia deciso di giocare - comment
Esther. - Chiss cos' successo.
Stavo per rigirarmi verso la scrivania e prendere un altro
sorso di caff quando intercettai lo sguardo di Maggie.
- Chi lo sa - rispose Adam. - Prendiamo la cosa come
viene e diamoci una mossa. Ci si vede alle dieci!
E, detto questo, spar palleggiando. Esther sospir e lo segu.
Maggie, invece, mentre riponevo tutto con cura nel cassetto,
le foto in cima al resto, continu a fissarmi. - Ehi -
disse. - Tutto ok?
- S - risposi. - Sto bene.
In teoria avrebbe dovuto essere vero. Dopotutto io ed Eli
avevamo passato la notte insieme e lui si era svegliato con
un modo nuovo di affrontare la vita. Avrei dovuto lasciarmi
trasportare dalla corrente, essere felice e pronta pi di
chiunque altro a lanciarmi nel kickball, specialmente ora
che giocava anche lui. Eppure, passato il ballo delle nove,
mi sentivo crescere una stretta allo stomaco.
Alle dieci in punto, Maggie comparve sulla soglia dell'ufficio
con le chiavi in mano. - Forza - esclam. - Tra cinque
minuti sorteggiano chi sta in seconda base e, fidati, 
meglio evitarlo. Giochi praticamente in acqua.
- Oh - mormorai - a dire la verit, mi sa che mi fermo
di pi stasera. Devo finire il libro paga e archiviare un
po' di roba...
Guard prima me, poi le penne in ordine preciso nel bicchiere
accanto al mio gomito. - Sul serio?
- Gi. Vi raggiungo pi tardi.
- Pi tardi - ripet. Annuii e mi girai di nuovo verso
la scrivania. - D'accordo - aggiunse con voce pi piatta.
- Ti aspettiamo.
Finalmente se ne and e io mi affaccendai a etichettare
cartelline mentre lei ed Esther spegnevano le casse e uscivano.
Quando si chiusero la porta alle spalle, mi allontanai
con una spinta dalla scrivania. Dopo essere rimasta seduta
a far niente per un quarto d'ora, andai nel negozio ormai
buio e mi accostai alle vetrine.
Erano tutti radunati sulla passeggiata, vicino all'accesso
principale alla spiaggia. Maggie, Adam ed Esther erano sedute
su una panchina. Wallace e altri ragazzi del negozio
di bici che conoscevo di vista gironzolavano scambiandosi
battute: non appena spunt Leah, dissero qualcosa anche a
lei, che alz gli occhi al cielo e cominci a distribuire sberle
giocose prima che Maggie si scostasse per farle spazio. Si
aggregarono molte altre persone: alcune le conoscevo, altre
no. Quando all'improvviso il gruppo si compatt, convergendo
verso un unico punto, capii che era arrivato Eli.
Indossava la stessa felpa blu con il cappuccio che portava
la sera del nostro primo incontro e aveva il pallone rosso
sottobraccio. Con i capelli sciolti e scompigliati dal vento, si
avvicin facendo rimbalzare il pallone e, mentre lo riprendeva,
pass in rassegna il gruppo con lo sguardo. Quando
si volt verso Clementine's, mi allontanai dalla vetrina per
non farmi vedere.
Dopo qualche attimo di consultazione, furono organizzate
le squadre e prese le decisioni del caso. A giudicare dagli
sberleffi e dalle dita puntate contro di lui, Adam ebbe la peggio.
Poi tutto il gruppo si rivers sulla spiaggia: una met si
dispose vicino alle dune e l'altra si sparpagli in giro. Mentre
Adam prendeva posto sul bagnasciuga e si chinava per
arrotolarsi i pantaloni, Eli and al centro con il pallone in
mano. Stava giusto per effettuare il primo tiro quando mi
voltai e tornai in ufficio.
Un'ora dopo uscii dalla porta sul retro, attraversai un parcheggio
e due vicoli e finalmente sbucai vicino al Gas/Gro.
Avevo intenzione di andare a casa, anche considerato che
magari Heidi avesse bisogno di compagnia, ma poi mi ritrovai
a tornare verso la passeggiata e a sedermi su una panchina
davanti al Last Chance, ancora strapieno di gente, per
guardare la partita da lontano. Quando arrivai, era il turno
di Leah: scagli il pallone in acqua con un gran calcio e
il tipo che aveva dato il cambio a Adam in seconda base si
tuff a riprenderla.
- Auden?
Sobbalzai, poi mi girai lentamente, preparandomi al peggio.
Ovvio che Eli dovesse arrivarmi alle spalle di soppiatto,
proprio quando avevo fatto di tutto pur di starmene per
conto mio. Invece, voltandomi, vidi l'ultima persona che mi
sarei aspettata di incontrare: Jason Talbot, l'accompagnatore
che mi aveva dato buca al ballo di fine anno. Con indosso
una camicia e un paio di pantaloni color cachi, le mani
in tasca, mi sorrideva.
- Ehi - dissi. - Che ci fai qui?
Accenn alla tavola calda alle sue spalle. - Stavo finendo
di cenare. Era un quarto d'ora che stavo seduto l a
chiedermi se fossi tu, ma non ero sicuro. Non mi sembrava
di aver visto il tuo nome sull'elenco dei partecipanti alla
conferenza, ma...
- Conferenza?
- Il CFLU.  iniziato oggi. Perch, non sei qui per questo?
- Ehm - risposi. - No. Mio padre abita in zona.
- Oh. Ok. Be'... splendido.
Da met passeggiata arriv un boato improvviso. Guardammo
entrambi in quella direzione, appena in tempo per
vedere Maggie che correva ridendo verso una delle basi
mentre Adam iniziava ad arrancare in acqua. - Wow -
esclam Jason. - Kickball. Era da quando avevo otto anni
che non lo vedevo.
- Cos' il CFLU? - chiesi.
- Corso per Futuri Leader dell'Universit - rispose. - 
un mese di lezioni, seminari e simposi per future matricole
provenienti dalle scuole di tutto il paese. Dovrebbe dare ai
partecipanti le capacit e le competenze di cui avranno bisogno
per prendere le redini del campus fin dal primo giorno.
- Wow - commentai. Alle sue spalle risuonarono altre
grida di incitamento, ma quella volta le ignorai. - Sembra
fantastico.
- Oh, sono sicuro che lo sar. Ho gi conosciuto venti
persone di Harvard che si occupano di gestione del campus -
raccont. - Sai, dovresti farci un pensierino. So che
l'organizzazione studentesca non ti entusiasmava, ma 
un'ottima occasione per stabilire dei contatti. Puoi ancora
iscriverti e c' una marea di gente della Defriese.
- Non saprei - replicai. - Sono un po' occupata.
- Oh, non me ne parlare - replic Jason, scuotendo la
testa. - Ho preso i programmi dei corsi del primo semestre
e ho iniziato a leggere, ma  davvero impegnativo. Per
tutta la gente che ho conosciuto sta facendo la stessa cosa.
Annuii, anche se mi ero accorta che il cuore mi batteva
gi pi forte. - Non ne dubito - dissi.
- Non sento ripetere altro. Non si pu pi pensare di arrivare
belli tranquilli il primo giorno del semestre e partire
subito in quarta.
- Ah, s?
- Eh, gi. Bisogna prepararsi prima, e per bene.
- Anch'io ho cominciato a leggere - raccontai. - Cio,
tra il lavoro e il resto...
- Il lavoro? - Annuii. - Cosa fai? Un tirocinio? Un progetto
a sfondo sociale?
Pensai al mio ufficio da Clementine's con tutto quel rosa.
- No, ha pi a che vedere con il commercio. Lavoro per
una piccola azienda in fase di espansione, do una mano con
la contabilit e il marketing durante la transizione. Mi sembrava
un buon modo per sperimentare l'economia reale studiando
nel frattempo le tendenze pi ampie.
- Wow - esclam, annuendo. - Sembra davvero interessante.
Per ti consiglio di pensare lo stesso al CFLU. Cio,
gi che sei qui. Secondo me daresti un valido contributo
alla discussione.
Dalla spiaggia arriv un coro di grida seguito da uno scroscio
di applausi e risate. - Ci rifletter - risposi.
- Bene. - Jason sorrise. - Senti, forse  meglio se torno
alla cena. Eravamo nel bel mezzo di un dibattito sui pr
e contro delle classifiche di merito degli studenti e non me
lo voglio perdere.
- Certo - dissi. - Naturale.
Fece un passo indietro e poi si ferm. - Hai sempre lo
stesso numero? Perch magari nel periodo che sono qui potremmo,
che so, vederci. Giusto per aggiornarci, scambiarci
qualche idea.
Stavano lasciando tutti quanti la spiaggia. In testa vedevo
Maggie e Adam, bagnato fradicio, seguiti da Leah ed
Esther. - S - risposi. - Certo.
- Ottimo! - Sorrise di nuovo. - Allora ci vediamo presto.
Annuii. E poi, prima che potessi anche solo accennare
una reazione, si fece avanti e mi strinse in un abbraccio. Un
abbraccio goffo e un po' troppo formale, pi una ventata di
ammorbidente, ma rapido e indolore.
Non abbastanza, per. Appena inizi ad allontanarsi,
vidi Eli. Immobile con il pallone sottobraccio, mi fissava con
un'aria indecifrabile. Mentre ci guardavamo in silenzio, in
un lampo mi pass davanti il nostro incontro, proprio l vicino,
durante la mia prima notte a Colby. Come sempre, no?
- Ehil - lo salutai. - Come  andata la partita?
- Bene.-Fece rimbalzare il pallone. -Abbiamo vinto.
Ci sfilarono in mezzo due coppie in tiro per la serata che
chiacchieravano allegramente. Per un attimo fui tentata di
seguirle, ovunque stessero andando.
- Allora - chiese, avvicinandosi - cos' successo?
- Dovevo lavorare - risposi. - Siamo indietro con il libro
paga e c'era un sacco di roba da archiviare...
- No. - Fece rimbalzare di nuovo il pallone. - Intendo
a te.
- A me?
Annu. - Ti comporti in modo diverso. Che succede?
- Niente - dissi. Continu a fissarmi, per nulla convinto. - Ti riferisci a lui? - chiesi, indicando con la testa
il Last Chance, dove era rientrato Jason. -  solo un amico
della mia citt. Anzi, il mio accompagnatore al ballo di fine
anno, anche se poi mi ha scaricata all'ultimo minuto. Non
che ci sia rimasta cos male, non siamo mai stati, come dire,
intimi. Comunque,  qui per una conferenza e mi ha vista
da lontano perci...
- Auden. - Pronunci il mio nome con decisione, come
si preme un freno. Mi bloccai a met frase. - Sul serio. Cosa
c' che non va?
- Niente - ripetei. - Perch continui a chiedermelo?
- Perch ieri notte andava tutto bene-rispose. - E invece
stasera mi eviti e ti nascondi, e ora ti rifiuti perfino di
guardarmi negli occhi.
- Sto bene - insistetti. - Oddio, dovevo semplicemente
lavorare. Perch  cos difficile crederci?
Quella volta non rispose. Ma tanto non ce n'era bisogno.
Era una bugia bella e buona, chiara come il sole. Eppure mi
ci aggrappai lo stesso con tutte le mie forze.
- Sai - disse alla fine - se ha a che vedere con quello
che  successo tra tuo padre e Heidi...
- No. - La mia voce era brusca. Sulla difensiva. Me ne
accorsi persino io. - Te l'ho detto, dovevo lavorare. Ho un
sacco di pensieri per la testa in questo momento, ok? Non
posso passare tutta l'estate a giocare a kickball. Ho dei corsi
a cui prepararmi e dei libri da leggere se in autunno voglio
partire in quarta alla Defriese. Ho perso troppo tempo
e ora...
- Perso tempo - ripet.
- S. - Abbassai gli occhi guardandomi le mani. - Mi
sono divertita e tutto quanto. Ma sono terribilmente indietro.
Devo mettermi a fare sul serio.
Mentre pronunciavo quelle parole, sulla passeggiata sentii
un misto di voci familiari che ridevano e scherzavano,
godendosi la comune compagnia. Riconobbi quel suono all'istante
perch ero abituata a sentirlo pi da lontano che da vicino.
- D'accordo - concluse Eli. - Ok. In bocca al lupo con
la tua seriet, eccetera eccetera.
Qualcosa nel suo tono - definitivo, distante, identico a
quello che credevo di voler sentire - mi fece dubitare di colpo
delle mie intenzioni. - Eli - mi affrettai a dire. - Senti,  solo che...
Ma non riuscii ad aggiungere altro. Lasciai la frase in sospeso,
aperta, in attesa che lui intervenisse e la completasse,
facendo la parte difficile al posto mio. Era il trucco preferito
di mio padre e in quel momento capii perch. Era molto
pi semplice che dover dire a voce alta quello che non ti
andava. Ma Eli non ci casc e non si accoll la parte difficile.
Se ne and e basta. Non avrebbe dovuto sorprendermi.
Cosa gliene importava se la frase fosse conclusa o meno?
Lui, tanto, aveva concluso lo stesso.

 CAPITOLO 14.

13,05 - Sono in pausa da una tavola rotonda, ti andrebbe
un pranzo veloce?
15,30 - Sei libera a cena stasera? Last Chance verso le 6?
22,30 - Sto tornando allo studentato. Ci sentiamo domani.
Posai il cellulare sulla scrivania. Leah, indaffarata a numerare
delle ricevute, lanci un'occhiata allo schermo. - Be' -
comment - oggi qualcuno  molto richiesto.
-  solo uno che conosco - risposi. - Della mia citt.
- Solo uno che conosci - ripet. - Possibile?
Eravamo in ufficio dopo la chiusura e stavano tutte aspettando
che sbrigassi le ultime cose urgenti prima di uscire.
- In questo caso, s - ribattei.
Il mio cellulare trill di nuovo. Sospirai e lo girai per
guardare.
22,45-Se stasera hai tempo per due chiacchiere, fammi uno
squillo. Vorrei il tuo parere su alcune idee.
- Sembra molto tenace - osserv Esther.
- Secondo me sta solo cercando di rimediare al pacco che
mi ha tirato per il ballo di fine anno - replicai. - O qualcosa
del genere. Boh.
Fino a quel momento, a dire il vero, non mi era venuto in
mente. Ma ora che ci pensavo, in effetti i conti tornavano.
- Ti ha tirato il pacco la sera del ballo? - mi chiese
Maggie. Aveva l'aria sconvolta. -  mostruoso.
- Non  stato poi cos traumatico - risposi. - Mi ha
chiamata il giorno prima dicendo che era stato invitato a una
grande conferenza sull'ambiente a Washington. Era un'occasione
irripetibile.
- Come il ballo dell'ultimo anno - comment Leah.
- Fai bene a ignorarlo. Se lo merita.
- Non  per questo che... - Sospirai. - Semplicemente
non mi interessa rivangare quella parte del mio passato.
Tutto qui.
Mi trill di nuovo il telefono. Quella volta non lo guardai
neppure. Pi tardi, per, a casa, rilessi attentamente i messaggi
di Jason. Magari rispondere, incontrarlo e fare un altro
tentativo poteva essere un modo per rimediare. Ma a differenza
del bowling, delle battaglie con il cibo e della violazione
del coprifuoco, non essere uscita con Jason non mi
sembrava una gran perdita. Forse quello che era successo
- o non era successo - tra noi era solo un inevitabile scherzo
del destino. Se la prima occasione non era stata poi necessaria,
figuriamoci la seconda.
* * *
Fino alla settimana prima, alle undici e mezzo di sera sarei
stata fuori gi da un'ora, appena all'inizio delle mie avventure
notturne. In quel momento, invece, ero a casa nella
mia stanza, a sgobbare sui libri.
La notte in cui Eli mi aveva piantata in asso, ero rientrata
verso mezzanotte e avevo trovato la casa immersa nel silenzio
pi assoluto. Isby dormiva nella sua cameretta e Heidi,
nonostante la luce accesa sul comodino, era crollata a letto.
Ero andata nella mia stanza con l'idea di prendere solo alcune
cose e uscire, ma poi mi erano tornati in mente i discorsi
di Jason sulla necessit di avvantaggiarsi sul programma e
partire in quarta. Senza neanche sapere come, avevo tirato
fuori la valigia da sotto il letto.
Una volta aperta, la prima cosa che mi era saltata all'occhio
era stata la cornice regalo di Hollis, che avevo spinto
prontamente da parte. Sotto c'era il manuale di economia.
Tempo dieci minuti e stavo leggendo il primo capitolo con
accanto un blocco gi mezzo coperto di appunti.
Niente di pi semplice. La scuola, come una vecchia amica,
mi aveva aspettata paziente e tornare da lei mi dava una
sensazione di sicurezza e benessere. A differenza di tutto
quello che avevo fatto con Eli - nuovo, impegnativo e lontanissimo
dal mio mondo - lo studio era il mio punto forte,
l'unica cosa in cui eccellevo anche se il resto andava male.
Cos, invece di passare la notte a girovagare in macchina,
ero rimasta in camera mia con la finestra aperta, a
leggere un capitolo dietro l'altro, accompagnata dal rumore
delle onde che si infrangevano sulla riva. Ma ogni
volta che facevo una pausa per procurarmi dell'altro caff
o andare in bagno, guardavo l'orologio e mi chiedevo
cosa stesse combinando Eli. A mezzanotte probabilmente
era alla lavanderia. All'una e mezza al centro commerciale.
E poi, chiss? Senza me e la mia stupida ricerca poteva
essere ovunque.
La parte pi sorprendente di quella notte, per, era stato
il finale. Alle sette di mattina mi ero svegliata di scatto, sollevando
la testa dal blocco su cui, a un certo punto, dovevo
essermi addormentata. Mi faceva male il collo e avevo
macchie di inchiostro sulla guancia, ma la cosa pi strana
era la sensazione di avere effettivamente dormito di notte
per la seconda volta di fila. Non ero molto sicura di voler
sapere perch.
Qualunque fosse il motivo, quell'improvviso cambiamento
nei miei ritmi di sonno e veglia - che si protrasse per le tre
notti successive - mi scombussol completamente la giornata.
Per la prima volta dopo tanto tempo ero sveglia e lucida gi
di mattina. All'inizio cercai di approfittarne per continuare
a studiare, ma il terzo giorno decisi di andare da Clementine's.
- Oh, mio Dio - sentii dire a Maggie non appena misi
piede dentro. -  incredibile.
Alzai gli occhi al cielo e mi sfilai gli occhiali da sole, preparandomi
alle inevitabili domande, pi relative spiegazioni,
riguardo al perch fossi l cos presto. Poi, per, mi resi conto
che non mi aveva neanche vista. Lei, Leah e Adam erano
accalcati davanti a un portatile aperto sul bancone e fissavano
qualcosa sullo schermo.
- Non me ne parlare - disse Adam. - Nessuno di noi
ne aveva la bench minima idea. Nemmeno Jake. L'ha scoperto
solo perch ha ricevuto un messaggio da un tipo che
lo avvisava che era su internet.
- Che giorno hai detto che ? - chiese Leah mentre
Maggie schiacciava un tasto e si allungava in avanti.
- Ieri. Alla manifestazione Free Style di Randallton.
Si concentrarono di nuovo sullo schermo e sembrarono
non accorgersi di me quando mi avvicinai per prendere le
ricevute del giorno prima. Diedi un'occhiata anch'io: c'era
una bici che saliva una rampa e poi scendeva dall'altra parte.
- Se la cava bene - osserv Maggie.
- Altroch - ribatt Adam. - Insomma, era alla sua prima
gara dopo pi di un anno ed  arrivato secondo.
- Guarda l che roba - mormor Maggie.
- Puoi dirlo forte.  davvero verticale. - Adam scosse
la testa. -  incredibile che Eli sia rimontato in sella dopo
tutto questo tempo e sia cos in forma.  pazzesco.
Guardai di nuovo lo schermo. La figura in bici era piccola,
ma in quel momento notai i capelli che spuntavano da
sotto il casco.
- Be' - obiett Maggie - magari non  cos.
- Cio?
Esit un attimo, poi rispose: - Solo perch noi non l'abbiamo
visto in bici non significa che non ci sia pi andato.
- S - fece Adam - ma per essere cos bravo, avrebbe
dovuto allenarsi parecchio. Qualcuno avrebbe pur visto
qualcosa. A meno che, tipo...
- ... non lo facesse nel cuore della notte - concluse Leah
al suo posto.
Alzai lo sguardo. Sia lei che Maggie mi stavano fissando.
Adam, vedendo quella scena, guard prima me, poi loro.
- Aspettate - esclam. - Cosa mi sono perso?
- Tu lo sapevi? - mi chiese Leah. - Che Eli gareggiasse
di nuovo?
Scossi la testa. - No.
- Sicura? - insistette Maggie. - Ho l'impressione che
voi due abbiate un sacco di segreti.
- S - risposi. - Sicurissima.
Seguita dal loro sguardo, presi le ricevute e andai in ufficio,
chiudendomi la porta alle spalle. Da l, mentre il video
veniva mandato a ripetizione, ascoltai i commenti sull'incredibile
prestazione di Eli. Aveva sorpreso tutti. Specialmente
me. Mi resi conto di quanto fossi stata fortunata a intravedere
parte di quello che gli frullava per la testa, come uno
spiraglio di luce che filtri da una porta appena scostata. Al
tempo stesso, per, mi fece capire quanto ancora rimanesse
di inesplorato e nascosto.
A parte quella sbirciata al video, non mi andava di vedere
Eli. In effetti, ero cos in imbarazzo per il mio comportamento
e le mie parole che facevo di tutto per evitare
il pi possibile il negozio di bici. Spesso entravo e uscivo
da Clementine's dalla porta sul retro, affermando che cos
arrivavo a casa prima. Non sapevo se Maggie e le altre mi
credessero, ma in fin dei conti non mi importava. Altre due
settimane e avrei fatto le valigie, diretta prima a casa e poi
alla Defriese. Quella parte della mia vita, cos strana ed effimera,
era quasi finita. Grazie al cielo.
Pi tardi quella notte, mentre facevo una pausa dallo studio,
vidi che Heidi aveva accostato la sedia a dondolo alla
portafinestra e, con Isby fasciata e addormentata in braccio,
chiacchierava al cellulare.
- Non lo so - stava dicendo. - Ogni volta che parliamo
usa un tono sconfitto. Come se fosse convinto che, a
prescindere da cosa facciamo, non potr mai pi funzionare.
Lo so, ma...
Si interruppe e per un attimo non si sent altro che lo scricchiolio
della sedia a dondolo che andava avanti e indietro,
avanti e indietro.
- Ho paura che sia troppo tardi - disse alla fine. - Magari
ha ragione lui e non c' pi niente da fare. Lo so, lo so,
secondo te non  mai troppo tardi. Ma io non ne sono cos
sicura.
All'improvviso il mio cellulare, infilato nella tasca posteriore,
mand un trillo. Lo tirai fuori e controllai lo schermo.
Hai tempo per un caff? Sto per prendermene uno.
Lessi quelle parole una, due, tre volte. Non  mai troppo tardi,
pensai. Poi arriv un altro trillo.
Dimmi solo dove, sono nuovo qui! J.
- Chi  che ti manda messaggi a quest'ora? - grid Heidi
mentre rientrava con Isby in braccio e il cellulare nella mano
libera.
- Solo l'accompagnatore che mi ha dato buca al ballo di
fine anno - risposi. -  una storia lunga.
- Ah, s? - fece. - Cosa... oh, mio Dio!
Trasalii, spaventata, poi mi guardai alle spalle immaginando
di vedere qualcosa che si schiantava o andava a fuoco.
- Cosa? - chiesi. - Cosa c'?
- Il ballo di fine anno! - Heidi scosse la testa. - Come
abbiamo fatto a non pensarci prima? Per il tema della festa
sulla spiaggia. La notte del ballo di fine anno.  perfetto! -
Apr il cellulare e schiacci qualche tasto. Un attimo dopo
le risposero. - Il ballo di fine anno - annunci Heidi. Fece
una pausa e poi aggiunse: - Per il tema! Non  perfetto?
Be', riflettici. La gente pu vestirsi elegante, possiamo eleggere
un re e una regina, mettere su musica romantica e...
Continuava a parlare ma io tornai in camera mia, dove
mi aspettavano libri e appunti. Dopo essermi sistemata sul
letto, per, mi accorsi che non riuscivo a concentrarmi, cos
mi appoggiai al muro, inspirando l'aria di mare. Poi vidi il
portatile sul comodino. Prima che potessi fermarmi, lo avviai
e andai su LiveVid, il sito dei video.
Manifestazione free style, digitai. Randallton. Comparvero
dieci video. Dopo una scorsa alla pagina ne trovai uno taggato
rinforzo e rampa e ci cliccai sopra.
Era quello che guardavano da Clementine's: riconobbi il
casco e lo sfondo. Mi tornarono in mente i salti che avevo
visto alla pista da bici cross e, anche per il mio occhio non
allenato, le evoluzioni di Eli erano diverse. Si muoveva con
una grazia e una naturalezza che facevano capire quanto
in realt dovesse essere complicato. Mentre si agitava sullo
schermo, librandosi via via pi in alto, mi sentivo il cuore
in gola. Era rischioso e inquietante, eppure al tempo stesso
bellissimo. Forse la verit  che essere straordinari non
dovrebbe mai essere troppo semplice. Altrimenti lo sarebbe
tutto. Sono le cose che si conquistano con impegno e fatica
a valere di pi. Quando qualcosa  difficile da ottenere,
bisogna fare ancora di pi per assicurarsi che sia ancora
pi difficile - se non impossibile - da perdere.
* * *
Il mattino seguente, dopo circa una settimana di telefonate
impacciate, andai a trovare mio padre al Condor. Era nella
sua stanza con le tende tirate, una barba da isola deserta.
Dopo avermi aperto la porta, si lasci andare sul letto sfatto,
portandosi le braccia dietro la testa e chiudendo gli occhi.
- Allora - chiese, dopo aver emesso un lungo, sonoro
sospiro - com' la vita senza di me?
Frenai l'impulso di rispondere alla domanda e alzai gli
occhi al cielo. - Tu e Heidi non avete parlato? - chiesi.
- Parlare - ripet sprezzante, con un gesto della mano.
- Oh, s, che parliamo. Ma non ci diciamo mai nulla. Il fatto
 che vediamo le cose in modo diverso. E ho paura che
sar sempre cos.
A dire il vero, non avevo nessuna intenzione di ascoltare
gli sgradevoli dettagli dei loro problemi. Mi bastava sapere
che ne avessero e fossero Grandi e Irrisolti. Ma dato che
ero l'unica persona presente, mi sentii obbligata ad andare
pi a fondo. - Il problema...  la bambina?
Si tir su appena e mi guard. - Oh, Auden.  questo
che va a dire in giro?
- Non va a dire in giro proprio niente - risposi, scostando
le tende pesanti. - Te l'ho chiesto solo perch voglio che
sistemiate le cose, tutto qui.
Mi studi mentre mi aggiravo per la stanza raccogliendo
bicchieri di caff e sacchetti del fast-food. - Strano che
ti preoccupi - disse alla fine. - Credevo che Heidi non ti
piacesse.
- Come? - Buttai un paio di tovaglioli appiccicosi coperti
di ketchup in un cestino della spazzatura gi traboccante.
- Certo che mi piace.
- Quindi non pensi che sia una Barbie scialba e svampita?
- No - risposi respingendo la consapevolezza che, ok,
forse prima era vero. - Cosa te lo fa credere?
- Il fatto che tua madre l'abbia definita cos - ribatt con
voce grave. - E voi due tendete a pensarla allo stesso modo.
Ero in bagno a lavarmi le mani e, sentendo quelle parole,
alzai gli occhi sullo specchio e poi distolsi lo sguardo dalla
mia immagine riflessa. Forse prima era vero anche quello.
- Non su tutto - replicai.
- Oh, ma  proprio questo il bello di tua madre - comment
pensieroso mentre io mi guardavo intorno alla ricerca
di un telo pulito con cui asciugarmi le mani. - Dice sempre
cosa pensa. Non c' da tirare a indovinare, fare congetture,
decifrare segni e codici misteriosi. Quando era scontenta, lo
sapevo subito. Heidi invece...
Tornai in camera e mi sedetti sull'altro letto. - Heidi cosa?
Sospir di nuovo. - Nasconde tutto. Se lo tiene dentro
e tu credi che le cose vadano bene, ma poi un bel giorno, di
colpo, scoppia il finimondo. Non sta bene, non  felice. Ti
accusa di non aver praticamente mai mosso un dito. Oh, e
di essere il padre peggiore di tutti i tempi.
Aspettai un secondo o due prima di chiedere: - Te l'ha
detto lei?
- Certo che no! - esclam, brusco. - Ma in un matrimonio
il sottinteso  tutto, Auden. Il nocciolo della faccenda
 che nella sua immaginazione ho deluso lei e Thisbe.
Dal primo giorno, a quanto pare.
- Allora riprova - suggerii. - E fai meglio.
Mi lanci uno sguardo triste. - Non  cos semplice,
tesoro.
- Qual  l'alternativa? Restare qui da solo?
- Be', non lo so. - Scese dal letto e and alla finestra
infilandosi le mani in tasca. - Di sicuro non voglio peggiorare
le cose.  possibile che stiano molto meglio senza di me.
 persino probabile.
Sentii un'inaspettata stretta allo stomaco. - Ne dubito -
obiettai. - Heidi ti ama.
- E io amo lei-ribatt. - Ma a volte l'amore non basta.
La cosa strana era che a darmi fastidio pi di tutto, di
quella risposta, era la sua banalit. Mio padre era un grande
scrittore e sapevo che poteva fare di meglio.
- Devo andare al lavoro-annunciai, prendendo la borsa
dal letto accanto a me. - Volevo solo... vedere come stavi.
Mi raggiunse e mi strinse in un abbraccio. Poi, sfregandomi
sulla fronte quella barba irritante e fuori luogo, mormor:
- Sto bene. Star bene.
Una volta fuori, andai all'ascensore e schiacciai il pulsante
di chiamata, che per non si accese. Lo schiacciai di
nuovo. Niente. Allora mi avvicinai e lo colpii con il pugno.
Mi resi conto - mentre finalmente si illuminava, e alla
svelta - di essere furiosa. Anzi, incazzata nera, con il cuore
a mille e la mente annebbiata. Quando salii in ascensore, le
porte si chiusero e mi restituirono il mio riflesso. Mi osservai
per bene.
La mia furia improvvisa era assurda, sembrava che qualcosa
nelle parole o nei gesti di mio padre avesse fatto saltare
dentro di me una valvola chiusa da tempo e di colpo ne fosse
schizzato fuori una specie di geyser. Mentre attraversavo
l'ingresso diretta alla passeggiata, continuavo a pensare
che, a dispetto della sceneggiata a cui avevo appena assistito,
fuggire da ci che non funzionava non rendesse pi nobili,
nemmeno se chi fuggiva pensasse di essere la causa del
disagio. Anzi, soprattutto in quel caso. Era da codardi. Perch
chi era il problema, forse era anche la soluzione. L'unico
modo per scoprirlo era fare un altro tentativo.
Solo poco prima di arrivare da Clementine's mi accorsi di
quanto camminassi veloce fra la gente. Quando finalmente
aprii la porta con uno spintone, avevo il respiro affannato e
il viso cos rosso che Maggie quasi si spavent nel vedermi.
- Auden? - disse. - Che...
- Mi serve un favore - la interruppi.
Lei mi guard, battendo le palpebre. - Ok - rispose.
- Di che si tratta?
Mi aspettavo che si meravigliasse. O magari che ridesse.
Ma non fece n l'una n l'altra cosa. Si limit a riflettere
un attimo e poi ad annuire. - S - disse. - Posso farlo.

 CAPITOLO 15.

Era imbarazzante, per usare un eufemismo.
- Allora, vediamo - disse Maggie mentre mi rialzavo
da terra -  esattamente quello che non si deve fare.
- Ricevuto. - Abbassai gli occhi e vidi il ginocchio appena
sbucciato, perlomeno ora abbinato all'altro. - Solo
che...  una sensazione strana.
- Immagino di s. - Sospir. - Cio, c' un motivo se
di solito si impara da piccoli.
- Si  meno insicuri?
- No, si cade da un'altezza minore.
Si chin e, tirata su la bici, la rimise in posizione verticale.
Rimontai in sella, appoggiando bene i piedi in terra. - Ok
- disse. - Riprova.
Eravamo nella radura vicino alla pista da bici cross, la
mattina presto del giorno dopo, e ormai la cosa era evidente:
non sapevo andare in bici.
In caso contrario mi sarebbe tornato in mente, insieme
alla sicurezza di sapere cosa fare una volta in sella e in
movimento. Invece ogni volta che iniziavo a muovermi
- anche se a passo di lumaca - mi facevo prendere dal
panico, barcollavo e cadevo. In un'occasione ero riuscita
a percorrere una quarantina di metri, ma solo perch
Maggie teneva il retro del sellino. Non appena l'aveva
lasciato, avevo sbandato schiantandomi per l'ennesima volta
tra i cespugli.
La tentazione di rinunciare era forte. Fin dal capitombolo
iniziale, che ormai risaliva a pi di un'ora prima. Era
cos umiliante doversi tirare su di continuo e ripulirsi le ginocchia
da polvere e ghiaino, per non parlare di quell'aria
"siamo tutti con te" che mi toccava sopportare da Maggie,
in genere accompagnata da due pollici alzati, anche se ero
caduta a terra. Era una cosa semplicissima. I bambini andavano
in bici tutti i giorni. Eppure io continuavo a cadere.
E ancora a cadere.
- Sai - consider dopo un mio nuovo schianto che mi
fece ritrovare abbracciata a un bidone dell'immondizia: che
schifo - mi sa che sto sbagliando approccio.
- Non sei tu - risposi, rialzando faticosamente la bici.
- Sono io. Sono una schiappa.
- No, non  vero.-Mi sorrise, facendomi sentire ancora
pi patetica. - Senti, andare in bici richiede molta fiducia.
Perch uno dovrebbe credere di riuscire a restare sospeso
su due ruote di gomma cos piccole? Va contro ogni logica.
- Ok - feci, staccandomi del ghiaino dal gomito - ma
adesso sei troppo buona.
- Macch. - Mi tenne la bici mentre rimontavo in sella
e stringevo le mani sul manubrio. - Forse, per, potremmo
chiamare i rinforzi.
La guardai. - Oh, no. Scordatelo.
- Auden. Stai tranquilla. - Tir fuori il cellulare dalla
tasca posteriore dei jeans e lo apr.
- No, per favore - la implorai. - Leah mi sfotter cos
tanto che dovr cambiare citt. Ed Esther... si dispiacer per
me, il che sarebbe persino peggio.
- D'accordo - rispose schiacciando alcuni tasti. - Ma
sto chiamando l'unica persona davanti alla quale non puoi
proprio imbarazzarti. Garantito.
- Maggie.
- Sul serio. - Premette un altro tasto. - Fidati.
In quel momento non riuscivo proprio a capire a chi si
riferisse. Ma dieci minuti dopo, quando sentii sbattere una
portiera nel parcheggio alle nostre spalle e girai la testa,
quelle parole acquistarono decisamente senso.
- E questa sarebbe un'emergenza? - chiese Adam, venendoci
incontro. - Certi messaggi si mandano solo quando
ci sono di mezzo morti o moribondi. Me la sono fatta sotto
per la paura!
- Scusa - esclam Maggie. - Ma avevo bisogno di te,
e subito.
Lui sospir e si pass una mano tra i ricci che gli stavano
tutti dritti da una parte. Sul viso era ancora stampata la piega
delle lenzuola. - Ok. Allora, quale sarebbe l'emergenza?
- Auden non sa andare in bici.
Adam mi guard e io mi sentii avvampare. - Wow -
comment, solenne. - In effetti  una faccenda seria.
- Visto? - esclam Maggie rivolta a me. - Te l'avevo
detto che era la persona giusta!
Adam si avvicin e controll sia la bici che me. - D'accordo
- sospir dopo un attimo. - Che metodo di insegnamento
hai usato finora?
Maggie batt le palpebre. - Metodo di...
- Hai iniziato con le pacche sulle spalle e poi sei passata
alla pedalata assistita? Oppure sei partita dalla pedalata
assistita per farle acquisire gradualmente sicurezza, fino
ad andare verso il movimento autonomo?
Io e Maggie ci scambiammo un'occhiata. Poi lei rispose:
- Pi o meno l'ho fatta saltare in sella e partire.
- Oddio.  il sistema pi veloce per far odiare la bici. -
Mi indic di scendere e di porgergli la bici. Quando ubbidii,
ci mont lui. - Ok, Auden. Sali sul manubrio.
- Come?
- Sul manubrio. Sali. - Vedendo che restavo l impalata,
chiaramente dubbiosa, aggiunse: - Senti, se vuoi imparare
ad andare in bici, prima di tutto devi volerlo. E l'unico
modo per farlo  capire quanto sia divertente una volta che
ci hai preso la mano. Dai, salta su.
Lanciai un'occhiata a Maggie. Al suo cenno di incoraggiamento,
salii con cautela sul manubrio, cercando di metterci
un minimo di grazia. - Ok - disse Adam. - Ora tieniti
forte. Quando iniziamo ad andare veloci, puoi lasciare le
mani, ma solo per poco, e solo se ti senti davvero pronta.
- Non ho nessuna intenzione di lasciare le mani - risposi.
- Va bene lo stesso.
Poi cominci a pedalare. All'inizio piano, poi un po' pi
veloce, tanto che il vento mi spinse indietro i capelli e mi
incresp la maglietta. Quando arrivammo in fondo al parcheggio,
gir a destra e prosegu.
- Aspetta - esclamai, voltandomi verso Maggie, intenta
a osservarci con la mano a visiera sugli occhi. - E...
- Se la caver-replic Adam.-Non staremo via molto.
Eravamo sulla strada principale e avanzavamo rapidi
sul lato destro, sorpassati ogni tanto da un'auto. Ormai il
sole era bello alto e l'aria aveva un odore dolce e salmastro.
- Ok - grid Adam mentre un'altra macchina ci superava
- dimmi cosa provi.
- Spero di non cadere dal manubrio - risposi.
- E poi?
- Ehm... - mormorai mentre passavamo con uno scossone
dalla strada alla passeggiata - non lo so.
- Dovrai pur provare qualcosa.
Mentre ci pensavo, cominciammo a percorrere la passeggiata,
vuota a eccezione di qualche passante mattiniero e di
un piccolo stormo di gabbiani che si disperse al nostro arrivo.
- Mi sembra di volare - risposi, guardandoli sollevarsi.
- Pi o meno.
- Esatto! - esclam lui, aumentando leggermente l'andatura.
- La velocit, il vento... e il bello  che fai tutto tu.
Cio, adesso io. Ma poi tu. E la sensazione sar identica.
Anzi, ancora meglio, perch dipender soltanto da te.
Ormai andavamo davvero veloci e le assi di legno scricchiolavano
sotto il nostro peso. Mi inclinai all'indietro, lasciando
che il vento mi colpisse il viso. Alla mia destra c'era
l'oceano, grande e luccicante, una distesa azzurra uniforme
che si sfocava al nostro passaggio. Nonostante la paura di
cadere e i miei imbarazzi, chiusi gli occhi, pervasa da una
strana sensazione di euforia.
- Visto? - sentii dire Adam. - Questo  un buon segno.
Aprii gli occhi con l'intenzione di rispondergli. Di dirgli
che aveva ragione, che finalmente capivo e che gli ero grata
di avermi offerto quell'occasione e quel giro. Ma non appena
mi si schiar la visuale, mi accorsi che stavamo superando
il negozio di bici, al che girai la testa per guardare
dentro. La porta d'ingresso era aperta e nell'istante in cui
sfrecciammo davanti, intravidi le luci accese sul retro e una
persona al bancone. Una persona con un bicchiere di caff.
Probabilmente andavamo cos veloci che Eli non mi vide
neppure o non ebbe il tempo di riconoscermi. Ci nonostante,
per un attimo, trovai il coraggio di lasciare le mani
e sollevarle in aria.
* * *
Per tutta la settimana successiva io e Maggie ci allenammo
quasi ogni mattina. Era un rito: prendevo due caff e ci incontravamo
nello spiazzo della pista da bici cross. Su consiglio
di Adam, partimmo dal metodo che aveva definito
della "pedalata assistita", ovvero io pedalavo e lei teneva
il retro del sellino. Poi Maggie inizi a lasciarmi per tratti
man mano pi lunghi, sempre continuando a corrermi
dietro per evitare che mi ribaltassi. Stavamo aumentando
poco alla volta la durata di quegli intervalli, mentre io continuavo
a lavorare sull'equilibrio e sulla pedalata. Non erano
perfetti - avevo fatto un paio di capitomboli e sfoggiavo
ancora croste su entrambe le ginocchia - ma me la cavavo
molto meglio del primo giorno.
Mi rendevo sempre pi conto che la mia vita era cambiata
di nuovo, si era quasi capovolta. Adesso di notte restavo a
casa a studiare e a dormire, e uscivo la mattina presto e il pomeriggio,
quasi come le persone normali. A differenza delle
persone normali, per, passavo ancora la maggior parte
del tempo da sola. Se non ero al lavoro o ad allenarmi con
Maggie, ero a casa impegnata a evitare i messaggi di Jason
- che continuavano ad arrivare, anche se con minore regolarit,
grazie al cielo - e le telefonate dei miei.
Probabilmente si chiedevano cosa stesse succedendo, dato
che non parlavo con nessuno dei due da secoli, ignorando
le loro chiamate e i successivi messaggi. Sapevo che era
infantile e, per qualche ragione, la cosa mi faceva piacere.
Come se fosse un altro pezzo della mia ricerca per recuperare
il tempo perduto. In realt, per, una parte di me aveva
paura che parlando con uno di loro - anche solo per un
attimo, una parola - la sensazione che avevo provato uscendo
dal Condor sarebbe sgorgata di nuovo come un'onda gigantesca
che ci avrebbe travolti tutti.
L'unico membro della mia famiglia con cui parlavo era
Hollis, ma anche con lui i contatti erano sporadici, se non
altro perch era presissimo dalla sua nuova vita con Laura.
Se la relazione di mio padre si stava sfasciando e quella di
mia madre, come al solito, non era mai iniziata, Hollis stava
ancora sfidando le convenzioni e la sua stessa storia personale.
Era gi abbastanza strano che fosse ancora innamorato
pazzo, visto che in passato aveva sempre perso interesse
molto presto. In pi ora aveva fatto una cosa scioccante.
- Hollis West.
Anche se ero stata io a comporre il numero e perci sapevo
che si trattava di mio fratello, fui comunque colta alla
sprovvista dal suo tono professionale. - Hollis?
- Aud! Ehi! Aspetta che esco.
Si sentirono dei rumori attutiti, seguiti dal colpo di una
porta che si chiudeva. Poi torn in linea. - Scusa - disse.
- Siamo in pausa durante un incontro.
- Tu e Laura?
- No. Io e gli altri consulenti finanziari.
- Chi?
Si schiar la gola. - I miei colleghi. Ora lavoro in banca,
la mamma non te l'ha detto?
Mi ricordai vagamente di qualcosa che mi aveva accennato
mia madre. - Mi sembra di s - risposi. - Quando
hai iniziato?
- Circa tre settimane fa - rispose. - Sono passate alla
svelta, per. Mi trovo molto bene.
- Quindi... - esitai - ... ti piace?
- Un sacco! - Si sent un colpo di clacson. - A quanto
pare sono bravissimo a trattare con i clienti. Suppongo
che tutte le cavolate che ho sparato in giro per l'Europa mi
siano servite a qualcosa.
- Tu tratti con i clienti?
- Sembrerebbe di s. - Rise. - Mi hanno assunto come
cassiere, ma dopo una settimana mi hanno spostato al banco
dell'assistenza. Perci mi occupo delle modifiche ai conti
correnti, delle richieste di cassette di sicurezza e roba del
genere.
Stavo cercando di immaginare Hollis dietro una scrivania,
in banca o altrove. Ma l'unica cosa che mi veniva in mente
era quella sua foto con il sorriso e lo zaino davanti al Taj
Mahal. Era quello il momento magico?
- Allora, Aud - continu. - Ho solo qualche minuto,
poi devo rientrare. Come va l? Come stanno pap, Heidi
e la sorellina?
Esitai, sicura che avrei dovuto raccontargli della pausa
di riflessione che si era preso nostro padre. Aveva il diritto
di saperlo. Ma per qualche motivo non volevo essere io
a dirglielo. Era come se mio padre avesse lasciato in sospeso
l'ennesima frase, rifilando a me il lavoro sporco. Perci
preferii rispondere: - Va tutto bene. La mamma invece?
Sospir. - Oh, sai. Acida come sempre. A quanto pare
l'ho incredibilmente delusa. Secondo lei ho rinunciato al
mio spirito indipendente e sto andando a ingrossare le file
della borghesia.
- Me lo immagino.
- E poi le manchi.
Quella frase mi sciocc quasi quanto il suo nuovo impiego.
- Alla mamma non manca mai nessuno - replicai
-  del tutto autosufficiente.
- Ti sbagli. - Rimase un attimo in silenzio. - Senti, Aud.
So che voi due avete avuto i vostri problemi quest'estate, ma
dovresti davvero sforzarti di parlarle.  ancora invischiata
in quella storiaccia con Finn e...
- Finn?
- Il dottorando. Il tipo che dormiva in macchina. Te l'ho
raccontato, no?
Ripensai a quegli occhiali dalla montatura nera. - Gi.
Mi sembra di s.
- Conosci il copione. Lui  innamorato, lei non si vuole
impegnare, bla bla bla. Di solito basta spaventarli un po' per
farli scappare, ma questo qui  tenace. Non vuole mollare.
Sta riaprendo le vecchie ferite della mamma.
- Wow - commentai. - Sembra una cosa seria.
-  sempre cos quando c' di mezzo lei - rispose.
- Senti, Aud, devo rientrare per la riunione. Ma, sul serio,
dalle un'altra possibilit.
- Hollis, non...
- Almeno pensaci, allora. Fallo per me.
A essere sincera, non mi sentivo in debito verso Hollis. E
quindi la mia risposta conferm le sue notevoli capacit di
persuasione: - Ok. Ci penser.
- Grazie. E, ehi, richiamami pi tardi, d'accordo? Voglio
sapere cos'altro succede.
Glielo promisi, dopo di che lui mi lasci per tornare alla
sua riunione. E io mantenni la parola e valutai se chiamare
mia madre. Poi decisi di no. Ma almeno ci avevo pensato.
Per il resto, la mia vita scorreva monotona. Cercavo di stare
alla larga da Heidi, che si era buttata a capofitto nell'organizzazione
della festa sulla spiaggia. Ignoravo i messaggi
dei miei. Leggevo un altro capitolo, facevo un'altra serie
di esercizi. Spegnevo la luce quando mi sentivo gli occhi pesanti
e rimanevo sdraiata al buio, convinta che non mi sarei
mai addormentata fino all'istante prima di crollare. L'unico
momento in cui mi concedevo di distrarmi dalla scuola e
dal lavoro era quando andavo in bici. E in quelle occasioni
pensavo solo a Eli.
Dal giorno in cui io e Adam gli eravamo sfrecciati davanti
sulla passeggiata, l'avevo visto solo poche volte. Di passaggio
davanti alle vetrine di Clementine's mentre tiravo
fuori qualcosa dalla cassa, oppure davanti al negozio mentre
mostrava una bici a un possibile acquirente. Mi tranquillizzavo,
ripetendomi che non ci parlavamo solo perch eravamo
entrambi molto impegnati e a volte riuscivo quasi a
convincermi. Ma poi mi tornavano in mente le mie farneticazioni
e l'espressione che gli avevo visto sul viso un istante
prima che mi piantasse l, e smettevo di illudermi. Era stata
una mia scelta, una mia decisione. Non mi ero mai sentita
pi vicina a niente o a nessuno. Ma in fin dei conti la vicinanza
non contava. O eri dentro o eri fuori.
La cosa a cui pensavo pi spesso mentre andavo in bici,
per, era la mia ricerca. All'inizio mi era sembrato un gioco
stupido, un passatempo, ma in quel momento mi rendevo
conto che era molto di pi. Notte dopo notte, compito dopo
compito, Eli mi aveva aiutato a recuperare il mio passato e a
rimediare se non proprio a tutte, di sicuro a molte delle cose
che erano andate storte fino a quel momento. Mi aveva offerto,
o meglio regalato, delle seconde possibilit. Alla fine,
per, rimaneva ancora una cosa da mettere a punto. Mentre
pedalavo nel parcheggio della pista da bici cross, con
Maggie indaffarata a reggermi o corrermi dietro, non desideravo
altro che mostrargli quell'ultima conquista. Sapevo
che non sarebbe servito a recuperare tutto il resto. Ma per
qualche motivo volevo comunque che lo sapesse.
Perci di mattina mi allenavo prendendo pian piano velocit
e sicurezza. Di notte invece mi piazzavo davanti al
computer e cercavo su LiveVid i filmati delle tante gare a
cui partecipava. Vedendo i suoi movimenti sullo schermo,
veloci e sicuri, mi sembrava quasi impossibile che esistesse
un collegamento tra i miei maldestri tentativi e la sua assoluta
maestria. Ma in fondo erano la stessa cosa. Avevano in
comune la voglia di andare avanti, qualunque cosa il futuro
avesse in serbo, un giro di ruota alla volta.
* * *
Prima ci furono dei gridolini. Poi delle risate. Ma solo quando
attacc la musica posai la penna e andai a vedere cosa
stesse succedendo.
Erano le dieci e un quarto di sera e io, come ormai
era diventata mia abitudine a quell'ora, avevo appena
iniziato a studiare. Dopo aver chiuso la contabilit da
Clementine's, avevo preso un tramezzino alla caffetteria
e lo avevo mangiato da sola in cucina, gustandomi il silenzio
della casa tutta per me. Dieci minuti, giusto il tempo
di mettermi comoda e concentrarmi su Teoria e pratica
dell'economia mondiale, ed ecco che avevo compagnia. Del
genere che fa chiasso.
Mi avviai gi per le scale e, arrivata a met, sbirciai in cucina
e vidi un gran pienone. Heidi, in canotta nera e pantaloncini,
stava ammucchiando sul tavolo sacchetti di plastica
sotto lo sguardo attento di Isby, assicurata al passeggino.
Una bionda dell'et di Heidi stava stappando una birra mentre
un'altra ragazza, bruna, svuotava in una ciotola un sacchetto
di patatine di mais. Maggie, Leah ed Esther erano sedute
intorno al tavolo con altri sacchetti davanti.
Esiste un certo tipo di suono particolare che solo un gruppo
di donne sa fare. Non si tratta di un semplice chiacchiericcio,
n di una conversazione, somiglia pi a una melodia
di parole e sospiri. Avevo passato gran parte della vita ad
ascoltarlo sempre da quella distanza, eppure provavo ancora
l'acuta consapevolezza dello spazio che intercorreva
tra me e la sua fonte. Al tempo stesso, per, era proprio l
che volevo stare, distante, motivo per cui mi venne un colpo
quando Heidi alz gli occhi e mi vide.
- Auden - grid mentre qualcuno alzava la musica,
una specie di salsa veloce con un sacco di ottoni. - Ehi.
Unisciti a noi!
Prima che potessi reagire, mi ritrovai puntati addosso
gli occhi di tutte: un'eventuale rapida ritirata sarebbe stata
non solo imbarazzante, ma anche impossibile. - Ehm -
balbettai. - Io...
- Lei  Isabel - continu Heidi, indicando la bionda che
mi salut con un cenno. Poi mi present la bruna. - E lei 
Morgan. Siamo amiche da una vita. Ragazze, lei  Auden,
la figlia di Robert.
- Che piacere conoscerti, finalmente! - esclam Morgan.
- Heidi  pazza di te. Pazza!
- Hai ricevuto i miei messaggi? - mi chiese Heidi mentre
prendeva Isby dal passeggino.-Ho cercato di avvisarti
che arrivavamo, ma avevi la segreteria piena.
- Wow - comment Leah con un'espressione ammirata.
- Qui qualcuno si fa desiderare.
- In effetti - dissi mentre Esther capovolgeva un sacchetto,
spargendo sul tavolo una valanga di cornicette - stavo
giusto facendo delle telefonate.
- Oh. Be', quando hai finito, allora. - Heidi allung la
mano e prese la birra che le stava porgendo Isabel; nel frattempo
Morgan appoggi le patatine sul tavolo. - Ci trovi
qui, di sicuro. Dobbiamo confezionare almeno trecento oggettini
ricordo.
- Trecento? - grid Leah. Guard Maggie con gli occhi
a fessura. - Avevi detto...
- Avevo detto che ci saremmo divertite e sar cos-replic
Maggie. - E comunque, cos'altro avevate intenzione
di fare stasera?
- Un sacco di cose! Stasera le donne entrano gratis al
Tallyho.
- No, no, no al Tallyho - cantilen Esther prendendo
una cornicetta.
- Ben detto - concord Isabel. - Quel posto mi mette
i brividi.
Tornata in camera mia, ripresi in mano la penna e cercai di
immergermi nella politica monetaria mondiale. Dopo aver
sopportato qualche scoppio di risate dal piano terra, mi alzai
e chiusi la porta. Il pavimento, per, lasciava comunque
passare la musica, un ritmo insistente che mi impediva di
concentrarmi. Alla fine presi il cellulare e composi il numero
della casella vocale.
Heidi aveva ragione: era piena, per lo pi di vecchi messaggi
dei miei genitori che non mi ero mai presa la briga di
ascoltare. Decisi di ascoltarli in quel momento, uno alla volta,
con lo sguardo fisso sull'oceano scuro.
Ciao, Auden, sono tua madre. Riprover pi tardi probabilmente.
Elimina.
Ciao, tesoro, sono pap. Stavo rivedendo il libro, ma ho
fatto una pausa e ho pensato di chiamarti. Rimango qua nella
mia stanza tutto il giorno se per caso ti va di chiamare o
passare a trovarmi. Ti aspetto.
Elimina.
Auden, sono tua madre. Adesso tuo fratello lavora in
banca. Spero che tu sia inorridita come  giusto che sia. A
presto.
Elimina.
Ciao, Auden, di nuovo pap. Non  che ti andrebbe di
cenare al Last Chance? Mi sto un po' stufando del servizio
in camera. Chiamami, ok?
Elimina!
Auden. Sono stanca di parlare con la segreteria. Non
ho pi intenzione di chiamare se prima non ti fai viva tu.
Elimina.
Tesoro, ancora pap. Magari ti chiamo sul fisso di casa,
mi sa che a questo numero non rispondi pi.
Elimina.
Andavano avanti cos all'infinito, eppure non provavo
niente mentre continuavo a premere lo stesso tasto, cancellandoli.
Finch non arrivai a questo.
Oh, Auden.  chiaro che mi stai evitando. - Segu un
sospiro familiare come il mio stesso viso. Poi, per, mia madre
aggiunse: - Evidentemente me lo merito. Come al solito,
sembra che io abbia un dono speciale per allontanare da
me le poche persone che mi va di sentire. Non so proprio
perch. Magari tu invece l'hai capito in questa tua estate di
trasformazione. Chiss se...
Mi allontanai il telefono dall'orecchio e lo guardai. Il messaggio
risaliva alle cinque del pomeriggio di due giorni prima.
Dov'ero quando me l'aveva lasciato? Probabilmente
sola anch'io, nell'ufficio di Clementine's, in camera mia o
nel tragitto da un posto all'altro.
Pensai a mia madre seduta al tavolo di cucina, con Hollis
fuori a lavorare in banca mentre io, per quel che ne sapeva,
potevo essere circondata da ragazzi e indossare un bikini
rosa. Quanto eravamo diversi dalle persone che aveva sperato,
o programmato, di farci diventare quando ancora ci
cullava, ci teneva in braccio e si prendeva cura di noi, proprio
come stava facendo ora Heidi con sua figlia.  facile
rinnegare ci che non si riconosce, tenersi alla larga da cose
estranee e destabilizzanti. Gli unici su cui possiamo avere
il controllo, sempre e comunque, siamo noi stessi. Il che 
gi tanto, eppure non abbastanza.
In quel momento, mentre al piano terra risuonavano altre
risate, schiacciai il tasto uno delle chiamate veloci e aspettai.
- Pronto?
- Mamma, sono io.
Pausa. Poi: - Auden. Come stai?
- Bene - risposi. Era strano parlarle dopo tutto quel
tempo. - E tu?
- Mah - fece - bene anch'io, direi.
Mia madre non era una persona espansiva. Non lo era mai
stata. Ma nella sua voce e in quel messaggio avevo percepito
qualcosa che mi diede il coraggio di farle una domanda
per me molto importante.
- Mamma? Posso chiederti una cosa?
La sentii esitare prima di rispondere: - S. Certo.
- Quando tu e pap avete deciso di lasciarvi,  stato...
l'avete fatto subito? Oppure prima avete cercato di trovare
una soluzione?
Non so che domanda si aspettasse. Ma a giudicare dal lungo
silenzio che segu, di sicuro non quella. -Abbiamo provato
in tutti i modi a rimanere insieme - rispose alla fine.
- La decisione del divorzio non  stata presa a cuor leggero,
se  questo che vuoi sapere.  questo che vuoi sapere?
- Non lo so. - Abbassai lo sguardo sul libro e sul blocco
accanto. - Forse... lascia perdere. Scusa.
- No, no, non c' nessun problema. - Doveva essersi
avvicinata la cornetta alla bocca perch la sua voce era pi
forte. - Che succede, Auden? Perch ci stai pensando ora?
Di colpo, rendendomi conto di avere un groppo in gola,
provai imbarazzo. Oddio, cosa mi prendeva? Deglutii, poi
risposi: -  solo che... pap e Heidi hanno dei problemi.
- Problemi - ripet. - Che tipo di problemi?
Dal piano terra arrivarono altre risate. - Pap se n' andato
un paio di settimane fa - risposi.
Lei espir lentamente, un suono simile al sospiro di chi
vede una palla da baseball volare lontano oltre una siepe.
- Oddio. Mi dispiace.
- Davvero?
Lo dissi senza riflettere e mi pentii all'istante di quel mio
tono di eccessiva sorpresa. - Be', certo - rispose con voce
un po' pi brusca. - A nessuno fa piacere veder fallire un
matrimonio, soprattutto se ci sono di mezzo dei figli.
E di colpo, mi ritrovai a piangere. Le lacrime sgorgarono
da sole, riempiendomi gli occhi, rigandomi le guance,
al che feci un respiro profondo cercando di mantenere un
contegno.
- Auden? Stai bene?
Guardai di nuovo l'oceano fuori dalla finestra, calmo e vasto,
apparentemente sempre identico eppure in mutamento
costante. - Forse - risposi con voce incerta - vorrei soltanto
aver fatto certe cose in maniera diversa.
- Ah - disse. Come se capisse alla perfezione, nonostante
le mie poche parole. Riusciva a leggere tra le righe,
immagino. - E chi non lo vorrebbe.
Magari tra madri e figlie normali i rapporti sono pi diretti.
C' un botta e risposta che non lascia spazio a dubbi o
ambiguit, l'abitudine di dire esattamente ci che si pensa
quando lo si pensa. Ma io e mia madre non eravamo normali
perci quel dialogo - pur rigido e vago - fu la conversazione
pi intima dopo secoli di silenzio. Era come allungarsi
a prendere la mano di qualcuno, mancare le dita o
persino il braccio, e toccare invece la spalla. Pazienza. Era
comunque una buona presa.
Per un istante restammo entrambe mute ai due capi della
linea. -  meglio che vada. Sotto ci sono delle mie amiche
- dissi alla fine.
- Certo. - Toss. - Chiamami domani, per.
- S. Senz'altro.
- D'accordo. Buonanotte, Auden.
- Buonanotte.
Chiusi il telefono e lo posai sul letto, sopra il libro di testo,
dopo di che mi diressi alla porta. Mentre percorrevo il corridoio
e poi scendevo le scale, mi arriv all'orecchio il familiare
sottofondo di prima, in quel momento ancora pi forte.
- ...  solo che non capisco perch all'improvviso facciamo
tutte finta che la notte del ballo di fine anno sia stata
magnifica - stava dicendo Isabel.
- Ma  stato cos - replic Morgan.
- Per alcune.
- Esatto - approv Esther.-Altre invece si sono ritrovate
accompagnatori cos ubriachi da non riuscire neanche
a uscire dal parcheggio.
Morgan ridacchi. - Piantala - borbott Isabel.
- Secondo me - riprese Heidi - il ballo di fine anno 
una di quelle cose delle superiori che si amano o si odiano.
Come andare al liceo.
- A me il liceo piaceva da matti - esclam Maggie.
- Ovvio - esclam Leah. - Uscivi con il pi figo della
scuola, avevi i voti migliori e tutti ti adoravano.
- Tu non hai mai voluto che tutti ti adorassero -
la rimbecc Esther.
- Tutti no, per qualcuno non mi sarebbe dispiaciuto -
ribatt Leah.
- Ricordati che il mio ragazzo del liceo mi ha spezzato
il cuore - sottoline Maggie.
- Anche il mio! - sospir Morgan. - Oddio, che batosta.
- Sembrava un burattino - comment Isabel. - Decisamente
troppo gel.
In quel momento fu Esther a ridacchiare. - Piantala -
ordin Leah.
- Vedete, per - disse Heidi -  per questo che  un
tema stupendo! Chi ha amato il ballo di fine anno pu rivivere
l'esperienza. Chi l'ha odiato, invece, pu riprovare.
Accontenta tutti.
- Tranne le sfigate a cui tocca confezionare trecento oggettini
ricordo - brontol Leah. Poi alz gli occhi e mi vide.
- Ehi. Hai deciso di unirti a noi sfigate?
Deglutii, consapevole dello sguardo di Heidi sui miei occhi
rossi e della sua espressione di preoccupazione istantanea.
- Ci puoi contare - risposi.
Maggie si scost per farmi spazio sulla sedia e io mi sedetti
al suo fianco. - Allora, Auden - chiese Isabel - tu
ami oppure odi il ballo di fine anno?
- Lo odio - affermai. - Mi hanno tirato un bidone.
Si lev un coro di gemiti. - Sul serio? - esclam Morgan.
- Che cosa orribile!
- E come se non bastasse - aggiunse Leah - quel tipo
adesso  qui e la bombarda di messaggi.
- Sai cosa dovresti fare? - continu Morgan. - Dovresti
invitarlo alla festa sulla spiaggia e poi tirargli un bidone
tu, stavolta.
- Morgan! - Isabel la guard sconcertata e inorridita.
- Ma ti senti? Parli come un giustiziere!
- Secondo me - disse Heidi - dovresti trovare una persona
con cui ti piacerebbe davvero andarci e fare le cose per
bene. Io almeno la penso cos.
- Non so - risposi. - Credo che ormai sia un po' tardi
per rimediare.
- Non necessariamente - obiett Leah. - Stasera le
donne entrano gratis al Tallyho.
Feci un sorriso. - No, no, no al Tallyho.
- Ora s che ti riconosco! - esclam Maggie raggiante,
dandomi una spallata.
Risero tutte e poi, in un batter d'occhio, la conversazione
si spost su un altro argomento. Era tutta una frenesia totale:
le chiacchiere, le emozioni, il botta e risposta continuo.
Mi accorsi che se cercavo di stare dietro al filo logico, andavo
in confusione. Cos decisi semplicemente di rilassarmi,
godermi la situazione - per folle e incasinata che fosse - e
per una volta semplicemente alzare le braccia e pedalare.

 CAPITOLO 16.

- Wow. Bella sbucciatura.
Sollevai gli occhi e vidi Adam sulla soglia dell'ufficio di
Heidi, con una scatola sottobraccio. - Be' - commentai,
appoggiando il tubetto di pomata cicatrizzante che mi stavo
spalmando sull'ultima escoriazione al ginocchio, risultato
di un percorso traballante con schianto finale, fresco di
giornata -  un buon modo di vedere le cose.
-  l'unico. - Mise la scatola sull'archivio, poi si sollev
la maglietta con uno strattone e mi mostr una cicatrice
sulla pancia. - Vedi questa? Dodici anni, spiaccicato
a terra su una rampa. E qui invece - si tir su la
manica e mi indic un altro punto bianco e lucido - mi
sono schiantato su un sentiero dopo aver centrato in pieno
un tronco.
- Ahi.
- Ma il pezzo forte - continu, battendosi il petto - 
qui sotto. Tutto titanio, piccola.
Lo guardai perplessa. - Cosa?
- La piastra che hanno usato per rimettermi insieme lo
sterno - rispose, allegro. - Due anni fa. Me lo sono rotto
insieme al casco integrale facendo un salto.
- Sai - dissi, esaminando di nuovo la mia sbucciatura
- mi fai sembrare ridicola.
- E invece no! - Sorrise. - Conta tutto. Se non ti fai
male, vuol dire che non ci dai dentro abbastanza.
- Allora io ci do dentro alla grande - conclusi.
- Cos si dice, infatti - comment, riprendendo la scatola.
-Maggie sostiene che sei un animale da combattimento.
Inorridii. - Cosa ti ha detto?
- Sto parafrasando - rispose tranquillo, minimizzando
la cosa con un gesto della mano. - Sostiene che ti impegni
molto e che vai forte.
Scrollai le spalle, rimettendo il tappo alla pomata.-Non
credo. Se fossi brava, non sarei cos ammaccata.
- Non  mica vero.
Alzai gli occhi verso di lui. - No?
Scosse il capo. - Certo che no. Guarda me. Sono un asso
in bici, ma sono finito con la faccia a terra cos tante volte
che non riesco pi a contarle. E i professionisti? Sono praticamente
bionici, si schiantano di continuo. Guarda Eli. Si
 rotto il gomito, pi volte la clavicola e poi ha quell'affare
sul braccio...
- Aspetta un attimo - lo interruppi. - Quell'affare sul
braccio? Intendi la cicatrice?
- Gi.
- Pensavo che se la fosse fatta nell'incidente.
Adam scosse il capo. - No. Stava provando delle acrobazie
sul pontile ed  atterrato male. Si  affettato il braccio
con il bordo di una panchina. C'era sangue dappertutto.
Riabbassai gli occhi sulla mia sbucciatura, piccola e tondeggiante,
lucida di pomata.
- Conta tutto - ripet Adam. - A definire una persona
non  il numero di volte che cade, ma il numero di volte
che ritorna in sella. Finch torni a pedalare, va benissimo.
Lo guardai e sorrisi. - Sai - considerai - ti ci vedo
bene a motivare la gente o roba simile. Potrebbe essere il
tuo lavoro.
- Uh, no.  un mestiere da deficienti - rispose, pronto.
- Ehi, Heidi c'?
- No.  a pranzo. - Non aggiunsi che era con mio padre
per il loro primo incontro ufficiale da quando lui se n'era
andato. Nervosissima, per tutta la mattina non aveva fatto
che gironzolare in negozio, raddrizzare la merce esposta e
starmi addosso in ufficio, tanto che mi ero sentita sollevata
quando alla fine aveva stretto Isby al marsupio ed era uscita.
Come si era chiusa la porta alle spalle, per, avevo cominciato
io a sentirmi inquieta e ansiosa di sapere cosa avrebbe
raccontato al suo rientro. - Torner tra un'oretta, credo.
- Oh. Be', allora mi sa che lascio semplicemente la roba
qui. -Appoggi la scatola alla mia sinistra, sulla scrivania.
Notando la mia occhiata, aggiunse: - Foto del ballo di fine
anno scattate quando mi occupavo dell'annuario. Ha detto
che le servono come addobbi per la festa sulla spiaggia.
- Ah, s? - dissi. - Posso dare un'occhiata?
- Certo.
Alzai il coperchio. Dentro c'era una catasta di foto, per lo
pi in formato dodici per diciotto, tutte in bianco e nero. La
prima era di Maggie, accanto al portellone di un'auto in compagnia
di Jake. Indossava un vestito scuro, corto e svasato,
pi un paio di scarpe con il tacco alto e i laccetti, e aveva i
capelli sciolti sulle spalle. Al polso portava un nastro con un
mazzolino di fiori e rideva, porgendo un sacchetto di patatine
a Jake, che in camicia e pantaloni dello smoking stava
scalzo sulla sabbia. Passai alla foto successiva: ancora Maggie,
la stessa notte, ma questa volta sola, in punta di piedi,
intenta a controllare il suo riflesso in uno specchio con su
scritto Coca-Cola. Poi venne il turno di Leah, in una posa
pi sobria con un tipo in uniforme militare, entrambi con
gli occhi sull'obiettivo, e di Wallace, immortalato nella pista
da ballo senza la fascia dello smoking, impegnato in un
passo di danza. Poi di nuovo Maggie, altro anno, altro
vestito, stavolta bianco e pi lungo. Nella prima foto camminava
sulla passeggiata tenendo per mano una persona inquadrata
solo fino alla spalla. In quella sotto rideva a bocca
mezza aperta mentre si allungava verso la macchina fotografica,
le dita sfocate.
- Wow - commentai, continuando a scorrere. Di nuovo
Leah. Esther. Maggie. Wallace e Leah. Jake ed Esther. Maggie.
Wallace ed Esther. Maggie. Maggie. Maggie. Alzai lo sguardo
verso di lui. - Tu non ci sei mai.
- No. Io ero sempre dietro l'obiettivo.
Spostai in fondo al mazzo l'ennesima foto di Maggie,
questa volta in bici con il vestito bianco tirato su e tenuto
fermo da una mano, il casco nell'altra. - Ce ne sono un
sacco sue.
Con gli occhi fissi sulla foto e un tono indecifrabile, replic:
- Abbastanza.
- Cosa state guardando?
Io e Adam sussultammo mentre proprio Maggie - in carne,
ossa, infradito e jeans - compariva sulla soglia alle nostre
spalle. - Foto del ballo di fine anno - risposi, tornando
con disinvoltura a quella di Leah e Wallace. - Heidi le
voleva per la festa sulla spiaggia.
- Oh, no. - Sospir, poi si fece avanti, sporgendosi oltre
la mia spalla. - Non sopporto l'idea di... guarda! Il penultimo
anno. Leah ci era venuta accompagnata da quel
marine, te lo ricordi?
Adam fece s con la testa. - Eccome.
- E io avevo il vestito bianco. Lo adoravo. - Sospir
di nuovo, questa volta allegra, e allung il braccio per
passare alla foto successiva. - Eccolo l! Oddio. Che tormento.
Per tutta la sera ero riuscita a evitare che si sporcasse,
persino quando ero salita in bici per scommessa. E
poi Jake ci ha vomitato sopra mentre tornavamo a casa.
La macchia...
- Non  pi venuta via - fin Adam per lei. - Dev'esserci
una foto da qualche parte.
- Spero non in questa scatola. - Maggie tir fuori quella
che la ritraeva in bici. -  stata una serata fantastica, per.
Cio, fino alla fine. Quali altre foto ci sono? Qualcun'altra
mia?
Cogliendo l'occhiata di Adam, chiusi con cura la scatola
dicendo: - Non molte.
- Oh - mormor. - Be', forse  meglio. Perch non
sono tanto sicura di voler mostrare a tutta la citt i miei ricordi
del ballo.
- Ah, no? - chiesi. - Mi era sembrato di capire che ti
fossi divertita parecchio.
Alz le spalle. - Direi di s. Ma all'epoca stavo con Jake.
L'ultima cosa che voglio adesso  vedermi sbattuti in faccia
tutti gli anni che ho sprecato con lui.
- A quel tempo eri felice, per - osservai. - Deve pur
contare qualcosa.
-Non lo so-rispose Maggie.-Ultimamente mi viene
da pensare che forse sarei stata meglio da sola. Cos almeno
i ricordi del liceo non sarebbero intrisi della sua presenza.
- Intrisi? - ripet Adam. - Esiste una parola del genere?
-Sai bene cosa voglio dire-replic lei, pizzicandogli il
braccio. - Comunque, il punto  che se mi fossi resa conto
prima di chi era, magari avrei vissuto quel periodo in maniera
diversa.
- Gi - replicai. - E magari avresti passato tutto il liceo
da sola, senza mai andare al ballo di fine anno.
- Esatto - rispose. - E magari sarebbe stato bello lo
stesso. O addirittura meglio.
Guardai di nuovo la scatola, ripensando a tutte le foto
che custodiva e cercando di immaginarmi in almeno una
di esse. E se avessi avuto anch'io un ragazzo? Se fossi andata
al ballo? Cosa avrebbe intriso i miei ricordi se avessi
avuto un'altra occasione? - Pu darsi di s - mormorai.
- O pu darsi di no.
Lei mi guard in modo strano e fece per dire qualcosa,
ma in quel preciso istante ci fu uno scampanellio alla porta.
- Il dovere mi chiama - esclam, facendo dietrofront
prima di avviarsi in corridoio e salutare con voce allegra un
gruppo di clienti.
Adam la osserv allontanarsi, poi si appoggi allo stipite
della porta. - Sai - disse - se vuoi rimediare, ne hai
la possibilit.
Alzai gli occhi su di lui. - Rimediare cosa?
- Di non essere andata al ballo di fine anno - rispose.
- In questo momento Eli sta facendo l'inventario in negozio.
- Di che cavolo stai parlando? - chiesi.
- Basta che vai l, entri in ufficio e gli dici: ehi, accompagnami
al ballo! - spieg. -  molto semplice.
Ero tentata di rispondergli che niente riguardo a me ed
Eli era semplice, soprattutto negli ultimi tempi. Invece gli
chiesi: - Cosa ti fa pensare che voglia andarci con lui?
- Il fatto che te ne stai seduta qui a lamentarti di aver
passato tutto il liceo da sola senza mai andare al ballo - rispose.
- Si capiva benissimo di chi stavi parlando.
- Di Maggie. Stavo parlando di Maggie.
Incroci le braccia. - Come no.
Per un attimo lo guardai in silenzio. Poi dissi: - E tu invece?
- Io?
Annuii. - Quando hai intenzione di invitare Maggie?
- Invitarla dove?
Alzai gli occhi al cielo.
- Oh, no. Siamo solo amici.
- Certo. - Aprii di nuovo la scatola e iniziai a scorrere le
foto, poi, dopo aver tirato fuori quella della bici, quella sulla
passeggiata, quella mezza sfocata e quella dello specchio, le
piazzai sulla scrivania l'una accanto all'altra.-Perch, ovviamente,
tu scatti foto cos a tutti i tuoi amici.
Lui abbass lo sguardo e deglut. - A dire il vero, ho un
sacco di foto di Wallace - replic con voce tesa.
- Dai, Adam.
Lo osservai mentre, sconfitto, si abbandonava sulla sedia
portandosi le braccia dietro la testa. Per un attimo restammo
l senza dire una parola. Fuori Maggie stava disquisendo
sui pr e contro dei costumi interi. - Il punto - disse
infine Adam -  che ce l'ho fatta finora, capisci? Tra poche
settimane inizieremo l'universit.
- E allora?
- E allora - continu - non so se voglio che questa estate
sia intrisa di certi ricordi. O la nostra amicizia. Potrebbero
essere ricordi imbarazzanti, che finirebbero per rovinare
tutto il resto.
- Dai per scontato che dir di no.
- No - ribatt - sto dando per scontato che dir di s,
convinta di passare una serata divertente. Io invece ne far
un affare di stato come se fosse un appuntamento vero,
solo che lei non la vedr cos e la cosa diventer tristemente
chiara proprio quella sera, quando mi pianter in asso per
ballare con un altro, lasciare la festa con un altro, e alla fine
sposarsi con un altro.
Fuori Maggie stava ridendo, un suono allegro e argentino
simile a musica.
- Be' - ironizzai - almeno non hai sprecato troppo
tempo a pensarci.
Mi fece un sorrisetto. - Proprio come tu non hai pensato
a invitare Eli, giusto?
- Giusto.
Adam alz gli occhi al cielo.
- Dico davvero. Abbiamo avuto una discussione... Adesso
non ci parliamo nemmeno.
- Bene, allora. Sai cosa devi fare.
- Ah, s? - chiesi.
- Gi. - Si rimise in piedi. - Rimonta in sella.
Lo guardai. - Non  cos semplice.
- Invece s - ribatt. - Basta risalire. Ricordi?
Ci riflettei su mentre lui si avviava alla porta, infilandosi
le mani in tasca. - A proposito - aggiunsi - c' di peggio
che un ricordo imbarazzante.
- S?
Annuii.
- E cio?
- Chiedersi in eterno se poteva andare diversamente.
- Accennai alle foto del ballo ancora posate davanti a me.
- Sono davvero tante, sai?
Le guard di sfuggita, poi riport lo sguardo su di me.
- Gi - ammise. - Direi di s.
In quell'istante mi trill il cellulare. Jason.
Sei libera a pranzo? Sto andando al Last Chance, ho un'ora.
- Ti devo lasciare - disse Adam. Poi indic la mia sbucciatura
sul ginocchio. - Ricordati. Rimonta in sella!
- D'accordo - risposi. - Ricevuto.
Fece scattare i pollici all'ins e poi scomparve fischiettando
- sempre cos allegro, come cavolo faceva? - diretto all'uscita
del negozio. Guardai le foto di Maggie, l'una accanto all'altra,
e poi il telefono, sul cui schermo c'era ancora il messaggio
di Jason. Sapevo di aver fatto una grande cavolata a voltare
le spalle a Eli in quel modo, ma forse non era troppo tardi
per dare un colore particolare ai miei ricordi. Forse in bene,
forse in male, ma almeno avrebbe aggiunto un tocco in pi.
Cos presi il cellulare e diedi a Jason la risposta che voleva.
Ok. Sto arrivando.
* * *
Quella sera, quando tornai a casa, Heidi era nella veranda
sul retro intenta a fissare l'oceano. Pur da lontano e con
lo schermo della portafinestra, notai la tensione delle spalle
e la posa triste del capo e dunque non mi stupii quando,
nell'attimo in cui si volt sentendomi arrivare, vidi che aveva
gli occhi rossi e gonfi.
- Auden - disse, portandosi indietro i capelli e prendendo
fiato. - Non pensavo che tornassi cos presto.
- Ho finito prima. - Mi infilai le chiavi in borsa. - Tutto
ok?
- S, sto bene. - Rientr, chiudendosi la porta alle spalle.
- Stavo solo pensando.
Per un istante restammo ferme, in silenzio. Dal primo
piano arrivava il rumore delle onde di Thisbe. -Allora...
come  andata?
- Bene. - Deglut mordendosi il labbro. - Abbiamo
parlato un bel po'.
- E?
- E - prosegu - siamo d'accordo che per ora sia meglio
lasciare le cose come stanno.
- Cio lui resta al Condor - specificai per fugare ogni
dubbio. Lei annu. - Quindi non  voluto tornare.
Mi raggiunse e mi pos le mani sulle spalle. - Tuo padre...
in questo momento crede di essere pi di intralcio che
d'aiuto. Pensa che magari, fino a dopo la festa sulla spiaggia
e dopo l'estate,  meglio se mi concentro solo su me e Thisbe.
- Come fa a essere meglio? - chiesi. - Siete la sua famiglia.
Si morse di nuovo il labbro, poi si guard le mani. - Lo
so che sembra assurdo.
- Infatti.
- Io per lo capisco - continu. - Io e tuo padre... abbiamo
avuto un fidanzamento e un matrimonio lampo e poi
io sono rimasta subito incinta. Dobbiamo rallentare.
Appoggiai la borsa sul tavolo. - Quindi si tratta di una
pausa. Non di un punto fermo.
Heidi annu. - Assolutamente.
A dire il vero, non ci credevo. Conoscevo mio padre e il
suo modo di agire: se le cose diventavano complicate, se
ne tirava fuori e in qualche modo riusciva a farlo sembrare
un gesto altruistico, anzich l'esatto contrario. Non stava
abbandonando Heidi e Thisbe, stava semplificando loro la
vita. Non aveva lasciato mia madre per invidia professionale,
si era fatto da parte per darle la visibilit che meritava. E
di sicuro per tutti quegli anni non aveva praticamente finto
di non avere una figlia, ma mi aveva semplicemente insegnato
a essere adulta e indipendente in un mondo in cui
la maggior parte della gente  fin troppo infantile. Mio padre
non era mai rimontato in sella. Non aveva mai neppure
rischiato di cadere. Un tentennamento, anche solo un accenno,
e lui accostava e piantava tutto.
- Allora - fece Heidi spostando una sedia e sedendosi
al tavolo - basta parlare di me. Tu cosa mi racconti?
Mi piazzai davanti a lei e posai le mani sulla borsa. - Be' -
risposi - a quanto pare ho un accompagnatore per il ballo.
- Davvero? - Batt le mani. -  splendido!
- Gi. Jason me l'ha appena chiesto.
Fece una faccia perplessa. -Jason...
- Quel ragazzo della mia citt - spiegai. Davanti alla
sua aria ancora incerta, presi il cellulare e glielo mostrai.
Quello dei messaggi.
- Oh! Quello che ti ha tirato il bidone!
Feci s con la testa.
- Bene. ...
- Da sfigati? - suggerii.
- Stavo per dire che  come tornare al punto di partenza,
o qualcosa di simile - rispose lentamente. - Perch,
non ti va di andarci?
- No, mi va. - Abbassai lo sguardo. - Cio,  una seconda
occasione. Sarei stupida a non coglierla.
- Giusto. - Si appoggi allo schienale passandosi una
mano tra i capelli. - Non capitano spesso.
Annuii ripensando a Jason al Last Chance, a come mi
avesse aspettata seduto a un tavolo appartato e al suo sorriso
raggiante quando ero comparsa sulla porta. Davanti a
hamburger e anelli di cipolla, aveva parlato a briglia sciolta
della conferenza e di quanto stesse andando bene: ascoltarlo
mi dava una sensazione familiare, ma non in senso negativo.
Era come se lo scorrere del tempo si fosse invertito
e fossimo di nuovo in primavera, quando ci dividevamo il
pranzo parlando di scuola e lezioni. E anche l'attimo in cui
si era schiarito la gola e mi aveva detto che doveva chiedermi
una cosa mi era sembrato familiare, tanto che avevo accettato
senza esitazioni. Era stato molto naturale.
In quel momento guardai Heidi, persa a fissare fuori dalla
finestra sopra il lavello, e mi torn in mente l'opinione
che un tempo avevo di lei, solo sulla base delle e-mail euforiche
e dei vestiti civettuoli, tutta apparenza, niente sostanza.
Ero arrivata l pensando di sapere un sacco di cose e di
essere pi furba di tutti. Ma mi ero sbagliata.
- Ehi - dissi - posso chiederti una cosa?
Si gir a guardarmi. - Certo.
- Qualche settimana fa - iniziai - hai detto qualcosa
riguardo al fatto che mia madre non  davvero una stronza.
Hai detto che  impossibile perch le stronze finiscono
sempre da sole. Te lo ricordi?
Heidi ci riflett aggrottando la fronte. - Vagamente.
- E poi hai detto che lo sapevi perch un tempo anche
tu sei stata cos.
- Giusto - disse. - Quindi qual  la domanda?
- Insomma... - Mi interruppi e presi fiato. - Lo eri
davvero?
- Una stronza? - chiese.
Annuii.
- Oh, s. Assolutamente.
- Non riesco proprio a immaginarmelo - commentai.
- Cio, tu stronza.
Heidi sorrise. - Be', perch non mi hai conosciuta prima
che venissi qui e incontrassi tuo padre. Avevo appena
finito la scuola di economia ed ero rigidissima. Anzi, spietata.
Mi facevo in quattro per mettere da parte i soldi per una
boutique a New York. Avevo un piano aziendale, un sacco
di contatti con investitori, un prestito, tutto. Non mi importava
di nient'altro.
- Non sapevo che vivessi a New York.
- Era un progetto per dopo la laurea - spieg. - Ma
poi mia madre si  ammalata e in estate sono dovuta tornare
qui a Colby per prendermi cura di lei. Conoscevo Isabel
e Morgan dai tempi del liceo, cos grazie a loro ho trovato
lavoro come cameriera, giusto per fare un po' di soldi
in pi per poi trasferirmi.
- Lavoravi al Last Chance?
-  cos che ho conosciuto tuo padre - spieg.-Aveva
appena fatto il colloquio alla Weymar ed  venuto a pranzo.
Dato che non c'era molto movimento, ci siamo messi a chiacchierare.
E poi da cosa nasce cosa. A fine estate mia madre
 stata meglio per un po', quindi io ho salutato tuo padre
e sono partita. Ma una volta a New York, ho cominciato a
sentirmi insoddisfatta. Non mi interessava pi come prima.
- Sul serio?
Fece un respiro. - Ero arrivata qui con l'intenzione di andarmene
appena possibile. Era una specie di sosta ai box,
non un traguardo. Avevo gi pianificato tutta la mia vita.
- E allora cosa  successo?
- Direi che quel piano si  rivelato poco adatto a me -
rispose. - Perci ho lasciato New York, ho sposato tuo padre
e ho usato i soldi per aprire Clementine's. E per quanto
possa sembrare strano, sentivo che era la scelta giusta.
Completamente diversa, ma giusta.
Ripensai alla sua espressione quando ero tornata a casa
poco prima, alla tristezza con cui mi aveva riferito la conversazione
con mio padre. -  ancora cos? Credi ancora
che sia stata la scelta giusta?
Mi guard per un istante. - In effetti, s - rispose alla
fine. - Certo, vorrei che le cose tra me e tuo padre andassero
in maniera diversa. Ma ho Thisbe e il mio lavoro... Ho
quello che volevo, anche se non  perfetto. Se fossi rimasta
a New York, mi sarebbe sempre rimasto il dubbio.
- Magari intriso di qualcosa - aggiunsi.
- Come hai detto?
Scossi la testa. - Niente.
Heidi spinse indietro la sedia e si alz. - Alla fine sono
andata via per un'estate, mi sono innamorata ed  cambiato
tutto.  la storia pi vecchia del mondo.
Il modo in cui mi guardava mentre pronunciava quelle
parole mi fece sentire di colpo a disagio, cos rivolsi l'attenzione
alla borsa. - Gi - ammisi, tirando fuori il cellulare.
- Mi sembra di averla gi sentita.
Mentre mi sfilava accanto mi accarezz i capelli. - Buonanotte,
Auden - disse, soffocando uno sbadiglio. - Dormi
bene.
- Anche tu.
E, stranamente, sapevo che sarebbe andata cos. Avrei dormito
e forse anche bene. Quanto a quello ero decisamente
cambiata. La parte sull'amore e sul resto... no, non si applicava
al mio caso. Ma chiss. Avevo un accompagnatore per
il ballo e un'altra occasione di riscrivere il mio piano. L'estate
non era ancora finita e quindi, forse, neanche la storia.
* * *
- Ok - disse Leah, tirandosi su il vestito per esaminare
l'orlo. - Mi stanno venendo dei flashback pazzeschi. Non
l'abbiamo appena fatto?
- S - rispose Esther. - A maggio.
- E allora perch lo stiamo facendo di nuovo?
- Perch c' la festa sulla spiaggia! - esclam Maggie.
- Questa  un'affermazione, non una spiegazione - replic
Leah. - E senz'altro non  un motivo sufficiente per
ripetere la trafila.
Eravamo in camera di Heidi, dove lei stessa ci aveva spedite
dopo aver sentito che ci lamentavamo all'unisono perch
non riuscivamo a trovare niente di decente da metterci
per la festa sulla spiaggia. La mia matrigna continuava
a stupirmi. Non solo era un'ex stronza, ma anche una maniaca
dello shopping. Aveva tonnellate di vestiti di tutte le
taglie comprati nel corso degli anni. Vintage, classici, anni
Ottanta: bastava nominare uno stile, e l c'era.
- Ci servono anche degli accompagnatori, ricordatevelo- continu Leah. - A meno che Heidi non abbia dei ragazzi
sexy nascosti dietro quelle scatole di scarpe.
- Chiss - risposi, sbirciando nei meandri dell'armadio.
- A questo punto non mi sorprenderebbe.
- Stavolta gli accompagnatori non sono d'obbligo - replic
Maggie. - Andiamoci tutte insieme e basta. Sar pi
semplice senza ragazzi.
Leah la guard malissimo. - Scordatelo. Se mi tocca agghindarmi
come una bambola, voglio almeno un ragazzo
carino. Se no, niente.
- Be' - intervenni, aprendo l'altra anta dell'armadio
- stasera le donne entrano gratis al Tallyho.
- Finalmente! - esclam Leah, indicandomi. - Lei s
che capisce.
- Fa presto a dirlo - comment Esther. -  l'unica con
l'accompagnatore.
- Ma senza un vestito - ribattei, tirando fuori un tubino
nero dalla scollatura vertiginosa per poi rimetterlosubito a posto. Era un piccolo dettaglio, lo sapevo. E
poi quello non era un vero ballo di fine anno. Ma probabilmente
sarebbe stato l'unico a cui avrei mai partecipato
perci ero decisa a sfruttare l'occasione al massimo. Fino
a quel momento, per, tutti gli abiti che avevo provato
erano troppo: troppo sgargianti, troppo corti, troppo lunghi,
troppo e basta.
- Oh, che spettacolo! - Esther si volt di scatto, tenendosi
appoggiato addosso un vestito rosa stile anni Cinquanta
con una crinolina rigida sotto la gonna a ruota. - Quanto
scommettete che lo metter?
- Devi assolutamente - esclam Maggie, allungandosi
a toccare la gonna. - Oddio.  perfetto per te.
- Solo se tu metti quello nero che ti sei provata prima,
quello che faceva tanto Audrey Hepburn - la incalz Esther.
- Dici?  cos elegante.
- Allora abbinalo alle infradito. Sono il tuo marchio di
fabbrica.
Maggie si avvicin a prendere il vestito appoggiato sul
letto. - Potrebbe funzionare. Tu che ne dici, Leah?
- Dico che se devo andare a questo strazio di serata senza
accompagnatore - rispose lei mentre si infilava un affare
rosso fuoco sopra la canotta - tanto vale che mi vesta
con un sacco dell'immondizia.
- Perch hai bisogno di un ragazzo per metterti in tiro?
- chiese Maggie. - Per caso noi, le tue pi care e vecchie
amiche, non siamo una compagnia abbastanza piacevole?
- Maggie. - Leah si tir gi il vestito con uno strattone.
-  un ballo. Non un ritiro spirituale in una comune
di sole donne.
- E potrebbe essere l'ultima grande festa a cui andiamo
tutte insieme prima dell'universit.  quasi agosto, l'estate
 praticamente finita.
- Smettila - minacci Esther, puntandole contro il dito.
- Ricordati le regole. Fino a vent'anni sono vietati i rimpianti.
Avevamo fatto un accordo.
- Lo so, lo so - disse Maggie, agitando le mani all'altezza
del suo viso. Si sedette sul letto con il vestito nero sulle
gambe. -  solo che... non riesco a credere che questo periodo
della nostra vita sia agli sgoccioli. Il prossimo anno
di questi tempi sar tutto diverso.
- Oddio, lo spero proprio.
- Leah!
Leah la guard dallo specchio, dove stava controllando
la sua immagine riflessa. - Che c'? Tra un anno spero di
avere un ragazzo splendido e una vita piena di soddisfazioni.
Potr pure sognare, no?
- Non  cos male, per - insistette Maggie. - Quello
che abbiamo e quello che abbiamo avuto.
- No - confermai, spingendo da parte altri due vestiti.
- Per niente.
Lo dissi cos, senza nemmeno pensarci. Fu solo quando
nella stanza cal il silenzio che mi resi conto di avere addosso
gli occhi di tutte. - Visto? - esult Maggie, indicandomi
con la testa. - Auden capisce.
- Capiva anche del Tallyho - brontol Leah. - E la cosa
non interessava a nessuno.
- Sul serio, per. - Maggie mi guard. - Lei al tempo
non ha avuto l'occasione di farlo. Se ti serve un motivo per
andare al ballo, metterti in tiro e rifare tutto daccapo, pensa
a Auden. Lei la prima volta se lo  perso.
Leah mi lanci un'occhiata prima di riportare lo sguardo
sullo specchio.-Non lo so - sospir. - Mi state chiedendo
molto.
- Sai una cosa? - intervenne Esther, saltando su e gi
per far frusciare la crinolina. - Cos hai una scusa per andare
al Tallyho.
- Giusto - convenne Leah.
- Non dovete sentirvi obbligate - dissi a Maggie, intenta
a osservarmi mentre mi infilavo un altro vestito. - Tanto
mi accompagna Jason. Me la caver.
- Assolutamente no - rispose. - Per un vero ballo di
fine anno ci vogliono le amiche.
- Perch chi, se non le tue amiche - continu Esther
- accetterebbe di aiutarti a rimettere in scena il tuo passato
solo per appianare un torto che ancora ti fa soffrire?
- Nessuno - rispose Leah.
- Gi, nessuno - ripet Maggie.
Mi stavano guardando tutte. - Nessuno - confermai,
anche se sapevo di avere un'altra risposta possibile.
Nonostante la mia dichiarazione, per, continuavano a
fissarmi, al punto che cominciai a temere di avere la faccia
sporca di inchiostro o le mutande in bella vista. Stavo
giusto per controllarmi allo specchio, quando Maggie esclam:
- Wow. Auden. Questo.
- Questo cosa? - chiesi.
- Il vestito - rispose Esther, indicandomi con la testa.
- Ti sta da favola.
Abbassai gli occhi sull'abito viola che mi ero infilata qualche
istante prima, senza pensarci: l'avevo tirato fuori dall'armadio
solo perch, a differenza di tutte le altre cose che mi
ero provata, non era n rosso, n nero, n bianco. In quel
momento, per, di fronte allo specchio, dovetti ammettere
che mi stava piuttosto bene. Lo scollo era perfetto, la gonna
era a ruota, e mi piaceva il modo in cui esaltava il colore
dei miei occhi. Non era un vestito da fermare il traffico,
ma non doveva esserlo per forza.
- Dite davvero? - chiesi.
- Assolutamente. - Maggie mi si avvicin e allung una
mano per toccare la gonna. - Non ti piace?
Esaminai la mia immagine riflessa. Non ero mai stata un
tipo da vestiti o colori audaci, cos come in vita mia non avevo
mai avuto nessun vestito in quella tonalit di viola. Sembravo
un'altra persona. Ma forse era proprio quello il punto. E
se per affrontare un'avventura era necessario avere gli snack
giusti, forse bisognava avere anche l'abbigliamento giusto.
- S - risposi, scostando la gonna da una parte con le
dita. Quando la lasciai andare, torn indietro con un fruscio
e si risistem come se sapesse gi quale fosse il suo posto.
-  perfetto.

 CAPITOLO 17.

La mattina della festa sulla spiaggia, fui svegliata alle otto
precise da Isby che piangeva nella stanza accanto. Diedi le
spalle alla parete che ci divideva, nascondendo la testa sotto
il cuscino, e aspettai che Heidi andasse a calmarla. Dopo
qualche minuto, al pianto si aggiunsero i singhiozzi e io cominciai
a chiedermi cosa stesse succedendo. Quando Isby
inizi a strillare a pieni polmoni, andai a controllare.
La trovai sdraiata nella culla con il viso rosso e i capelli
arruffati e madidi di sudore. Quando vide che mi sporgevo
su di lei, grid ancora pi forte e agit le braccia come
una forsennata. Appena la sollevai e la cullai stretta a me, si
tranquillizz ed emise solo una serie di piccoli sbuffi, come
se avesse il singhiozzo.
- Va tutto bene - le dissi, muovendola su e gi mentre
facevo capolino in corridoio. Ancora nessun segno di
Heidi, il che era preoccupante, perci tornai dentro e cambiai
il pannolino alla bambina, cosa che la tranquillizz del
tutto. Poi la fasciai e scesi al piano terra, dove trovai Heidi
seduta al tavolo di cucina, circondata da pile di scatole con
oggettini ricordo da distribuire al ballo e impegnata in una
conversazione al cellulare.
- S, Robert, capisco che sei in un pasticcio - stava dicendo
mentre giocherellava nervosa con la tazza di caff che
aveva davanti. - La verit  che contavo su di te e non so
se riuscir a trovare qualcun altro con cos poco preavviso.
In lontananza, all'altro capo della linea, sentii la voce di
mio padre. In quell'istante mi resi conto che era passato
un sacco di tempo dall'ultima volta che ci eravamo parlati:
una settimana, forse due. Alla fine aveva capito che non intendevo
rispondere ai suoi messaggi. La mia segreteria era
vuota da un pezzo.
- Sai una cosa - esclam Heidi all'improvviso - va bene.
Qualcuno lo trover. No, non ti preoccupare. Sul serio. Ma
ora bisogna che vada. Oggi devo fare una marea di cose e...
Si interruppe e sentii di nuovo la voce di mio padre.
Qualunque cosa stesse dicendo, non suscit in Heidi altro
che un sospiro e una scrollata di capo.
Mi chiesi se non fosse per caso meglio tornare di sopra.
Ma poi Isby lanci un gridolino, cos Heidi si volt e ci vide.
- ... devo andare - concluse e poi riagganci senza salutare.
Scost indietro la sedia. - Oh, Auden, mi dispiace
che Thisbe ti abbia svegliato! Mi sembrava di averla sentita,
ma ero al telefono e...
- Non c' problema - risposi. Intanto lei si allung a
prendere la bambina e le sorrise, sfilandomela dalle braccia.
- Tanto non dormivo.
- Tale e quale a me. - Si appoggi Isby sulla spalla e,
dandole piccole pacche sulla schiena, and alla macchinetta
del caff, rabbocc la sua tazza e ne riemp una per me.
Mentre me la passava, disse: - Mi sono svegliata di colpo
alle quattro, pensando a tutto quello che dovevo fare nelle
prossime quindici ore. E poi naturalmente, quando mi
sembrava di avere la situazione un po' pi sotto controllo,
tuo padre ha chiamato per avvisarmi che stasera non pu
pi badare alla piccola perch deve precipitarsi a New York
per incontrare il suo agente luned mattina presto e parlare
del libro.
Ci pensai su un attimo mentre lei tornava al tavolo sistemandosi
Isby sulle gambe. - La posso tenere io, se vuoi.
- Tu? - Scosse il capo. - Certo che no! Tu vai alla festa
sulla spiaggia.
- Non sono mica obbligata.
- Invece s! Hai un accompagnatore e tutto il resto.
Scrollai le spalle, abbassando gli occhi sul caff.
- Cosa c' che non va? Pensavo che fossi emozionata.
Non sapevo neanch'io come spiegare l'esitazione che provavo
da quando avevo trovato il vestito. Era una tristezza
strana, come se il ballo fosse andato male ancora prima di
cominciare.
- Non lo so - risposi. - Forse  solo che non  un vero
ballo di fine anno. Cio, sar divertente di sicuro. Ma non
sar come andare all'altro, quello vero.
Heidi riflett sulle mie parole senza smettere di battere
la mano sulla schiena di Isby. - Senz'altro puoi vedere la
faccenda in questo modo - disse. - Oppure puoi ammettere
di essere molto fortunata ad avere un'altra occasione e
che sta a te renderla memorabile.
- Gi - risposi. - Immagino di s.
- Senti - esclam, appoggiando la tazza - di sicuro
non  l'occasione ideale. Pochissime cose lo sono. A volte
bisogna costruirsi da soli il proprio destino. Dare una spintarella
al caso, per cos dire. Capisci?
Pensai immediatamente alla ricerca che avevo iniziato in
compagnia di Eli. Ogni cosa - il bowling, le battaglie con il
cibo, la consegna dei giornali - era avvenuta a notte fonda
e in modo non convenzionale, ben diverso da come avrebbe
dovuto essere. Ma non per questo i ricordi e le esperienze
vissute erano meno reali. Semmai erano pi speciali perch
erano frutto non del caso, ma della volont. Mia e di Eli.
- Sai una cosa? - dissi a Heidi. - Hai assolutamente
ragione.
- Ah, s? - Sorrise. - Fa sempre piacere sentirselo dire.
Soprattutto se penso alla giornata che mi aspetta.
- Andr tutto bene - la rassicurai prima di scolare il resto
del caff e avviarmi alla macchinetta per il secondo giro.
Presi anche la sua tazza. - Ormai sono in piedi e pronta a
dare una mano. Cosa posso fare?
Con un gemito, tir fuori un blocco da una delle scatole
e gir pagina. - Be', bisogna portare al salone gli oggettini
ricordo. E passare a prendere la ciotola per il punch. E incontrare
il DJ alle dieci per la prova audio. Oh, e quelli dei
palloncini vogliono essere pagati prima di iniziare gli addobbi
e ora devo pure trovare una baby-sitter...
Le feci scivolare davanti la tazza di nuovo piena e mi sedetti.
Isby, tra le sue braccia, mi guard: mi allungai per farle
una carezza. Aveva la pelle calda e morbida. Per un istante
tenne lo sguardo su di me, poi si rannicchi meglio contro
il petto di Heidi, chiuse gli occhi e si appisol nel bel mezzo
di quel delirio.
* * *
A mezzogiorno ero gi riuscita a sbrigarmela con i tipi dei
palloncini, fare due viaggi al salone dove si sarebbe tenuto
il ballo e stirarmi un muscolo della spalla aiutando Heidi
a posizionare il fondale con le foto, un'enorme onda finta
in legno, punteggiata di pesciolini realizzati dal laboratorio
artistico locale. Accaldata e dolorante, stavo tornando a
casa per prendere uno scatolone di bicchieri per il punch,
quando vidi Jason.
Stava scendendo dalla sua auto, parcheggiata proprio
accanto all'imbocco della passeggiata. Quando si gir e mi
scorse, si irrigid, poi alz una mano per salutarmi.
- Auden - grid, correndomi incontro. -  un po' che
provo a chiamarti.
In un lampo vidi il mio cellulare posato sul tavolo di cucina.
- Oh - esclamai. -  tutta la mattina che corro in giro.
- La tua matrigna me l'ha detto, infatti - rispose.-Alla
fine ho cercato il numero di casa di tuo padre sull'elenco.
Per fortuna qua ci sono solo un paio di West.
Dietro di lui vidi Adam uscire dal negozio spingendo
una bicicletta rossa con un cartello che diceva partenza!
appeso al manubrio. La parcheggi accanto alla panchina
e torn dentro, lasciando che la porta sbattesse alle
sue spalle.
- Dunque... senti - continu Jason - devo parlarti di
stasera.
- Ok.
- Ho... - Si ferm e prese fiato. - Ho paura che non
ce la far.
Fui sorpresa dalla mia reazione davanti a quelle parole.
Sentii una vampata di calore al viso e il battito cardiaco che
accelerava. Succedeva la stessa cosa ogni volta che salivo in
bici, un misto di paura e inevitabilit, tutto insieme. - Mi
stai dando buca? - chiesi. - Sul serio? Di nuovo?
- Lo so. - Fece una smorfia. -  da gran cafone. Se non
mi rivolgessi pi la parola, non potrei fartene una colpa.
Era a quel punto che sarebbe stato educato affermare il
contrario. Non lo feci. Mi limitai ad aspettare una scusa, perch
ce n' sempre una.
-  solo che oggi alla conferenza viene a parlare un'ospite
importante - si affrett a spiegare. -  tra le leader
dell'attivismo studentesco, ha rivoluzionato le cose prima
a Harvard, dove si  laureata, e ora a Yale, dove si sta specializzando
in legge. Parliamo di incredibili cambiamenti
di politiche. Quindi per me sarebbe un ottimo contatto.
Non dissi nulla. Nel frattempo Adam usc di nuovo, stavolta
spingendo una bicicletta verde, pi piccola. Aveva le
gomme larghe, il sellino nero brillante ed era cos lucida
che sfavillava al sole. Il cartello, mosso dalla brezza, diceva
buon viaggio!
- Comunque - continu Jason - il suo intervento 
oggi pomeriggio, ma poi andr a cena con pochi partecipanti
selezionati per condividere a tu per tu alcune delle
sue esperienze. In teoria non ci dovevano essere matricole,
ma a quanto pare ha sentito parlare dell'iniziativa sul riciclo
che ho organizzato al penultimo anno, perci...
Mentre lo ascoltavo, osservai Adam che spingeva fuori
un tandem. La scritta sul cartello, circondata da un cuore,
recitava bici a due piazze.
- Non posso mancare - concluse Jason alla fine. - Mi
dispiace.
In quell'istante mi resi conto di una cosa. Non ero sconvolta
perch Jason mi stava scaricando. Quella accelerazione
del battito, quel rossore sul mio viso erano s le sensazioni
di quando ci si fa male, ma anche di quando ci si rialza e si
va avanti. Forse era destino che Jason non dovesse far parte
della mia seconda occasione, e quella era solo la spintarella
di cui io, e il caso, avevamo bisogno.
- Sai una cosa? - replicai. - Non fa niente.
Mi guard sbattendo le palpebre. - Sul serio?
- Sul serio. - Presi fiato, per assicurarmi che fosse vero.
E stranamente lo era. - Non c' problema.
- Sicura? - Annuii. - Oddio, Auden, grazie. Pensavo
che ti saresti arrabbiata da morire! Ma tu capisci meglio di
tutti quando c' di mezzo la scuola, no? Cio,  un'opportunit
che capita una volta nella vita e...
Stava ancora parlando quando passai oltre, diretta al negozio
di bici. In modo confuso lo sentii dire qualcosa a proposito
di comprensione e riconoscenza, impegno e sforzi
futuri, tutti paroloni e concetti che comprendevo e conoscevo
benissimo. A differenza di quello a cui stavo andando
incontro in quel momento. Eppure, pi che mai quella
estate, avevo imparato che non conta solo la meta, ma anche
come si sceglie di raggiungerla. Perci strappai il cartello
dalla bici verde - buon viaggio! - ed entrai con l'intenzione
di fare il primo passo.
* * *
- Indovina? - esclam Maggie non appena misi piede da
Clementine's.
- Cosa?
Batt le mani. - Ho un accompagnatore per il ballo!
- Indovina - ribattei.
- Cosa?
- Io no. - Spalanc la bocca. - Oh - aggiunsi - e ho
comprato una bici.
- Come, scusa? - chiese, ma io stavo gi passando oltre.
La sentii venirmi dietro mentre gridava ad alcune clienti
accanto all'espositore dei jeans che sarebbe tornata subito,
e quando aprii la porta dell'ufficio ce l'avevo alle calcagna.
- Ok, con calma. - Sollev le mani con i palmi rivolti
verso di me. - Procediamo con ordine. In che senso non
hai un accompagnatore?
- In quel senso-risposi, sedendomi alla scrivania.-Jason
mi ha scaricata.
- Di nuovo?
Annuii.
- Quando?
- Circa venti minuti fa
- Oh, mio Dio. - Si port una mano alla bocca: aveva
un'espressione cos inorridita che sembrava fosse morto
qualcuno. -  la cosa peggiore di tutti i tempi.
- No - replicai, deglutendo. - In realt no.
- No?
Scossi la testa. - La cosa peggiore  che subito dopo mi
sono fiondata nel negozio di bici per chiedere a Eli di accompagnarmi
e lui ha rifiutato.
Tir su di scatto l'altra mano sbattendola sopra quella che
gi le copriva la bocca. - Santo cielo - gemette con voce
soffocata. - E che c'entra la bici?
- Non lo so - risposi con un gesto vago. - Quella parte
 un po' confusa.
Sgran gli occhi e lasci cadere le mani, poi fece capolino
in corridoio. Dopo aver dato una controllata alle clienti, sfoder
il cellulare. - Non ti muovere - mi ordin, facendo
svolazzare le dita sulla tastiera. - Sto chiamando i rinforzi.
- Maggie - sbuffai. - No, ti prego.
- Troppo tardi. - Schiacci un ultimo tasto. - Fatto.
E fu cos che, venti minuti dopo, mi ritrovai seduta nello
stesso punto in compagnia non solo di Maggie ma anche
di Leah ed Esther, con un bicchierone di caff e due confezioni
di tortine al cioccolato davanti a me sulla scrivania.
- Tortine? - esclam Maggie rivolta a Esther. - Ma
scherzi?
- Mi sono fatta prendere dal panico - rispose Esther.
- Che razza di snack ci vuole per una situazione del genere?
Leah ci pens un momento. - Farmaceutico.
- Be', al Gas/Gro non tengono quella roba. Quindi tortine
e basta. - Esther mi guard. - Ok. Siamo tutte qui.
Cos' successo?
Presi il caff e, dopo il primo sorso, fui immediatamente
tentata di scolarmelo tutto. Invece mi misi a raccontare.
* * *
Non avevo un piano preciso quando aprii la porta del negozio
di bici. Il mio unico pensiero era che avevo un'altra
occasione e, quella volta, non intendevo sprecarla.
Mi sembr un buon segno, persino ottimo, il fatto di avere
individuato Eli proprio appena varcata la soglia. Era di
schiena dietro il bancone, occupato a infilare qualcosa in
una sacca di tela, e vedendolo ebbi la stessa reazione delle
ultime settimane, un imbarazzo improvviso per il modo in
cui mi ero comportata, seguito dalla voglia di correre nella
direzione opposta il pi velocemente possibile. Ci nonostante,
strinsi ancora pi forte il cartello che avevo in mano
e proseguii.
- Ehi - esclamai avvicinandomi al bancone. La mia
voce usc stridula, incerta e affannata, perci mi imposi di
respirare. Il che si fece ben pi difficile appena Eli si volt
verso di me.
- Ehi. - Mi guardava con un'espressione diffidente.
- Che c'?
In un mondo perfetto sarei arrivata al punto un po' alla
volta. Avrei proceduto gradualmente, formulando il concetto
in modo ordinato e sintetico, usando tutti gli aggettivi
giusti. Nel mondo reale, invece, buttai semplicemente l
la domanda: - Ti ricordi la prima volta che siamo andati a
giocare a bowling?
Eli alz le sopracciglia, perplesso. Poi guard nell'officina
alle sue spalle, dove si vedevano Adam e Wallace di
schiena sulla porta sul retro. - S - rispose dopo un attimo.
- Perch?
Deglutii e quel suono fu come un rimbombo nelle mie
orecchie. - Ero irritata perch non ero brava. E tu hai detto
che non avrei dovuto aspettarmi niente di diverso, perch
non l'avevo mai fatto, e che l'importante era continuare
a provare.
- Giusto - disse lentamente. - Me lo ricordo.
Sapevo che stavo per perdere il coraggio. Lo sentivo letteralmente
scivolare via, secondo dopo secondo, come un'onda
che si ritiri pian piano verso il mare. Ma proseguii lo stesso.
- A noi  successa la stessa cosa - tirai fuori. - A me.
Quello che facevamo... quello che abbiamo fatto... per me
era la prima volta. La prima volta importante, intendo. E
non sono stata brava. Anzi, ho fatto pena.
Eli socchiuse gli occhi. No, non stavo spiegando bene.
- Ho fatto pena con te - mi affrettai ad aggiungere.
- Per come ti ho trattato, insomma. Per me era tutto nuovo.
Ho mandato all'aria ogni cosa perch non sapevo quello che
facevo e avevo cos paura da non volerci nemmeno provare.
Come con la bici. A proposito, anche in quel caso avevi
ragione tu.
Intorno a noi, in negozio, regnava un gran silenzio, il che
faceva sembrare il volume della mia voce molto pi alto.
Probabilmente sarei morta di vergogna se mi fossi fermata
a riflettere su ci che dicevo. Motivo in pi per continuare
a parlare.
- Quello che voglio dire - ripresi, perch avevo un gran
bisogno di chiarire -  che mi dispiace. Chiamala pazzia, o
come ti pare. Ciccia. Ma voglio fare quello che hai detto tu,
continuare a provare. E lo sto facendo ora, piombando qui
e chiedendoti di venire al ballo con me stasera.
- Ehi, Eli! - grid all'improvviso Wallace alle sue spalle.
- Il treno sta per partire.  ora di andare!
Eli non rispose. Mi stava ancora fissando con la faccia
seria. Sostenni il suo sguardo, cercando di pensare a tutte
le ore trascorse insieme, cominciate e finite pressappoco in
quel punto. Proprio per quel motivo mi sembrava pi che
giusto scoprire l se la nostra storia sarebbe continuata oppure
sarebbe finita per sempre. Sapevo anche che quelle erano
le uniche due possibilit. Ma chiss perch immaginavo
che avrebbe scelto l'altra.
- Mi dispiace - rispose. E il fatto  che sembrava davvero
cos mentre prendeva la sacca e se la buttava in spalla.
- Ma non posso.
Mi sentii annuire come una stupida. E poi, con un'ultima
occhiata - intensa e quasi triste - si volt, attravers l'ufficio
e, superati Adam e Wallace, spar. Un attimo dopo la porta
si chiuse sbattendo dietro di lui. Fine.
- Auden! - Ancora intontita, girai la testa e vidi Adam
che mi veniva incontro. - Stai cercando Eli? Perch  appena...
- No - risposi troppo in fretta.
- Oh. Ok. - Lanci un'occhiata a Wallace, che alz le
spalle. - Be', ti serve qualcosa?
Stavo solo cercando un modo di salvare la faccia e uscire
con eleganza. Quando abbassai gli occhi sul cartello ancora
stretto nella mia mano - buon viaggio! - di colpo mi
sembr la soluzione.
- In effetti - risposi - una cosa ci sarebbe.
* * *
- Ciccia? - Esther rise, battendo le mani. -  cos fuori
moda! Non lo sentivo dalle elementari!
- Io invece - aggiunse Leah - non ho mai capito cosa
significasse.
- E questo spiega la bici - osserv Maggie.
- La bici? - ripet Leah. - Cosa c'entra?
- Ne ho appena comprata una - risposi. - A quanto
pare.
- Perch ha anche appena imparato ad andarci - svel
Maggie. - Gliel'ho insegnato io la mattina, di nascosto.
Non era capace.
- Davvero? - Esther mi guard. - Wow. Incredibile.
- Che non fossi capace o che abbia imparato? - chiesi.
Esther ci pens su. - Tutt'e due - concluse.
- Non divaghiamo, gente! - Leah si volt verso di me.
- Ok, quindi Eli ti ha dato un due di picche. Non  la fine
del mondo.
- No - ribattei -  solo terribilmente umiliante e adesso
non riuscir pi a guardarlo in faccia.
- Chiss perch ti ha detto di no - riflett a voce alta
Maggie.
- Perch  Eli - risposi.
Leah alz gli occhi al cielo. - Questa  un'affermazione,
non una spiegazione.
- Il punto  - continuai - che so come  fatto. Ho avuto
la mia occasione e l'ho sprecata. Perci per lui la faccenda
 chiusa.
- Aspetta. - Esther sollev una mano. - Torna indietro.
Quand' che tu ed Eli facevate coppia?
Eccomi di nuovo al centro dell'attenzione.-Qualche settimana
fa ci vedevamo spesso - risposi.
- Per fare cosa? - chiese Leah.
Ripensai a me ed Eli in macchina a girare per le strade
buie di Colby, soli ma insieme, per tutte quelle notti. A fare
spese, a mangiare, a parlare, a portare avanti la ricerca. Avevamo
vissuto cos tante esperienze che mi sembrava impossibile
ridurre tutto a una sola parola. Perci decisi di scegliere
l'unica cosa che non avevamo mai fatto, se non alla
fine. - Non riuscivamo a dormire - risposi. - Perci stavamo
alzati, insieme.
- Finch tu non hai mandato tutto all'aria - chiar
Esther, per fugare ogni dubbio.
Annuii.
- Cosa hai combinato?
Abbassai gli occhi sul caff ormai freddo. - Non lo so -
risposi. -  successa una cosa, io ho avuto paura e mi sono
tirata indietro.
- Ok, bene, ora s che  chiaro - comment Leah.
- Leah! - esclam Esther.
- Be'?  successa una cosa? Che significa?
Mi guardarono tutte di nuovo e sotto il loro sguardo mi
resi conto che anche quello era un punto in cui di solito mi
tiravo indietro. Mi ripiegavo su me stessa, nascondendomi.
Ma considerato cosa avevo gi passato quel giorno, mi
sembr giusto rischiare il tutto per tutto. - La separazione
tra Heidi e mio padre - risposi. - Ha... ha riportato a galla
un sacco di roba. E ho reagito come avevo fatto per il divorzio
dei miei.
- Cio? - chiese Esther.
Scrollai le spalle. - Buttandomi nei libri e nella scuola,
in sostanza escludendo tutti. Specialmente le persone che
potevano spingermi ad affrontare la realt.
- Come Eli - disse Maggie.
- Soprattutto Eli-ribattei.-Una notte siamo davvero
entrati in sintonia... e il giorno dopo mi sono chiusa a riccio.
Sono stata stupida.
- Ma glielo hai detto? - chiese Maggie. - Oggi?
- S - risposi. - Ma come vi dicevo, ormai  troppo tardi.
Per lui la faccenda  chiusa.
Ci fu un attimo di silenzio, l'informazione veniva assorbita
e soppesata. Presi la confezione di tortine e poi la riappoggiai.
- Be' - fece alla fine Leah - sai una cosa? Fanculo.
- Leah. - Esther sospir. - Piantala.
- No, sul serio. Ok, ti senti umiliata. Capita. Ma chi se
ne frega dei ragazzi? Stasera ce ne andiamo tutte al ballo e
ci divertiamo.
- Pensavo che avessi deciso o accompagnatore o niente
- le fece notare Esther.
- S, ma prima di esaurire tutte le opzioni - spieg Leah.
- Ora ho accettato serenamente lo status di single e ho intenzione
di spassarmela con le mie amiche. Cio voi. Giusto?
- Giusto - rispose Esther.
Mi guardarono entrambe. - Sapete, considerato che ho
preso ben due fregature, mi sa che resto a casa.
- Cosa? - Leah scosse la testa.-Questo  l'atteggiamento
di chi molla.
- Due - ripetei, alzando indice e medio. - Nel giro di
quindici minuti, a trenta metri di distanza l'una dall'altra.
Cos'altro mi deve succedere? Un'incudine in testa?
-  proprio in momenti come questi - intervenne Esther
- che bisogna uscire con le amiche.  una situazione da manuale,
Vieni con noi, balliamo tutte insieme e ti sentirai meglio.
Vero, Mags?
Fino a quel momento non mi ero accorta che Maggie si era
come ritratta verso la porta e, di fatto, aveva gi un piede in
corridoio. Quando si trov puntati addosso gli occhi di tutte,
arross. - Be' - mormor. - A dire la verit...
Silenzio. - A dire la verit cosa? - la incalz Leah.
- Avrei un appuntamento.
- Come? - chiese Esther. - Che fine ha fatto la comune
di sole donne?
- Avevate schifato l'idea fino a questo istante! - protest
Maggie. - Come facevo a sapere che alla fine sareste
venute?
- Se mi dici che ci vai con Jake Stock - la avvert Leah
- giuro che do di matto.
- No. - Maggie arross di nuovo e poi abbass gli occhi.
- Mi ha invitata Adam.
Leah ed Esther si guardarono. Poi guardarono Maggie.
Poi si riguardarono. - Porca vacca! - esclam Esther con
un sospiro. - Era ora!
- Ma pensa - comment Leah. - Ha tirato fuori il coraggio,
finalmente!
Maggie si illumin e rientr in ufficio. - Quindi non
siete arrabbiate?
- Certo che siamo arrabbiate - rispose Leah.
- Per - aggiunse Esther - siamo anche contente che
questa tensione sessuale che si accumula da anni...
- S, da anni - conferm Leah.
- ... finalmente trover sfogo, in un modo o nell'altro -
concluse Esther.
- Oh, vi sbagliate - ribatte Maggie, schermendosi con
un gesto della mano. - Ci andiamo come amici.
- No - dissi. - Non siete amici.
Mi guard. - Come?
- Gli piaci-risposi. - Me l'ha detto lui. E io lo dico a te
perch se sprechi la tua occasione, poi te ne pentirai. Fidati.
- Scusate? - sentii strillare dall'area clienti. - C' nessuno?
- Ops - esclam Maggie, voltandosi.
- Ci penso io - si offr Esther dirigendosi in corridoio.
Leah le and dietro e, strada facendo, butt il bicchiere nel
cestino. Un attimo dopo attaccarono a parlare, rimbambendo
di chiacchiere la cliente come per compensare il silenzio
di prima.
Maggie si appoggi allo stipite della porta e rimase a guardarmi
mentre mi accasciavo contro lo schienale della sedia.
- Spero che cambierai idea su stasera - disse dopo un attimo.
- Sarebbe comunque un bel ricordo, anche se un po'
diverso da come te lo eri immaginato.
- Lo so - risposi. - Ma a essere sincera non penso di
farcela.
- Se cambi idea, ci trovi l. Ok?
- Ok. - Mi fece un cenno con la testa e poi si spinse via
dalla porta per tornare al lavoro.
- Oh, un'altra cosa-aggiunse.-La tua bici  splendida.
- Dici?
- Una Gossie con cambio Whiplash, forcella Tweedle e
quelle gomme larghe Russel? Non ci si pu sbagliare.
Sospirai. - Bene. Almeno alla fine dell'estate non andr
via a mani vuote.
- Ormai non corri pi quel rischio - replic.
E poi diede due pacche allo stipite e scomparve. Tornai a
guardare le tortine e mi resi conto che, chiss come, Esther
si era ricordata che erano la cosa che avevo comprato, d'impulso,
tante settimane prima. Aprii la confezione e, dopo
averne tirata fuori una, diedi un morso. Era troppo farcita,
con la glassa appiccicaticcia. Ma, stranamente, si abbinava
alla perfezione al caff.

 CAPITOLO 18.

- Sei sicura? - mi chiese Heidi, ferma sulla soglia, per
circa la milionesima volta. - Perch probabilmente posso
ancora...
- Heidi. - Mi spostai Isby sull'altro fianco. - Vai.
- Ma mi sembra cos ingiusto! Se qualcuno se lo deve
perdere, quella sono io. Non che io non sia mai andata a...
- Vai - ripetei.
- Senti, se l trovo qualcuno che ti pu dare il cambio,
lo mando qui e...
Socchiusi gli occhi fulminandola con la migliore occhiataccia
da stronza che mi riusc di esibire. Lei indietreggi appena
e usc sulla veranda.
- Ok, va bene - cedette. - Me ne sto andando.
Rimasi a guardarla mentre scendeva i gradini. Dopo tanto
discutere, aveva scelto un vestito lungo, color corallo,
con le spalline sottili. Sull'appendiabiti non mi convinceva
- troppo semplice, di un colore strano - ma indossato le stava
d'incanto. Motivo in pi per non metterci sopra il marsupio
come prevedeva il suo piano originario, dato che non
avrebbe mai trovato una baby-sitter.
- Sto bene - le avevo assicurato ore prima, quando mi
ero offerta volontaria. - Non mi va di andare al ballo, te
l'ho detto!
- Ma  la tua unica occasione! - Sospirando, aveva guardato
Isby che, in mezzo a noi sul suo tappetino da ginnastica
sistemato sul pavimento della camera, tirava calci alla
coccinella appesa in alto. - Mi dispiace un sacco per come
 andata a finire.
-  tutto a posto - avevo detto. Mi aveva squadrata,
dubbiosa. - Sul serio.
Stranamente era vero. Malgrado le due fregature di quella
mattina. Malgrado fossi tornata a casa non in sella alla
mia nuova bici ma a spinta, visto che non ero in vena di altre
ammaccature alle ginocchia, ai gomiti o all'amor proprio.
Malgrado avessi portato via dalla mia stanza il vestito viola
per stenderlo sul letto di Heidi e mi fossi infilata una canotta
e un paio di pantaloni della tuta proprio mentre tutti gli
altri iniziavano a mettersi in tiro. Per certi versi era quello
che avevo gi fatto a maggio, per il mio primo ballo mancato.
Eppure era completamente diverso.
Proprio allora avevo capito il motivo per cui Maggie fosse
cos sicura che alla fine dell'estate me ne sarei andata con
ben pi di una bici. Il cambiamento era evidente: avevo tutte
quelle esperienze, quelle storie, un pezzo di vita in pi.
Ok, forse non assomigliavano alle fiabe. Ma tanto quelle non
erano reali. Le mie invece, s.
Dopo che Heidi se ne fu andata, portai Isby sul patio, tenendola
in braccio in modo che potesse vedere il mare. In
spiaggia c'era ancora qualcuno che si godeva gli ultimi raggi
di sole, mentre altri erano gi in giro a coppie o in gruppo
a godersi la serata, con cani e bambini che correvano avanti
o si attardavano dietro. Contemplai quella scena per qualche
istante e, quando tornai in casa, sentii bussare alla porta.
Mentre passavo accanto al tavolo di cucina, notai il cellulare
di Heidi posato vicino alla saliera. Evidentemente se
ne era accorta e aveva fatto dietrofront, ma non abbastanza
in fretta perch - ops - c'erano gi due chiamate perse.
Quando per aprii la porta, allungando il telefono con la
mano libera, vidi che non era affatto Heidi. Era mia madre.
- Ciao, Auden - disse. - Posso entrare?
Per tutta risposta, Isby lanci un gridolino. Mia madre
guard prima la bambina, poi me. - Certo - risposi e solo
dopo un istante mi resi conto che dovevo fare un passo indietro
per permetterglielo. - Naturalmente.
Io indietreggiai, lei avanz e poi chiusi la porta e mi cacciai
in tasca il cellulare di Heidi, prima di attraversare l'ingresso
per seguirla in cucina. Non sapevo di preciso cosa
ci fosse di strano in lei, soprattutto considerato che il suo
aspetto era quello di sempre: capelli raccolti, top e gonna
neri, collana di onice che arrivava all'altezza delle clavicole
ed enfatizzava i suoi tratti spigolosi. Eppure c'era qualcosa
di diverso.
- Allora - le chiesi lentamente, spostandomi Isby sull'altro
fianco. - Che ci fai qui?
Mia madre si volt a guardarmi. Sotto le luci pi intense
della cucina, notai che aveva l'aria stanca, persino un po' triste.
- Ero in pensiero per te. Dall'ultima volta che ci siamo
parlate, ho continuato a ripetermi che forse era stupido da
parte mia, ma poi...
Quando lasci la frase a met mi resi conto che solo di
rado utilizzava il trucchetto di mio padre. A mia madre non
era mai piaciuto lasciare nelle mani altrui il senso delle sue
parole. - Ma poi? - ripetei.
- Sono venuta lo stesso - fin. - Chiamala prerogativa
materna. Pensi che tuo padre e Heidi abbiano una tazza
di caff da offrirmi?
- Certo - risposi, andando al pensile per tirare gi una
tazza. Stavo cercando di allungarmi per prenderne una, reggendo
al tempo stesso Isby che di colpo aveva deciso di dimenarsi,
quando mi cadde l'occhio su mia madre, intenta a
guardarmi con una strana espressione. - Potresti mica...?
- Oh - fece. Poi raddrizz la schiena come se stessero
per assegnarle un voto e tese le braccia. - Certo.
Nel momento in cui Isby pass di mano in mano, le dita
di mia madre sfiorarono le mie. Prima di voltarmi di nuovo
per procurarmi il caff, fui colpita dalla stranezza di quella
scena: mia madre con un neonato. Sembrava a disagio, l
seduta con le braccia piegate all'altezza del gomito, presa a
esaminare il viso di Isby con un'espressione clinica, come
se fosse un rompicapo o un indovinello. Isby ricambiava il
suo sguardo a occhi sgranati e intanto muoveva le manine
descrivendo tanti piccoli cerchi. Qualche istante dopo, le appoggiai
davanti la tazza piena e rimasi al suo fianco pronta
a darle il cambio. Lei, per, non distolse lo sguardo dalla
bambina e cos andai a sedermi.
-  molto carina - comment alla fine. - Da piccola
le somigliavi.
- Davvero?
Mia madre annu. -  per via degli occhi. Sono identici
a quelli di tuo padre.
Guardai Isby, che non sembrava per niente preoccupata
di trovarsi in balia di una sconosciuta, e per giunta a disagio.
Per lei, ogni persona che incontrava poteva avere solo
buone intenzioni.
- Non intendevo farti preoccupare - le dissi in quel momento.
- Solo che... sono successe un sacco di cose.
- Lo immaginavo. - Mise Isby seduta e prese il caff
con la mano libera. - Per mi sono preoccupata lo stesso
quando nell'ultima telefonata hai cominciato a fare domande
sul divorzio. Sembravi molto diversa.
- Diversa in che senso? - chiesi.
Ci riflett per qualche istante prima di rispondere: - A
essere sincera, l'unica descrizione che mi venga in mente 
"pi piccola". Anche se non riesco assolutamente a spiegare
perch.
Io invece s, ma non glielo dissi. Mi limitai a prendere le
dita grassocce di Isby per giocherellarci. Lei mi guard e poi
riport gli occhi su mia madre.
- La verit  che ho avuto paura di perderti - confess,
rivolta pi a Isby che a me. - Quando sei venuta
quaggi, da tuo padre e Heidi, e hai fatto amicizia con
un sacco di gente. E poi per la discussione sullo studentato...
Probabilmente mi ero abituata a pensare che fossimo
sulla stessa lunghezza d'onda. Ma, di colpo, non 
pi cos. Mi ha dato una sensazione molto strana. Quasi
di solitudine.
Quasi, pensai. A voce alta replicai: - Solo perch non la
vediamo alla stessa maniera su tutto, non significa che non
possiamo volerci bene.
- Giusto - convenne. - Ma credo di essere rimasta
spiazzata nel vedere che cambiavi cos in fretta. Era come
se parlassi una lingua incomprensibile e vivessi in un mondo
in cui non c'era pi posto per me.
Stava ancora guardando Isby - occhi negli occhi, mani intorno
alla sua vita - come se quelle parole fossero indirizzate
solo alle sue orecchie. - Conosco quella sensazione -
dichiarai.
- Davvero?
Annuii. - S. Davvero.
Si gir verso di me.-Non sopportavo l'idea che una mia
scelta ti avesse in qualche modo rovinato la vita - scand
lentamente le parole, assicurandosi che fossero chiare.
- Non me lo perdonerei.
Ripensai alla telefonata di quella notte, alla velocit con
cui la sua voce si era ammorbidita quando avevo sollevato
la questione del divorzio. Per me, mia madre aveva sempre
avuto una corazza gelida, un'armatura insensibile che interponeva
tra s e gli altri. Ma forse lei aveva una prospettiva
tutta diversa. Io non ero fuori a bussare per entrare, ma
l dentro con lei, protetta e sicura, il che le dava un motivo
in pi per restare come era.
- Non mi hai rovinato la vita - la rassicurai. - Vorrei
solo che ci fosse stato pi dialogo.
- Riguardo al divorzio?
- Riguardo a tutto.
Annu e per un attimo restammo immobili a osservare
Isby, concentrata a esaminarsi i piedini. - Non  mai stato
il mio forte. Parlare a cuore aperto, intendo - ammise
alla fine.
- Lo so - concordai. Lei mi guard. - Neanche il mio.
Ma quest'estate ho fatto una specie di corso accelerato.
- Ah, s? - chiese.
- Gi. - Inspirai. - A dire il vero, non  poi cos difficile.
- Bene. - Deglut. - Magari una volta o l'altra potresti
darmi qualche dritta.
Le sorrisi. Avevo appena posato la mano sulla sua, calda
sotto il mio palmo, quando nella tasca posteriore dei miei
pantaloni inizi a vibrare il cellulare di Heidi.
- Uff - esclamai, tirandolo fuori. -  meglio se rispondo.
- Fai pure - disse, appoggiandosi allo schienale e risistemandosi
Isby sulle gambe. - Noi ce la caviamo.
Mi alzai e premetti il tasto verde senza controllare chi
chiamasse. - Pronto?
- Heidi?
Il fatto che mio padre non riconoscesse la mia voce era
significativo, ma non ero sicura di volermi porre domande
in proposito. Considerai la possibilit di riagganciare, di
uscire da codarda da quella situazione. Ma alla fine risposi:
- No. Sono Auden.
- Oh. - Pausa. - Ehil.
- Ciao - risposi. Guardai mia madre e, notando che mi
teneva d'occhio, mi voltai e andai nell'ingresso. Ma avevo
ancora la sensazione di essere troppo vicino a lei perci
salii al piano di sopra. - Ehm, Heidi non c'. Si  dimenticata
il cellulare quando  andata alla festa sulla spiaggia.
Sulla linea c'era un silenzio perfetto, tanto che mi venne
spontaneo chiedermi perch capitassero interferenze o
disturbi solo quando uno era davvero interessato a sentire
cosa dicesse l'altro. - Ok - fece mio padre dopo un attimo.
- Tu come stai?
- Bene - risposi. - Sono impegnata.
- Lo immaginavo. Ti ho lasciato diversi messaggi. - Si
schiar la gola. - Suppongo che tu sia arrabbiata con me.
- No - risposi, andando nella camera matrimoniale. Il
vestito viola era ancora sul letto, cos lo presi e lo portai all'armadio.
- Avevo semplicemente diverse cose a cui pensare.
- Anch'io. - Tossicchi di nuovo. - Senti, so che sei l
con Heidi e ascolti soltanto la sua campana...
- Heidi vuole che tu torni a casa.
- Lo voglio anch'io - afferm. - Solo che non  cos
semplice.
Spinsi gli indumenti a un'estremit dell'asta dell'armadio,
facendo sbattere gli appendiabiti, e ricacciai dentro il
vestito viola. Invece di chiudere, per, mi misi a curiosare
tra le cose appese. - Allora com'? - chiesi.
- Cosa?
Tirai fuori un vestito nero con la gonna a pieghe, poi lo
ficcai di nuovo dentro.-Continui a ripetere che non  semplice.
Allora spiegami com'.
La sua sorpresa era tangibile e, a pensarci bene, nient'affatto
sorprendente. Di solito mi vedeva ricondurre ogni
sua decisione a una logica particolare, sua propria. Una logica
che giustificava molte cose: giustificava tutto. Era uno
scrittore, era lunatico, era egoista. Aveva bisogno di sonno,
aveva bisogno di spazio, aveva bisogno di tempo. Se si fosse
tenuto alla larga dal resto del mondo, quelle sarebbero
state solo manie eccentriche, niente di pi. Ma era proprio
quello il punto. Lui coinvolgeva altre persone. Le afferrava
e le tirava a s. Ci faceva figli che poi, neonati o quasi adulti
che fossero, a loro volta non riuscivano a staccarsi da lui.
Ma non si pu semplicemente scegliere quando essere indispensabili
o amati. Non  come un interruttore della luce,
facile da accendere e spegnere. Se si  dentro, si  dentro. Se
si  fuori, si  fuori. A me non sembrava affatto complicato.
Anzi, era la cosa pi semplice del mondo.
- Vedi - cominci mio padre -  ci che intendevo
quando dicevo che eri arrabbiata. Hai ascoltato la campana
di Heidi e hai sentito solo una versione della storia.
- Non  per questo che ce l'ho con te - gli risposi, spingendo
da parte altri vestiti. Provavo soddisfazione nel sentire
il tintinnio metallico degli appendiabiti, tutti quei colori
che si sfocavano. Rosa, azzurro, rosso, arancione, giallo.
Ognuno come un guscio, una pelle, un modo di essere diverso,
anche se solo per un giorno.
- E allora perch? - chiese.
Nero, verde, nero, pois. -  solo che hai davanti una seconda
occasione - risposi.
- Una seconda occasione - ripet.
- Gi - risposi. Maniche corte, maniche lunghe, gonna
stretta, gonna lunga. - Ma ti rifiuti persino di provare
a coglierla. Preferisci mollare.
Rimase zitto: l'unico suono veniva dagli appendiabiti spostati.
Ormai ero quasi in fondo e la scelta si riduceva sempre
di pi. -  questo che pensi? - chiese lentamente. - Che
io stia mollando te?
- Non me - specificai.
- E chi, allora?
E poi, all'improvviso, eccolo. Un semplice vestito nero
con fili di minuscole perline attaccati alla gonna e abbinati
a quelli lungo lo scollo. Un vestito fatto apposta per ballare,
un vestito stile charleston. Il vestito perfetto, quello che
cercavo da sempre. E mentre lo fissavo, trovai anche qualcos'altro.
La risposta alla sua domanda e il motivo, mi resi
conto d'un tratto, per cui quell'estate aveva riportato a galla
cos tante cose.
- Isby - risposi.
Nell'istante in cui ne pronunciai il nome, mi comparve
davanti il suo viso. Che lanciava gridolini, che balbettava
tenero, che piangeva disperato, che si sbrodolava di saliva.
Assopito, insonne, nervoso, contento. Come era il primo
giorno che l'avevo vista, addormentata in braccio a Heidi,
e come era pochi secondi prima, quando mi aveva seguita
con gli occhi mentre uscivo dalla stanza. Tante piccole parti
di lei, solo l'inizio di quello che sarebbe diventata. Era
ancora presto. Aveva tutta la vita davanti e speravo pi di
ogni altra cosa che non avrebbe avuto bisogno di molte seconde
occasioni. Magari, a differenza di tanti di noi, avrebbe
trovato il modo di fare le cose per bene al primo colpo.
- Isby? - ripet mio padre. - Intendi la bambina?
-  cos che la chiamo - risposi. - Per me lei  Isby.
Rimase un attimo in silenzio. - Auden, io voglio bene a
Thisbe - disse alla fine. - Farei qualsiasi cosa al mondo,
per lei o per te. Non puoi non saperlo.
Qualche minuto prima, quando mia madre aveva detto
la stessa cosa, avevo scelto di crederle. Perch allora in quel
momento era cos difficile fidarmi di lui? Perch mia madre
era venuta da me. Aveva fatto un sacco di strada, si era assunta
un rischio, era tornata sui propri passi affinch ritrovassimo
un punto comune da cui magari ripartire insieme. Mio
padre, invece, era ancora fermo nello stesso punto e, come
sempre, voleva che fossi io ad andargli incontro. Come avevo
fatto all'inizio dell'estate, l a Colby, e in passato, quando
eravamo ancora una famiglia. Stava sempre a me superare
le distanze, attraversare la citt, adattarmi, perdonare.
- Se  vero - dissi - dimostramelo.
Rimase zitto qualche istante, poi chiese: - E cosa dovrei
fare?
A volte si riesce al primo colpo. Altre, al secondo. Ma al terzo,
dicono, non si sbaglia mai. L immobile, abituata anch'io
a mollare come mio padre, mi resi conto che, se non fossi rimontata
in sella un'ultima volta, non avrei mai scoperto se
quel detto era vero. Cos, anzich fornirgli la risposta, tirai
fuori dall'armadio il vestito nero con le perline e lo distesi sul
letto. -Arrivaci da solo-risposi.-Ora devo fare una cosa.
* * *
Avevo intenzione di prendere la macchina. Infatti avevo
con me le chiavi quando corsi fuori con il vestito nero che
ondeggiava frusciando sulle ginocchia. Ma poi vidi la bici
parcheggiata accanto ai gradini, l dove l'avevo lasciata, e
senza sapere come, montai in sella. Mi alzai sui pedali, cercai
di ricordare tutto quello che Maggie mi aveva insegnato
nelle ultime settimane e partii prima di avere il tempo di
cambiare idea.
Stranamente il mio unico pensiero, mentre imboccavo il
vialetto d'ingresso - barcollando un po', ma ancora senza
cadere - era mia madre. Pochi istanti prima, quando avevo
riagganciato, mi ero infilata alla svelta il vestito e, dopo aver
trovato le infradito e la borsa, ero scesa con l'idea di mettere
Isby nel passeggino e portarla con me. Ma non appena
avevo iniziato a fissarla con le cinghie, spiegando in fretta
e furia la situazione a mia madre, la piccola si era messa a
fare i capricci. Poi a piangere. Infine a strillare.
- Oh, no - avevo esclamato mentre diventava paonazza.
Ormai riconoscevo all'istante i segni di una brutta crisi.
- Cos non va.
- Non le piace il passeggino? - aveva chiesto mia madre,
in piedi alle mie spalle.
- Di solito lo adora. Non so quale sia il problema. - Mi
ero chinata per sistemare le cinghie, ma Isby si era messa a
gridare ancora pi forte e addirittura a scalciare. Avevo alzato
gli occhi verso mia madre. -  meglio che rimanga qui
e basta.  davvero agitata.
- Sciocchezze. - Mi aveva fatto cenno di scostarmi, poi
si era sporta in avanti e, sciolte le cinghie, aveva preso in
braccio Isby. - A lei ci penso io. Tu vai e divertiti.
Non intendevo sembrare incerta n spaventata. Ma a
quanto pareva era cos, perch mia madre aveva aggiunto:
- Auden. Ho tirato su due figli. Ti puoi fidare a lasciarmi
una neonata per un'ora.
- Certo - mi ero affrettata a rispondere. - Solo che...
Mi dispiace lasciartela in questo stato.
- Ma quale stato - aveva ribattuto lei stringendo a s
la bambina e dandole dei colpetti sulla schiena. Stranamente
prima, quando Isby la guardava allegra a occhi sgranati,
si vedeva che era a disagio, mentre in quel momento, tra le
urla, sembrava serena. - Me ne sta solo cantando quattro.
- Sei sicura che ti vada? - avevo chiesto, alzando la voce
per farmi sentire malgrado quel baccano.
- Sicurissima. Vai. - Si era appoggiata la bambina alla
spalla senza smettere di darle colpetti sulla schiena. - Cos,
cos - aveva cantilenato su quel sottofondo di strilli.-Sfogati
per bene.
Ero rimasta impalata a fissarla mentre iniziava a passeggiare
per la cucina, cullando Isby. Man mano il suo ritmo
si era stabilizzato: passo, pacca, passo, pacca. La piccola mi
guardava da sopra la sua spalla con la faccia ancora rossa e
la bocca aperta. Ma via via che la distanza tra di noi aumentava,
pian piano si calm. Dopo un po' non si sentirono che
i passi di mia madre. E poi qualcos'altro.
- Shh, shh - stava dicendo. - Va tutto bene.
Parlava a voce bassa. Dolce. E nel sentire quelle ultime
parole, mi ritorn stranamente e improvvisamente familiare.
La voce che avevo sempre creduto frutto della mia fantasia
o immaginazione era, invece, sempre stata la sua. Non un
sogno, n un mantra, bens un ricordo. Reale.
Va tutto bene, pensai in quel momento, mentre passavo
con uno scossone dal marciapiede alla strada, superando il
cordolo. Il quartiere era deserto, al che mi tornarono in mente
le mattine con Maggie, quando sentivo la sua mano sul
sellino e il rumore dei suoi passi sul selciato mentre correva
per starmi dietro, prima di darmi la spinta finale - Vail -
e lasciarmi al mio destino.
Continuai a pedalare, sfrecciando accanto a lampioni e cassette
delle lettere, le ruote che sibilavano sull'asfalto. Quando
uscii dal mio quartiere, vidi che avevo la strada tutta per
me, fino all'unico semaforo in fondo in fondo, subito prima
dell'accesso alla spiaggia.
Con gli occhi fissi sulla luce verde dritta davanti a me,
presi a pedalare sempre pi forte, tanto che il vento mi tirava
indietro i capelli e i raggi delle ruote ronzavano. Non
ero mai andata cos veloce e forse avrei dovuto avere paura,
ma non era cos. Oltre il semaforo vedevo l'oceano, grande
e scuro e vasto, e immaginai di piombare sulla sabbia e continuare
ad andare, sopra le dune e fra le onde, fermata solo
dalla forza della corrente. Ero cos assorta in quell'immagine,
sorprendentemente nitida nella mia mente, che non vidi
due cose finch non me le trovai quasi di fronte: il furgone
ammaccato fermo al semaforo e il cordolo del marciapiede.
Prima vidi il furgone. All'improvviso era l, anche se ero
sicurissima di non aver visto auto quando avevo controllato
solo pochi secondi prima. Per fortuna ebbi a malapena il
tempo di capire che era il furgone di Eli. Perch un istante
dopo comparve il cordolo a reclamare tutta la mia attenzione.
Stavo gi sfrecciando davanti a Eli quando mi resi conto
che dovevo prendere una decisione: potevo cercare di frenare
e girare, sperando in una caduta non troppo rovinosa,
oppure proseguire e tentare di saltare il cordolo. Se in quel
furgone ci fosse stato chiunque altro, quasi sicuramente avrei
scelto la prima opzione. Ma non era cos e nonostante il pochissimo
tempo - tempo in cui riuscii a sentire il sangue che
mi scorreva impetuoso nel corpo - capii che probabilmente
quello era il modo migliore di spiegargli cosa avessi provato
a fare quella mattina al negozio. Perci saltai.
Non fu come avevo visto fare a Maggie alla pista da bici
cross. O nelle decine di video guardati nelle ultime settimane.
Ma non importava. Per me, la sensazione di sollevarmi
all'improvviso e di trovarmi in volo - con le ruote che giravano
nel vuoto - fu fantastica. Simile a un sogno. O, forse,
a un risveglio.
Fu questione di pochi secondi, poi la bici atterr colpendo
pesantemente l'asfalto. Ci nonostante continu a muoversi.
Avvertii la botta su tutte le braccia, dalle dita ai gomiti,
ma cercai di controllare il manubrio, aggrappandomici
disperatamente mentre le ruote slittavano da tutte le parti.
Era a quel punto che mi ero sempre arresa alla caduta,
strizzando gli occhi, mentre il bidone della spazzatura o i
cespugli di turno si avvicinavano sempre pi. Quella volta,
per, li tenni bene aperti, decisa a non mollare e, dopo
aver sollevato un'onda di sabbia, in qualche modo mi ritrovai
di nuovo dritta e in movimento.
Con le mani tremanti schiacciai pian piano i freni sentendo
il sangue pulsarmi nelle tempie. Mi era tutto chiarissimo
- ero arrivata a grande velocit, avevo notato il cordolo ed
ero salita su su su - ma al tempo stesso non riuscivo a credere
di averlo fatto sul serio. In effetti non mi sembr vero
finch, ancora scossa, non feci inversione e vidi Eli, che a
un certo punto aveva accostato al marciapiede, era sceso dal
furgone e in quel momento mi fissava, immobile.
- Cavoli - disse alla fine. -  stato magnifico.
- S?
Annu. - E io che pensavo non sapessi andare in bici.
Sorrisi e gli andai incontro pedalando. Solo allora mi accorsi
che non indossava come al solito jeans e maglietta o felpa,
ma scarpe lucide dall'aria vintage, pantaloni neri eleganti
e una camicia bianca, a maniche lunghe. - Infatti - confermai,
frenando accanto a lui. - Mi ha insegnato Maggie.
- Anche a saltare?
- Ehm, no - risposi sentendomi arrossire. - In effetti
l ho improvvisato.
- Davvero?
- Non si vedeva?
Mi guard per un attimo. - A essere sincero - rispose
- s.
- Da cosa l'hai capito? Dall'espressione di puro terrore
sul mio viso?
- No.- Spost il peso sui talloni. - In realt non sembravi
per niente terrorizzata.
- E come sembravo?
- Pronta - rispose.
Riflettendo abbassai gli occhi sulla bici, - Gi - dissi.
- In effetti, lo ero, credo.
Magari quella situazione avrebbe dovuto sembrarmi strana,
specialmente dopo tutto quello che era successo. Ma
non era cos. Forse perch era notte e di notte le cose che
alla luce del giorno sembrano bizzarre, appaiono normali.
Come andare in bici con un vestito da ballo di fine anno e
incrociare una sola persona, che poi  anche l'unica che desiderassi
vedere.
Alla luce del sole avrei iniziato a pormi domande, a fare
la cerebrale, a pensare troppo. Ma in quel momento mi sembr
naturale girarmi verso Eli e aggiungere: - Avevi ragione,
sai?
- Riguardo a cosa?
- A me - risposi. - E al fatto che se una cosa non mi
riesce al primo colpo, lascio perdere. Un grave errore.
- Quind i adesso credi nelle seconde occasioni - chiar.
- Credo in tutte le occasioni che servono per raggiungere
lo scopo.
Eli si infil le mani in tasca. - A dire la verit, anch'io.
Soprattutto oggi.
- Ah, s?
Annu, poi mi indic il furgone alle sue spalle. - Ti ricordi
quando prima ti ho detto di no? Quando mi hai chiesto
di accompagnarti al ballo?
Mi sentii arrossire. - Gi, mi sembra di s.
- Avevo una gara, a Roardale. Ho ricominciato a gareggiare
qualche settimana fa.
- Lo so.
Sembrava sorpreso, il che, dovevo ammetterlo, non mi
dispiaceva, visto che succedeva molto raramente. - Come
fai a saperlo?
- Diciamo che ho tenuto d'occhio la classifica - risposi.
- Su internet. Come  andata allora?
- Ho vinto.
Sorrisi. - Fantastico. Quindi ora sei di nuovo in pista.
- No. Ho chiuso.
- Stai mollando di nuovo?
- Mi sono ritirato - mi corresse. - Oggi.
- Perch?
Guard la strada buia. - Avevo in mente di farlo l'anno
scorso. Dato che ero stato ammesso alla Uni e ci volevo
andare. Ma poi...
Aspettai. Perch Eli non cercava mai di convincere gli
altri a concludere la frase per lui. Sapeva sempre dove
voleva arrivare e, anche se ci metteva un po', alla fine ci
arrivava.
- ... Abe  morto - continu. - E la mia vita si  fermata.
Ma non era cos che volevo andarmene, scomparendo
in quel modo.
- Volevi andartene da vincitore - indovinai.
- O almeno provarci. - Si pass una mano tra i capelli.
- Quindi scusa per oggi. Mi dispiace di non averti spiegato
meglio il motivo del mio rifiuto.
- Capisco - risposi. - Non potevi mancare.
Mi guard con i suoi occhi intensi. - Gi - conferm.
- Esatto.
Un'auto che si stava avvicinando al semaforo ci illumin
con i fanali. Si ferm con la freccia lampeggiante e poi
pass oltre. Solo allora Eli mi squadr da capo a piedi, notando
il vestito e le infradito. - Allora - chiese - dove
stai andando?
- Al ballo - risposi. - E tu?
- Idem. Meglio tardi che mai, giusto? - ribatt. - Vuoi
un passaggio?
Feci no con la testa. Lui alz le sopracciglia, stupito, e apr
la bocca per rispondere ma, senza dargliene il tempo, lo presi
per mano e lo tirai verso di me. Mi alzai in punta di piedi,
avvicinando le mie labbra alle sue. Fu un bacio lento e dolce,
durante il quale ebbi di nuovo la sensazione di vedere
la scena dall'alto: noi due, piccoli, fermi sotto un semaforo
nel centro di Colby, mentre la citt e il mondo ci giravano
intorno. E, anche se solo per un attimo, ebbi la certezza che
fossimo nel posto giusto, al momento giusto.
Sorridendogli, mi ritrassi e riportai i piedi sui pedali. Senza
staccarmi gli occhi di dosso, Eli ruot pian piano su se
stesso mentre gli giravo lentamente intorno una, due, tre
volte, come in un incantesimo.
- Quindi non vuoi che ti accompagni - si assicur.
- No - risposi. - Ma aspettami l.
 
CAPITOLO 19.

Il caff del bar della Defriese era buono, ma non squisito.
Rientrava per nel pasto e potevi prenderne a volont. Quindi
avevo imparato ad apprezzarlo.
Misi un coperchio sul bicchiere formato gigante e uscii
in cortile caricandomi lo zaino in spalla con la mano libera.
A ottobre ormai la temperatura si stava abbassando e in
quell'aria pungente una bevanda calda diventava quasi indispensabile.
Salii in bici e, tenendo il caff in equilibrio,
riattraversai con calma il campus vuoto, fino al mio alloggio,
raggiungendo la rastrelliera esterna proprio mentre cominciava
a piovigginare. Giusto il tempo di arrivare alla mia
stanza e le gocce battevano gi contro le finestre.
- Ehi - esclam Maggie, sbirciando gi dal soppalco
quando entrai scrollandomi di dosso la giacca a vento.
- Pensavo che avessi gi tagliato la corda.
- Non ancora - risposi. - Devo prima fare un paio di
cose.
Con uno sbadiglio, si sdrai di nuovo sul letto. - Oh, ti
ha squillato il cellulare - mi avvis. - Due volte, per la
precisione.
Mi sedetti sul letto, appoggiando il bicchiere sulla cassetta
del latte che mi faceva da comodino. Oltre alla sveglia,
reggeva una pila di libri e il contenuto dell'ultimo kit
di sopravvivenza spedito da Heidi: due saponi effervescenti
da sciogliere nell'acqua della vasca, un lucidalabbra
e un paio di jeans Pink Slingback nuovi di zecca. Non
avevo ancora trovato il modo di usare niente, ma apprezzavo
il gesto.
Sul comodino c'era anche la cornice con la scritta momento
magico che mi aveva regalato Hollis mesi prima. Me ne
ero dimenticata fino al giorno in cui avevo preparato le valigie
per trasferirmi all'universit, quando mi ero resa conto
che finalmente avevo qualcosa da metterci. Ma non riuscivo
a scegliere tra una foto del ballo o una delle tante scattate
con Maggie, Esther e Leah negli ultimi giorni a Colby.
Magari avrei potuto usarne una di quelle fatte con Hollis e
Laura il giorno in cui avevano annunciato ufficialmente il
loro fidanzamento. Le alternative erano cos tante che alla
fine avevo deciso di lasciarla vuota finch non fossi stata assolutamente
sicura. Perch forse il momento magico doveva
ancora arrivare. Impossibile saperlo.
In effetti c'era una foto che mi piaceva tenere a portata
di mano, ma non ero io il soggetto. Preferivo che la prima
cosa a comparirmi davanti agli occhi la mattina fosse il viso
di Isby. Con mia grande sorpresa, era stato difficilissimo lasciarla
alla fine dell'estate. L'ultimo giorno ero rimasta per
pi di un'ora a cullarla sulla sedia a dondolo in camera sua,
mentre lei dormiva appoggiata alla mia spalla. La sua pelle
calda, il suo peso, il profumo di latte e beb: ricordavo
ogni cosa alla perfezione, cos come tutto quello che le avevo
sussurrato all'orecchio riguardo a lei, me e questo mondo
di ragazze e ragazzi di cui non eravamo che una piccola
parte. Un giorno anche lei sarebbe stata in grado di raccontarmi
le sue storie. Non vedevo l'ora.
Nel frattempo c'era un'altra cosa che mi ricordava di lei.
L'avevo vista al centro commerciale durante una delle mie
prime uscite dopo il trasferimento all'universit e l'avevo
messa nel carrello senza pensarci due volte. C'erano un'infinit
di motivi per cui mi consideravo fortunata a dividere
la camera con Maggie. Ma il fatto che ogni tanto sopportasse
il rumore delle onde - soprattutto quelle finte - era in
cima alla lista.
In quel momento presi il cellulare e controllai le chiamate
perse. Infatti ce n'erano due. Una di mia madre, che chiamava
con regolarit per informarsi su come andasse lo studio:
pi una scusa, in realt, visto che ormai di solito scivolavamo
molto velocemente su altri argomenti. Come il matrimonio
di Laura e Hollis, che la stava mandando fuori di testa
- anche se giurava di provare ad allargare le sue vedute -
o i lenti progressi della sua relazione con Finn, il dottorando
con gli occhiali dalla montatura nera. Era dolce e divertente,
e adorava mia madre. Cosa provasse lei, invece, era
pi difficile da stabilire. Per stavamo lavorando sul nostro
rapporto in modo che, quando si fosse sentita pronta a parlarmene,
avrebbe potuto farlo.
Il secondo messaggio era di mio padre. Era tornato a casa
con Heidi per un altro tentativo, una decisione presa la notte
del ballo, quando aveva scelto di venire a badare a Isby anzich
prendere l'aereo. Scoprire mia madre che passeggiava
per casa, cercando di calmarla, doveva aver fatto scattare
qualcosa dentro di lui. Quella scena era riuscita a trasmettere
tutto quello che io non avevo potuto fare. Cos aveva
rispedito mia madre in albergo ed era rimasto con Isby fino
a notte fonda, quando Heidi era rientrata con le scarpe in
mano, ancora su di giri per la festa sulla spiaggia. Mentre la
bambina dormiva, loro avevano parlato. E parlato.
Non era tornato a casa subito. Era stato un processo lento,
con un sacco di trattative, e le cose erano cambiate. Heidi
aveva ricominciato a occuparsi del negozio per mezza giornata
e mio padre aveva ridotto a uno il numero dei suoi
corsi, in modo che entrambi potessero sia lavorare che
trascorrere del tempo con la piccola. Quando nessuno dei due
poteva stare a casa, Isby rimaneva o con Karen, la madre di
Eli - a cui faceva sempre piacere qualche ora in compagnia
di bambini - o con una delle studentesse del Weymar, entusiaste
di essere pagate in vestiti gratis da Clementine's. Mio
padre stava ancora cercando di piazzare il suo romanzo, ma
nel frattempo aveva iniziato un nuovo libro sugli "oscuri recessi
del mondo dei genitori e zone limitrofe". Aveva tempo
di scrivere solo a tarda notte e, anche senza le sue nove ore
filate di sonno, sembrava che se la cavasse bene. In pi era
sempre disponibile per una chiacchierata se anch'io passavo
la notte in bianco sui libri.
Mi infilai il telefono in tasca, poi presi borsa e caff. -
Sto uscendo - annunciai a Maggie.
- Ci vediamo domani - rispose. - Oh, aspetta, in realt
no. Vado a Colby.
- Ah, s?
- Gi. C' la grande riapertura, non te lo ricordi? Oh,
ecco cosa volevo dirti, Adam ha mandato una maglietta per
te.  sulla tua cassettiera.
Era incredibile che me ne fossi dimenticata. Soprattutto
considerato che ogni volta che Adam veniva a trovarci
- almeno un fine settimana su due - non parlava d'altro. In
autunno aveva iniziato a gestire il negozio di bici, facendo
i salti mortali per seguire anche un corso a tempo parziale
al Weymar, ed era tutto elettrizzato perch Clyde gli aveva
permesso di introdurre parecchi cambiamenti, aumentare
l'assortimento e tirare a lucido il locale. Nuove insegne,
nuove offerte, nuovo tutto. Il gestore precedente aveva lasciato
aperta solo una questione, un'ultima cosa da fare, di
cui vidi il risultato quando aprii la maglietta.
- Bici Abe - lessi sul davanti. - Suona bene.
- S, vero? - rispose Maggie, facendo capolino dal soppalco
per guardare gi. - Adam, per,  un fascio di nervi. Gli 
presa la fissa che deve essere tutto perfetto e, naturalmente,
continuano a succedere disastri. Ho paura che gli
venga un esaurimento nervoso se va storto qualcos'altro.
- No, vedrai - la rassicurai. - Ma nel caso, riferiscigli
da parte mia che deve solo rimontare in sella.
- Come, scusa?
- Capir
Le feci ciao, poi mi misi la borsa in spalla e, percorso il
corridoio, mi avviai gi per le scale diretta alla macchina.
Erano passate da poco le cinque e il sole stava tramontando.
Due ore dopo, quando uscii dall'autostrada e parcheggiai
davanti a Ray's, ormai era buio da un po'.
Spensi il motore e per un attimo rimasi in auto a guardare
le luci intense e i tavoli scintillanti all'interno del locale.
Ray's era ben diverso dalla lavanderia self-service di
Colby, ma le cameriere erano gentili e uno poteva rimanere
seduto quanto voleva. Il che era bello se era tardi e non
si avevano altre alternative, la condizione in cui mi trovavo
quando l'avevo scoperto. In quel momento, invece, di
alternative ne avevo parecchie, ma anche un ottimo motivo per restare l.
Lo trovai al tavolo quattro, il nostro preferito, quello
nell'angolo accanto alla finestra. Tazza in mano, fetta di
torta sbocconcellata vicino al gomito, completamente assorto
nel manuale aperto davanti a lui. Quel semestre stava
seguendo un numero pazzesco di ore alla Uni per cercare
di recuperare l'anno perso, e all'inizio tornare sui libri
era stato faticoso, difficile da far paura. Ma per fortuna io
avevo grande esperienza in casi del genere ed ero pi che
felice di aiutarlo nella sua ricerca, un compito e un esame per volta.
Mi chinai e lo baciai sulla fronte, al che lui alz gli occhi
e mi sorrise. Non appena mi sedetti, la cameriera si avvicin
e riemp la tazza gi pronta accanto a me. Mentre la
sollevavo, calda tra le mie dita, sentii la sua mano sul mio ginocchio.
La mattina sarebbe arrivata prima che potessimo
rendercene conto. Era inevitabile. Ma avevamo davanti ancora
tutta la notte e per il momento eravamo insieme. Chiusi
gli occhi e bevvi il caff tutto d'un fiato.
...
.
...
FINE.
...
.
...
RINGRAZIAMENTI.
...
.
...
Scrivere un libro non  mai facile e qualche volta c' bisogno
di aiuto. Mi considero incredibilmente fortunata ad
aver potuto contare, per questo e per molti altri romanzi,
sui saggi consigli di Leigh Feldman e Regina Hayes. Barbara
Sheldon, Janet Marks e i miei genitori, Alan e Cynthia
Dessen, hanno invece fornito il sostegno morale indispensabile
a ogni scrittrice pazza, specialmente dopo un parto.
E, come sempre, sono grata a mio marito Jay, che mi ha fatta
ridere, mi ha aiutata a ricordare e mi ha insegnato pi del
necessario sulle biciclette.
Infine vorrei dare il dovuto riconoscimento al mio personale
mondo femminile, ovvero le mie baby-sitter, senza
le quali non avrei mai avuto il tempo di scrivere questo libro:
Aleksandra Marcotte, Claudia Shapiro, Virginia Melvin,
Ida Donner, Krysta Lindley e Lauren Caccese. Grazie a
tutte per esservi prese cos tanta cura di noi.
...
.
...
FINE.